Checco Zalone (Magazine – novembre 2009)

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La prima volta che abbiamo visto in tv Luca Medici, 32 anni, pugliese, in arte Checco Zalone, interpretava semplicemente un tamarro meridionale, un neomelodico sgrammaticato, che si affacciava sul palco di Zelig palpandosi il pacco: «Siete un pubblico stupendi, grazie per l’ovulazione». Poi, si è evoluto. Ha cominciato a triturare tutte le star della scena musicale a colpi di parodie abrasive: l’eloquio macchinoso e sussurrato di Carmen Consoli, la zeppola buonista di Jovanotti, i testi risicati di Vasco, l’egocentrismo salentino di Giuliano dei Negramaro. Una mattanza. Qualche settimana fa, il colpo finale: durante il suo show, su Canale 5, Checco Zalone ha imbracciato la chitarra e sulle note della Canzone di Marinella ha acchiappato il premier per le corna: la D’Addario, il letto di Putin, la doccia. Poi, scimmiottando Il pescatore si è occupato di Tarantini, delle punturine rinvigorenti, delle veline e delle deputate raccomandate. Uno sfottò kamasutrico, che ha intasato Youtube e scatenato fan e detrattori. Aldo Grasso, il critico del Corriere, ha ribadito l’entusiasmo per Checco, mentre Pietrangelo Buttafuoco su Panorama lo ha indicato come l’ennesimo esempio di abbandono della comicità in favore dell’antiberlusconismo. Pierluigi Battista, sul Corriere, ne ha cantato le lodi («Checco Zalone sdogana la volgarità e il politicamente scorretto»), mentre lo scrittore Walter Siti, sulla Stampa, lo ha impallinato: «Un atto di politica culturale… È stato più funzionale di Bondi, Fitto o Bocchino che nei talk show difendono l’integrità morale del premier». Siti in pratica ha scritto che Checco Zalone, sfottendo Berlusconi sul sesso, ha indotto il pubblico a identificarsi col premier e con le sue marachelle.
Appena incontro Luca/Checco, in una sala proiezioni della Medusa dove sta lavorando al suo primo film (Cado dalle nubi, in uscita il 27 novembre), gli leggo questa sfilza di polemiche. Lui: «Se avessi saputo che avrebbero parlato così tanto di me, ci sarei andato molto più pesante». Non ne dubito. Quando gli faccio il nome di Piero Marrazzo, il comico infierisce col suo cattivismo: «Stavo preparando un verso per lui. Diceva: “A Marrazzo gli piacciono le donne con il…”, e lì mi sono fermato perché non riuscivo a trovare la rima». Checco è brutale. Usa una trivialità devastante, sguaiata, sboccata. Con doppi sensi sin troppo espliciti. Non gliene frega niente della politica, pensa a una sola cosa: far ridere. E per questo, tutte le polemiche sulla sua ultima performance non lo toccano.
Dicono che sei funzionale al berlusconismo.
«Sono funzionale a una risata».
Tu hai registrato il pezzo sulla D’Addario a fine settembre e sei andato in onda due settimane dopo. Davvero nessuno di Canale 5 ha provato a fermarti?
«La mia preoccupazione, in realtà, era di essere arrivato in ritardo su quel tema. I capoccioni erano imbarazzati, ma sono stati al gioco».
I capoccioni sarebbero Piersilvio Berlusconi e la dirigenza Mediaset?
«No. Piersilvio per me è un’entità astratta. Parlo dei produttori di Zelig. Comunque in quel pezzo la vera scorrettezza era il violare la sacralità di De André».
Anche Luttazzi ha detto che performance come le tue servono a nascondere i problemi veri: parlare della D’Addario purché non si parli del processo Mills.
«Se mi censurano c’è la censura, se parlo sono funzionale a Berlusconi. Allo stesso tempo però altri mi appiccicano l’etichetta di antiberlusconiano. Dietro ogni stronzata ci devono essere destra, sinistra e retropensieri?».
Ma ti è mai venuto il sospetto che ti lascino dire certe cose per dimostrare che a Mediaset c’è libertà?
«Sospetto? Io sono convinto che sia così. E mi pare una strategia legittima. Le battute vanno in onda, no?».
Sei stato criticato anche perché sfotti gli omosessuali.
«Viva la scorrettezza. E ben vengano i tabù infranti. Certo sono un po’ preoccupato per il film in uscita».
Perché?
«Interpreto un ragazzo che considera l’omosessualità una patologia. Canto la canzone: Gli uomini sessuali».
Ti faranno a fette. Lo scrittore Siti ha detto anche che «ti giovi della volgarità fingendo di recitarla». Ti giovi dell’omofobia fingendo di recitarla?
«No, confido nell’intelligenza degli italiani. A me pare ovvio che se parlo della “ricchionezza” come dote fondamentale per sfondare, lo faccio per esorcizzare l’omofobia e per prendere per il culo gli omofobi. Se dico che le donne senza tette non devono avere diritti civili, c’è bisogno di spiegare che è una battuta?».
Chi ti ha proposto di fare il film?
«Pietro Valsecchi, mi ha telefonato e con voce da vero uomo ricco del Nord mi ha ordinato: “Prendi un aereo e raggiungimi a Cortina”. Io ho chiamato il mio amico Nunziante, che del film è anche il regista, e gli ho chiesto: “Ma chicazz’è sto Valsecco?».
È il boss delle produzioni Taodue. Una bella fetta del palinsesto Mediaset.
«Qualche giorno dopo la telefonata io e Nunziante siamo arrivati sulle Dolomiti come Totò e Peppino. A tavola nevicava tartufo bianco. Ho finto che mi piacesse».
Tre anni fa eri un ignoto cabarettista pugliese, oggi fai i film da protagonista con Medusa/Taodue.
«In realtà io non sono mai stato un cabarettista. Nasco e cresco musicista».
Raccontami come sei finito a Zelig.
«Facendo un provino nel locale barese La dolce vita, nel giugno 2005. All’inizio pensavo che fosse una truffa. Di quelle che vai lì e ti vendono le pentole. Poi mi hanno mandato a Milano. Gino e Michele, gli autori di Zelig, mi dissero: “Ritieniti impegnato per il prossimo anno”. Cominciò un su e giù in treno Bari/Milano».
Avevi 28 anni. Prima come campavi?
«Mia zia, che fa la poliziotta, mi stava cercando uno studio per la pratica di avvocato. Mi ero laureato da poco in Giurisprudenza. Ho fatto pure il rappresentante, vendevo Amuchina. E poi suonavo».
Dove?
«Col mio gruppo, nei locali del barese. Settanta euro a sera. Oppure facevo l’accompagnamento di una cantante serissima ai matrimoni. Era una che interrompeva le canzoni per dire: “A breve, saranno serviti gli antipasti”. Durante quelle feste succedeva di tutto».
Cioè?
«I brindisi in onore dei carcerati erano diffusi. Per sfottere quell’abitudine cominciai ad aprire le serate nei locali dicendo: “Buona sera a tutti volevo mandare un bacione agli amici della Casa Circondariale di Trani con l’augurio di una presta libertà”. Beh, una volta accolsero la battuta con un serissimo applauso».
Non ti capivano?
«Non sempre. E non sempre venivo apprezzato. Il direttore di una radio barese una volta mi cacciò. Non mi riteneva all’altezza della sua emittente».
Si starà mangiando le mani.
«Come minimo. Comunque la mia idea, dai tempi del liceo, quando sfottevo i prof, era di mischiare musica e comicità: fare il cazzone, fingendomi ignorante».
A chi ti ispiravi?
«Beh, mi piaceva il duo Toti e Tata che andava su Telenorba. Ma il mio nume è sempre stato Troisi. La sua conversazione con Dio è insuperabile».
È rimasto qualcosa del tuo primissimo repertorio?
«La più volgare delle mie canzoni. Ideata durante una vacanza di Pasqua ai tempi del liceo».
Titolo?
«O’ bucchignu rigatu. Storia di un rapporto orale con una brasiliana dentuta. Su musica della Ragazza di Ipanema».
È quella che hai suonato per i quarant’anni di Piersilvio Berlusconi?
«Sì. Di fronte ai big di Mediaset. Mi hanno chiamato, ho cantato due minuti e via. Una scena surreale».
Un po’ da giullare di corte.
«Se avessi rifiutato sarei stato un cretino. Era il periodo in cui stavo firmando per il film con Medusa/Mediaset».
Quando hai capito di aver sfondato?
«Forse nell’estate del Mondiale di Germania. Quando ho fatto: Siamo una squadra fortissimi».
Un tormentone.
«Ivan Zazzaroni, di Radio Deejay, su suggerimento della moglie, mi chiese una sigletta per la sua trasmissione. Più l’Italia andava avanti e più la si sentiva. Alla fine c’era la fila dei cantanti che volevano interpretarla: la Pausini, Eros, Jovanotti…».
Hai scritto anche un’altra canzone ispirata al calcio. Un remake della Leva calcistica del ’68 di De Gregori dedicata al tuo conterraneo Antonio Cassano.
«Cassano è un mio mito. Lo volevo nel mio show. Avevo pronto lo sketch per sfatare la leggenda della sua ignoranza: io e lui che spieghiamo un quadro di arte contemporanea».
Lo hai mai incontrato, Cassano?
«L’ho visto una volta in aeroporto. Faceva commenti indicibili su una hostess, in dialetto barese. È di una tamarrità sublime. È l’idea platonica di Checco Zalone».
Già, Checco Zalone viene da “Che cozzalone!”, che vuol dire “Che tamarro!”. Qualcuno ci è mai rimasto male per le tue imitazioni?
«I fan di Vasco, si sono scatenati on line. E la moglie di Jovanotti durante le prove di Zelig non era felicissima. Ma lui l’ha tranquillizzata».
Come nascono le tue parodie?
«Quando vedo “il fenomeno del momento” lo castigo subito. Con Giusy Ferreri successe al matrimonio di mio cugino. Partì il suo disco e tutti cominciarono a urlare, qualcuno piangeva. Pensai: “La devo sbeffeggiare”. Lo stesso con Allevi: alla quarta apparizione in tv… zac».
Chi sarà il prossimo?
«Ne vorrei fare un ultimo, Caparezza, un grande. Difficilissimo. Poi vorrei cambiare filone».
Hai fatto pure la “Taranta de lu centru destra”.
«E sono stato frainteso. È stata interpretata come satira di sinistra».
Beh… nella canzone dici cose abbastanza grevi su Carfagna e Gelmini…
«Per far ridere. Ma il pezzo nasce durante la sagra della municeddha, in Salento. Ero lì per una serata e accanto a me c’erano ’sti capelloni tutti vestiti di sinistra che scassavano con ’sta pizzica e ’sta taranta… Allora, per reazione, mi sono messo a urlare: “Viva Berlusconi”».
È diventato un pezzo cult di Zelig. Senti, si diventa ricchi facendo Zelig?
«Non direi. Ma si guadagna con l’indotto».
In che cosa consiste?
«Le serate nei locali e le convention aziendali. Negli anni scorsi ne ho fatte anche trenta all’anno. Una volta prima di me ha parlato Fabio Capello».
Ti capita mai di non far ridere?
«Recentemente è successo una sola volta. Proprio durante una convention di una ditta/setta, di quelle col boss che umilia i dipendenti e gli fa dire quanto erano infelici prima di lavorare per lui. Come sempre ho cominciato a sfottere i presenti, azienda e manager, ma i subalterni erano impermeabili».
L’errore più grande che hai fatto?
«Non frequentare il Conservatorio. Non ho mai studiato musica».
E come fai a suonare così bene?
«Suono tre ore al giorno da quando ho dodici anni».
È vero che vivi ancora a Capurso, la cittadina nel barese, dove sei nato?
«Sì. Ma se Alitalia non la pianta coi ritardi mi toccherà trasferirmi a Roma o Milano».
Il successo ha cambiato la vita anche alla tua famiglia?
«Mia madre si lamenta. Vista la notorietà non può più mettersi vestiti brutti e mi chiede un contributo».
I familiari hanno mai suggerito qualche battuta?
«Nella canzone Siamo una squadra fortissimi, la rima Moggi/orologi, me la suggerì mio padre».
Che cosa guardi in tv?
«Il canale del National Geographic. Non lo dico per fare il fico. Resto ipnotizzato anche davanti a X-Factor».
Preferisci Vespa o Vinci?
«Vespa. Vinci ricorda l’uscita dell’Alfa 155. Con quel culo quadro sembrava un’Alfa non-Alfa».
Bignardi o Dandini?
«Dandini. Ci capisce di comicità».
A differenza delle tue trivialità sulla D’Addario, lo sketch dandiniano Lost in WC ha creato qualche imbarazzo per l’editore. Secondo te come mai?
«Perché io faccio ridere».
Cosa manca alla tv italiana?
«Sacha Baron Cohen. Il comico inglese che fa Borat e Brüno. Eroe del politically uncorrect».
C’è chi ha scritto che sei tu il nostro Borat.
«Non esageriamo. Non ancora, almeno».
Il tuo libro preferito?
«Il Barone rampante di Calvino. Alla lettura mi sono avvicinato negli ultimi quattro anni».
Scherzi?
«No».
Il film?
«Quello che mi accompagna e che vedo una volta all’anno è Ritorno al futuro».
La tua canzone preferita?
«Je so pazz di Pino Daniele. Ho cominciato a suonare la chitarra per imitare lui».
E il pianoforte?
«Era in casa. Mio padre, che faceva l’agente di commercio, aveva una band. Da ragazzino mi ha introdotto ai Beatles. Il mio primo gruppo si chiamava The Bugs, le zecche, in onore dei Fab Four».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro circa. Faccio la spesa tutte le settimane».
L’articolo 21 della costituzione?
«È quello sulla libertà di pensiero. Oh, ho studiato Diritto, mica dico puttanate».
I confini dell’Iraq?
«Di geografia non so nulla. Fino a poco tempo fa pensavo che Creta fosse un isolotto di fronte a Napoli».
Dov’eri il 9 novembre del 1989?
«Frequentavo le medie. Il professore ci spiegò il crollo del Muro di Berlino. Pensai, a Capurso è pieno di muratori, magari possiamo dare una mano».

Categorie : interviste
Commenti
Pucci Giovanni 27 febbraio 2013

Luca Medici alias Checco Zalone è diventato, secondo me, il numero uno in Italia da quando ho iniziato a vederlo su laboratorio di Zelig… per me un grandissimo e aggiungerei anche, essendo un grande fan di Totò, che Zalone, per “l’intelligenza comico/ironica” dimostrata, potrebbe senz’altro diventare un suo degnissimo erede!

lorenzini monica 1 aprile 2014

e’ intelligente, capisce i tempi, valuta i temi da affrontare, distrugge i tabù, ridicolizza i pensieri forti, rende la vita più semplice e più diretta da vivere e da affrontare. Insomma è bravo

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