Mario Monicelli (Magazine – settembre 2009)

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Mario Monicelli, 94 anni, è il padre nobile del cinema dal sorriso feroce. Quello dei ladri poveracci dei Soliti ignoti, del potere beffardo del Marchese del Grillo, del Medioevo straccione dell’Armata Brancaleone, della violenza disperata del Borghese piccolo piccolo e del cinismo sbracato di Amici miei. A Venezia, in questi giorni, si festeggia il cinquantenario del Leone d’oro che il regista vinse nel 1959 con La Grande Guerra. Un film osteggiato e ultradiscusso prima di uscire in sala («Perché considerato antipatriottico ») e poi accolto come un capolavoro. Incontro Monicelli prima che si imbarchi per il Lido. Mi accoglie nel suo piccolo appartamento romano, in tuta e Tshirt bianca. Essenziale. Come la spietata definizione che diede di se stesso un giorno che non stava troppo bene: «Sono il più grande regista morente». Sono essenziali pure i giudizi che dà sul cinema italiano e su Venezia. Quando gli chiedo quale sia il problema principale del nostro “grande schermo”, prima mi spiazza («Ma perché avete questa fissazione di parlare di cinema?») e poi cala la mannaia: «Non vedo bravi sceneggiatori in giro». Sulla querelle che vede il festival di Venezia troppo poco “di mercato” rispetto a Cannes e Berlino, scivola con una battuta: «Ma questo non era il suo pregio?». Partiamo da qui. Da Venezia 2009.
Ha visto i film italiani in concorso?
«Non ancora».
Capotondi, Comencini, Tornatore…
«Tornatore ama “girare”. Baarìa sarà un bel film».
Poi c’è Placido con il suo film sul Sessantotto.
«Di Placido mi piacque molto Pummarò, sui lavoratori pugliesi. Ma dubito che si ripeterà. In generale mi pare che non ci si concentri sul degrado morale del Paese. Ripeto. Dove sono finiti gli sceneggiatori?».
La vulgata è che ci sia un problema a monte: l’assenza di produttori.
«Produttori o no, il cinema in Europa non riesce a campare se non ha dietro i soldi dello Stato. E poi se ai produttori venissero portati progetti validi… Non mi sembra di vedere molte persone capaci di interpretare la realtà e di smascherarne le magagne con l’ironia».
Gomorra?
«Garrone è bravissimo. Il film non è molto ironico».
Il Divo?
«Un altro grande film. Anche Sorrentino è bravo. Recentemente mi sono piaciuti anche Non pensarci di Zanasi e Pranzo di Ferragosto di Di Gregorio».
Film dello scorso anno. Altri registi promettenti?
«Saverio Costanzo è uno rigoroso».
Muccino? Lui sta girando il sequel dell’Ultimo bacio.
«Non mi pare che nei suoi film succeda nulla. E poi perché se ne è andato in America a fare stupidaggini?».
Hollywood è il sogno di chiunque faccia cinema.
«Nessuno dei nostri grandi, da Fellini a Visconti, accettò di andare in America. Anche perché se sei italiano che cosa
racconti degli Stati Uniti? Meglio raccontare l’Italia, no? Eh sì che ce ne sarebbe di roba».
I Vanzina fanno film di successo sulle miserie italiche.
«Sono film comici che durano una stagione».
Non è che tra qualche anno la critica li riscoprirà? Anche i Soliti ignoti, all’inizio venne snobbato, e poi fu riscoperto grazie alla critica francese. I Vanzina tra l’altro sono figli di Steno.
«Meglio che io stia zitto. Steno era un mio grandissimo amico. Un grande umorista, un uomo acculturato. Mi sembra
che oggi i registi non leggano molto. E soprattutto non sanno rubare».
Rubare?
«Rubare dai grandi. Per rimasticare battute, personaggi».
Lei ha rubato parecchio?
«Certo. Io e tutti gli sceneggiatori con cui ho lavorato. Suso Cecchi D’Amico è una che ha letto tutto il leggibile. Sapeva
tutto. Prendevamo da Flaubert, da Gogol, da Maupassant. Per rubare bene bisogna conoscere».
Ha raccontato che nella Grande Guerra c’erano citazioni di Emilio Lussu (la gallina in trincea) e di Charlie Chaplin (la padella perforata dai proiettili). Altri esempi?
«Ricorda la battuta travolgente del Marchese del Grillo: “…io so’ io e voi nun siete un cazzo”»?
Certo.
«Quello è un sonetto del Belli. Se scrivi qualcosa su Roma il Belli non lo puoi non conoscere».
Era una citazione anche la battuta di Totò che nei Soliti ignoti al funerale di Cosimo dice: «È la vita: oggi a te, domani a lui»?
«Quello era repertorio classico dei comici anni 50».
La “supercazzola” di Amici miei, “comesefossantani”?
«I fiorentini la facevano molto meglio di Tognazzi e degli altri attori del film. Da anni. Non si inventa n-u-l-l-a».
La lingua comico-volgare dell’Armata Brancaleone però l’ha creata lei.
«Con gli sceneggiatori Age e Scarpelli. Mentre studiavamo il Medioevo italiano incontrammo molti testi in volgare.
Cominciammo a scherzarci e a fare battute in volgare maccheronico. A un certo punto pensammo: perché non usare questa lingua per tutto il film?».
Per gli attori fu normale recitare in pseudo-volgare?
«Certo. I bravi attori amano i travestimenti e le trasformazioni. Solo i mediocri hanno difficoltà ad adattarsi».
Trasformazioni. Lei stravolse le sembianze di Vittorio Gassman per I soliti ignoti.
«In quel caso avevo anche l’esigenza di renderlo credibile. Lui era un interprete shakespeariano, non lo voleva nessuno in quella parte comica. Fu felice di farsi trasformare. E furono felicissimi, e bravi, anche i non professionisti che reclutai per quella commedia».
Di chi parla?
«Tiberio Murgia/Ferribotte era cameriere in una trattoria. E poi c’era la tunisina…».
Claudia Cardinale.
«Già. Parlava solo francese. L’ho tenuta a battesimo nelle sale italiane. Poi è diventata una star internazionale».
Attrici…
«La più grande è Monica Vitti. Ed è anche la più bella. Molto più di tutte quelle che vengono citate di solito: Loren,
Lollobrigida, Mangano… Anche a Monica, come a Gassman, feci fare il salto dal tragico al comico».
In La ragazza con la pistola. Faceva la sicula vendicativa.
«Prima lavorava in teatro. E nei film del mio amico Michelangelo Antonioni, con cui aveva una relazione. Uscivamo
insieme. In trattoria Monica si esibiva in imitazioni irresistibili».
L’attore più straordinario con cui ha lavorato?
«Ma perché c’è questa mania delle classifiche?».
Totò? Sordi? Gassman?
«Ognuno aveva caratteristiche particolari. Sordi lasciava crescere dentro di sé il personaggio. E poi lo restituiva alla
cinepresa in ogni movimento del corpo. Non aveva bisogno di maquillage. Si arruffava i capelli e partiva».
Totò?
«Imprevedibile».
Improvvisava, cambiando il copione?
«Io non ho mai permesso improvvisazioni sul copione. Erano i movimenti e le intonazioni a essere sorprendenti».
Gassman?
«Centrato. Bravissimo».
C’è qualche attore oggi all’altezza di questi giganti?
«L’unico è Servillo. Ma ammetto che vado poco al cinema. Prima avrei detto anche Benigni, ma ha perso coraggio».
C’è una nuova genia di attori: Favino, Argentero, Mastandrea…
«Nessuno ha il colpo del k.o. Mastandrea è bravo ma un po’ troppo romanesco».
Lo era anche Sordi.
«Ma Sordi aveva la potenza del Belli, Mastandrea no».
Ha mai bisticciato con i suoi attori?
«Sì, ma mai nulla di grave. Proprio con Sordi ci fu una piccola discussione durante le riprese della Grande Guerra. Ha
presente la scena in cui Sordi/Jacovacci e Gassman/Busacca devono rientrare nelle linee amiche?».
Io sì. Ma magari qualche lettore no. La racconti.
«È buio. Piove. Mentre stanno per arrivare, parte una fucilata contro di loro. Si sente: “Chi va là?”. E Sordi: “Ma
che fai, aoo? Prima spari e poi dici chi va là?”. Sentinella: “È sempre mejo n’amico morto che un nemico vivo. Chi siete?”. Sordi: “Semo l’anima de li mortacci tua”. Sentinella: “Ah, allora passate”. Be’, per noi sceneggiatori la battuta forte era quella della sentinella. Quindi andava bene un “campo lungo”. Finita la scena, diedi lo stop e mandai a casa la troupe. Ma Sordi non era contento».
Perché?
«Mi disse: “Non mi fai un primo piano mentre dico la battuta?”. Replicai che non serviva. Ci rimase male».
Lei con i produttori che rapporto aveva?
«Normali. Una delle discussioni più accese l’ho avuta con Dino De Laurentiis proprio sulla Grande Guerra».
Perché?
«Dopo tre giorni di riprese venne sul set in Friuli e mi disse: “Mario, ricomincia da zero. Così non va”. Non gli piaceva
che i fanti e gli ufficiali fossero infangati, rozzi… li voleva lindi e stirati».
Lei come reagì?
«Gli dissi che lo scopo del film era proprio far vedere la miseria della guerra. Dopo una giornata di discussione si rassegnò. Lui, Cristaldi, Ponti erano così. Essendo produttori che rischiavano soldi lottavano per le loro idee e per spendere poco».
Erano loro a proporre film a lei o lei a loro?
«Dipende. Quando facevo coppia con Steno mi chiamavano soprattutto per scrivere i testi di Totò e Macario. Poi capitava anche di partire con un progetto e di finire con tutt’altro. Come per I soliti ignoti».
Quale era il progetto iniziale?
«Cristaldi aveva fatto costruire a Cinecittà una parte fluviale di san Pietroburgo per Luchino Visconti. Ma lui non l’aveva usata. Allora venne da me e mi chiese di tirar fuori un’idea».
Ma nei Soliti ignoti non ci sono grandi scene fluviali.
«No, infatti. Ma fu l’occasione per me, Age e Scarpelli di metterci intorno a un tavolo e scrivere».
C’erano luoghi deputati per queste sessioni creative?
«Appartamenti, bar, ristoranti. In via della Croce c’era la trattoria Otello. Noi cinematografari andavamo soprattutto lì. Fino all’inizio degli anni Sessanta siamo stati una specie di grande famiglione: un’ottantina tra sceneggiatori, attori e registi».
Quando ha cominciato a occuparsi di cinema?
«Da bambino: mia madre mi lasciava nei cinema giornate intere con mio fratello Franco».
Abbandonati in sala?
«Lei si doveva occupare anche degli altri fratelli. Noi restavamo lì a bocca aperta di fronte ai capolavori del muto: Buster Keaton, Chaplin, Ford… La gente rideva, commentava i film, si fumava. Era un cinema più popolare di quanto lo
sia adesso».
Lo preferiva?
«Intanto io credo che il primo decadimento del cinema è avvenuto con l’introduzione del sonoro. E cioè quando il montaggio puro di immagini ha dovuto cedere al copione, al teatro. E poi rispetto ad allora, la proiezione è diventata un rito taciturno. Colpa anche della critica e di chi vorrebbe che il cinema fosse un’arte. Sacra».
Non lo è?
«È un’arte applicata. Legata all’industria».
Il suo primo incarico nel mondo del cinema?
«Accendere la sigaretta al regista. Andavo ancora a scuola. Un mio compagno di liceo era figlio del direttore dei cine-studi di Tirrenia. Facevo lavoretti infimi. Dopo diventai attrezzista. Mi pagavano con il cestino/pranzo».
Il primo film da regista?
«Nel 1934. Un lavoro in 16 millimetri, muto, I ragazzi della via Paal. Ogni tanto viene pure mandato in tv. Con mio grande disappunto: è di una noia mortale».
Il suo primo film “vero”, in pellicola?
«Pioggia d’estate. Una stronzata tale che lo firmai con lo pseudonimo Michele Badiek. Non ero un regista».
Quando si è reso conto di essere diventato un regista?
«Con la Grande Guerra».
Prima della Grande Guerra aveva diretto Totò in cinque film, tra i quali Guardie e ladri, aveva girato i Soliti ignoti. Non si considerava un regista?
«Solo con la Grande Guerra ho maturato la consapevolezza di aver acquisito le doti necessarie, tra cui la capacità di comando».
Lei ha avuto dei maestri?
«Almeno un paio. Negli anni tra il ’39 e il ’49 in cui ho fatto soprattutto l’aiuto regista».
Chi erano?
«Mario Camerini, che mi ha insegnato la tecnica e la recitazione. E Mario Gentilomo, che girava avendo già in mente come avrebbe montato tutte le scene».
Lei ha un clan di amici?
«I sopravvissuti: Maselli, Lizzani. Mi piacerebbe frequentare Rosi. Ma stiamo tutti rintanati in casa».
Guarda molta tv?
«Faccio un po’ di zapping».
Il film straniero preferito degli ultimi anni?
«Goodbye Lenin».
Lo dice da comunista dichiarato?
«No. Lo dico perché guardandolo mi sono commosso»
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Nel 1945, quando sembrava che il cinema italiano fosse destinato a morire, mi proposero di cominciare a scrivere per un quotidiano. Sa, io vengo da una famiglia di giornalisti… Ma rifiutai».
Perché?
«Perché pensavo che il mio destino fosse quello di fare cinema».

Categorie : interviste
Commenti
Giovanna C 2 maggio 2010

Monicelli è al libertà d’espressuine fatta persona. Ne ha per tutti,e nn a torto! un saggio della nostra storia…se lo si ascoltasse di più si farebbero meno sbagli.

caterina 20 luglio 2010

Quando guardi i film di Monicelli, è come se fosse la storia ad entrare dentro di te: non sei tu che guardi il film ma il film che osserva te.

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