Alessio Vinci (Magazine – settembre 2009)

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L’ufficio è tappezzato di prime pagine. Ci sono proiettili raccolti tra le macerie di quattro guerre. La chiave della camera d’hotel di Pristina dove un soldato gli stampò la canna del fucile contro il naso. Accanto a una bomba a mano disinnescata («Me la mise un collega burlone nello zaino»), c’è un pillolone gigante, souvenir moscovita: «È quello iperenergetico che davano ai leader sovietici». Alessio Vinci, 41 anni, ex corrispondente star della Cnn, ora conduttore di Matrix, abbronzatissimo, mi accoglie in jeans e maglioncino. Quando lo incontro sono appena saltati in aria due blindati della Folgore, a Kabul. Lui è stato uno dei primi reporter a entrare in Afghanistan nell’ottobre del 2001. Gli chiedo di partire da qui. Vinci comincia con il racconto di quando saltò su una chiatta uzbeka che portava viveri e si ritrovò in Afghanistan senza valigie e senza collegamento satellitare. Prosegue con il rammarico per aver lisciato di pochissimo la notizia della cattura dell’americano-talebano John Walker. Ma poi arriva alla guerra oggi: non è pacifista, ritiene alcune guerre necessarie, e pensa che sia necessaria la permanenza dei militari in Afghanistan: «Per non abbandonare il Paese in mano a quelli che mettono le bombe». Quando gli chiedo perché in Italia si parli di Afghanistan solo quando muoiono dei soldati mi spiazza: «Accade lo stesso negli Stati Uniti. Gli esteri non tirano: la puntata di Matrix che ho fatto sull’Afghanistan è stata una delle più costose e con meno ascolto».
La conversazione avviene sotto gli occhi appannati di un manichino in tuta mimetica, elmetto, giubbotto antiproiettile e maschera antigas. È la mise di Vinci quando era embedded con le truppe americane in Iraq. «Forse la dovrei indossare per andare in trasmissione», scherza. Già, perché da quando è a Matrix, Vinci è stato bombardato dalle critiche. A parte gli sfottò sulle prime incertezze nella conduzione e le imitazioni con accento alla Stanlio e Ollio, la critica più frequente che gli viene fatta è di non essere libero di scegliere gli argomenti e di esagerare con le puntate leggere che sembrano spot per produzioni Mediaset. Ora c’è stato pure lo slittamento dell’esordio. Lui sostiene che sia avvenuto per motivi tecnici («E infatti la puntata sull’informazione l’ho fatta »), i più maligni, invece, ritengono che ci sia stato un diktat berluscone, per non dare fastidio allo show del premier della settimana scorsa a Porta a porta.
Vinci, lei si sente libero?
«Sì, certo. Ma so anche dove lavoro».
Mai arrivate telefonate minacciose di Pier Silvio?
«No. Ci siamo sentiti un paio di volte. Ma mai per discutere il contenuto di una trasmissione».
Dopo la sua intervista a Berlusconi prima delle Europee, Marco Travaglio l’ha soprannominata A-lesso: secondo lui non aveva fatto tutte le domande che andavano fatte.
«Chiesi al premier di parlare di Noemi, delle gaffes e degli aerei di Stato. Più di così…».
Se all’epoca ci fosse già stato l’affaire escort…
«L’avrei interrogato anche su quello».
Fa male il premier a denunciare i quotidiani che gli hanno fatto certe domande sul sesso?
«Credo che Berlusconi non abbia gradito i modi con cui gli sono state rivolte le domande. Comunque sono contrario al fatto che un potere usi la giustizia per attaccarne un altro. Anche se in Italia una querela non si nega a nessuno. D’Alema arrivò a querelare un vignettista, no?».
C’è un problema di libertà dell’informazione in Italia?
«Direi di no. Direi che c’è un’anomalia».
Il conflitto di interessi?
«L’ingerenza della politica sull’informazione. I direttori vengono silurati dai politici anche in Francia. Ma qui l’intreccio è superiore alla media e non dipende solo dal premier».
Negli Stati Uniti…
«Le situazioni non sono paragonabili. Un premier come Berlusconi può esistere solo in Italia. Nessuno altrove parla così tanto della propria vita privata. E poi il dubbio sui suoi problemi giudiziari in un sistema anglosassone lo avrebbe reso ineleggibile dal punto di vista degli elettori. E guardi che non sto dicendo che Berlusconi non è abilitato a governare».
E che cosa sta dicendo, allora?
«Che in Italia le cose funzionano così. Berlusconi non si è inventato nulla. E molte delle incomprensioni con la stampa estera avvengono perché i giornalisti non conoscono o non capiscono tutte le complicazioni della vita politica italiana».
Quando era alla Cnn ha mai provato a intervistare Berlusconi?
«C’è una saga Vinci/Berlusconi. Una prima volta ci provai nel 2001. Lo raggiunsi a Padova. Un momento prima di incontrarlo uno del suo staff mi disse che non potevo fare domande sulla giustizia. Era appena uscita la copertina dell’Economist sul Cavaliere “inadeguato a governare”. Replicai che non si possono fare interviste senza domande. La seconda volta ci furono problemi di traduzione. Alla terza realizzai il servizio. Parlammo dei rifiuti di Napoli».
Torniamo all’informazione oggi…
«Negli ultimi mesi non si è visto un bello spettacolo. Anche altrove ci si scambiano attacchi scabrosi a mezzo stampa. Ma poi c’è il resto. Qui sta scomparendo “il resto”».
Lei l’avrebbe fatta una puntata sulla consegna delle case ai terremotati abruzzesi?
«Non in prima serata. Non era un evento così speciale: un cambio di programmazione lo si fa quando c’è un terremoto, non quando si consegnano le case ai terremotati».
Vespa…
«È bravissimo. Ma dovrebbe smetterla di dire che ci dividono 5 punti di share… visti i risultati recenti!».
Si sentirebbe più a suo agio se potesse condurre la trasmissione in inglese?
«È naturale. Ho lavorato vent’anni usando l’inglese».
Su YouTube circolano i video con le sue gaffes: il litigio con Marco Cappato…
«Sono stato sgradevole senza volerlo».
Ha liquidato un intervento del radicale con uno sprezzante «vada avanti».
«C’è da dire che lui mi aveva appena detto che faccio domande stupide. Io credo che non esistano domande stupide. Esistono risposte stupide».
Le rinfacciano anche l’eccessiva leggerezza degli  argomenti.
«La puntata leggera fu un’idea di Mentana. Anche i miei genitori ogni tanto mi chiamano per dirmi: “Ma che c’entrano con te quei cantanti?».
Lei che cosa risponde?
«C’è una regola: gli ascolti di Matrix salgono in maniera inversamente proporzionale al gradimento di mio padre: se a lui piace una puntata, va male al 100%».
A proposito, gli ascolti della scorsa stagione non hanno brillato.
«È stato un anno difficile per tutti. Tra me e Vespa c’è meno di un punto di differenza. Ma non ho difficoltà a dire che faccio meno ascolti di Mentana. Per ora».
Pensa mai, «ma chi me lo ha fatto fare?».
«No. Ho scelto di fare Matrix perché penso che sia un’opportunità».
È passato dal potenziale miliardo di ascolti della Cnn a un massimo di 3-4 milioni su Canale 5.
«Chi non ama buttarsi in un’esperienza nuova? Io mi lancio continuamente, da quando faccio il giornalista».
Quando ha cominciato?
«Al liceo. Ho vissuto fino a diciotto anni in Lussemburgo. Mio padre, che era un alto dirigente dell’Ue, mi procurò un paio di stage in tv».
Raccomandatissimo?
«Non fu molto edificante: non facevo nulla. Volevo altro».
L’università?
«Mi iscrissi a Scienze politiche, a Milano».
Ha fatto qualche esperienza politica a quei tempi?
«No. Vedevo i ragazzi “occupare” la facoltà, ma venendo da una città/villaggio non avrei saputo con chi stare tra destra, sinistra, centro… In più nell’estate del 1988 decisi di partire per Atlanta, dove un amico di un amico mi aveva detto che avrei potuto fare un praticantato alla Cnn».
Le sue prime mansioni alla Cnn?
«Fotocopie. Poi tornai ad Atlanta nell’89 e cominciai a confezionare servizi sull’Europa per Cnn World Report».
La Cnn. Giornalisti sparpagliati per il mondo.
«Io nel 1991 arrivai a Mosca. Grazie a un piccolo sotterfugio. Ero in vacanza in Sicilia quando cominciò il colpo di Stato contro Gorbaciov. Mi feci fare da alcuni amici che avevano un’agenzia di viaggio un biglietto aereo pre-datato per riuscire a entrare in Unione sovietica. I corrispondenti venivano bloccati alla frontiera. Avvisai il mio capo che stavo per atterrare a Mosca e che ero disponibile a lavorare. Mi sentivo arrivato. Dovevo restare cinque settimane, ci rimasi cinque anni. In mezzo ci fu la prima esperienza di guerra».
Dove?
«In Cecenia. Lì ho rischiato veramente di morire. La nostra jeep venne colpita da alcune schegge di mortaio vicino al palazzo presidenziale di Dudaev. Allora facevo il produttore, il giornalista/organizzatore che non va in video».
La sua prima volta in video come reporter?
«Durante la guerra del Kosovo. Aprii un ufficio di corrispondenza a Belgrado. Lì provai sulla mia pelle che cosa vuol dire fare informazione in un regime».
Perché?
«I fan di Milosevic ci aggredivano durante i collegamenti. Verbalmente e fisicamente. La Cnn, sapendo che il governo ci scortava e controllava, quando partiva un servizio da Belgrado lo faceva precedere da un cartello in cui si spiegava che il governo serbo controllava i contenuti. Una specie di corrispondenza embedded».
Lei in Iraq è stato embedded davvero.
«Circa cinque mesi: prima e durante la guerra».
Ha visto morire molti militari?
«Sì. L’ingresso a Nassirya fu una catastrofe. L’intelligence aveva garantito che gli sciiti avrebbero collaborato e che la zona era tranquilla. Invece le tre unità che entrarono in città, dopo due ore erano decimate».
Intanto lei era stato in Afghanistan ed era diventato capo dell’ufficio di corrispondenza di Roma.
«Avevo ricevuto anche la mia prima proposta di lavoro italiana. Gad Lerner. Nella primavera del 2001 mi voleva per il famoso “terzo polo”».
Perché rifiutò l’offerta?
«In realtà la stavo valutando. Il 9 settembre del 2001 salii su un aereo per Atlanta. Rientravo per ritirare l’Ed Murrow Award e per parlare con la Cnn del mio futuro. L’11 settembre cambiò tutto: non ci fu nessuna premiazione e nemmeno il chiarimento con la Cnn».
La seconda proposta italiana?
«Arrivò da parte di Carlo Rossella, nel 2005. Lo avevo conosciuto a Mosca, eravamo diventati amici e a Roma era un mio punto di riferimento. Mi propose la conduzione del Tg5».
Perché rifiutò stavolta?
«Stavo finendo il mio lavoro sul Papa con la Cnn».
Il contatto per l’assunzione a Matrix come è avvenuto?
«Per caso. Davvero. Ero andato a parlare con Mauro Crippa per chiedergli una stanza a poco prezzo per ospitare l’ufficio della Cnn. Una settimana dopo è successo il casino di Mentana. Crippa probabilmente ha pensato a me, perché mi aveva appena incontrato».
Ha comunicato lei la notizia a Mentana? Eravate amici…
«Lo volevo fare. Ma il direttore del personale di Mediaset mi aveva detto che doveva pensarci lui».
Le pare normale che Mentana, uno dei migliori conduttori d’Italia, non abbia un lavoro?
«Uno come lui dovrebbe lavorare. Ma non so se non lavora perché non ha ricevuto offerte, o perché non ritiene adeguate le offerte che ha ricevuto».
Tra i motivi per cui si dice che Mentana sia stato allontanato c’è anche un’intervista che fece a Di Pietro. Lei lo ospiterà, il leader dell’Idv?
«La scorsa stagione non volle venire per solidarietà a Enrico. Credo che quest’anno lo avrò in studio».
A cena col nemico?
«Michele Santoro, è quello che mi stima di meno».
Santoro in trasmissione chiese: «Ma Matrix va ancora in onda?».
«Lo disse davanti a un Mentana imbarazzatissimo».
Voleva marcare le differenze nel vostro modo di fare giornalismo.
«Santoro è uno schierato».
Dà colpi a destra e a manca.
«Nel sistema anglosassone non esiste un giornalista che si mette a fare il deputato e poi torna a fare il giornalista dichiarandosi super partes. È l’anomalia italiana: con la politica che nomina direttori o appoggia conduttori».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Diventare padre. Mia figlia Kaya ha due anni e mezzo».
L’errore più grande che ha fatto?
«Cercare di essere amico di tutti. Continuo a farlo».
Il film?
«Good night and good luck, la storia del giornalista Ed Murrow».
La canzone?
«Vita spericolata. Una puntata su Vasco è il mio sogno».
Il libro?
«Autoritratto di un reporter, di Kapuscinski».
I confini del Vietnam?
«Laos… E non so».
Quanto costa un litro di latte?
«Un euro? Butto le cose nel carrello senza guardare».
Quanti anni ha la Costituzione?
«È stata scritta nel 1945, no?».
Tra il ’46 e il ’47. Ed è entrata in vigore nel ’48. Dov’era il 9 novembre dell’89?
«Guardavo crollare il muro di Berlino, in tv. E pensavo: “Vorrei essere lì come cronista”».

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Commenti
federico 14 marzo 2012

ciao alessio questa sera ho seguito la tua trasmissione dove si e parlato della casta e dei tanti tantissimi spreghi che si fanno ma di questo si parla già da parecchio tempo ma e un male incurabile qui nessuno a il coraggio di dire in faccia a questi nostri governanti che oramai sono sputtanati e senza credibilità pensano solo ai loro interessi e se ne fregano dei problemi della gente io vivo in una località di napoli abbandonata a se stessa scampia ,dove ce tanta gente per bene e onesta senza un lavoro e senza nessuno aiuto ne morale e ne sociale qua non ce niente di buono . qua ci sono centinaia e centinaia di capi famiglia che ogni giorno combattono x strada e fanno di tutto x garantire un pasto ai propri figli .e una situazione grave e umiliante,poi a vedere tutti gli sprechi,e tutti quei soldi che spariscono e questi politici che pensano solo ad arricchirsi e una cosa che fa male perche ce gente che si stenta la vita solo per riuscire a vivere qua viviamo perche laria non si paga.caro alessio io tanti altri buoni amici stiamo formando un movimento per dire basta e denunciare tutte queste carenze che nel nostro paese sono tante,qui la gente non ce la fa più e questi se ne fregano .c0munque siamo su facebook in italiani liberi e ribelli per me e tutti gli altri membri sarà un onore se ci faresti una visitina e darci un tuo parere.scusami se ho fatto errori nella scrittura non sono tanto pratico .grazie anticipatamente ciao….

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