Renato Brunetta (Magazine – luglio 2009)

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Da economista aspirava al Nobel. Si deve accontentare di essere il ministro più popolare del Governo Berlusconi. Renato Brunetta, 59 anni, cerbero acchiappa-fannulloni e trita-dirigenti, mi accoglie nel suo stanzone da dove guida la Pubblica amministrazione italiana. Quando mi sventola in faccia il dato consolidato sulla riduzione del 38% dell’assenteismo per malattia, gli dico che ho pronti per lui gli improperi di chi si è visto ridurre il salario accessorio per colpa di una botta di influenza. Non si scompone. Allora sfodero l’articolo di Pietro Ichino uscito sul Corriere: un allarme per i fan della trasparenza, uno dei cardini delle riforme brunettiane. Ichino scrive: è pronto un emendamento del senatore pidiellino Saltamartini che annulla la total disclosure, il principio per cui da settembre potremo conoscere stipendi, presenze, attività, premi, email e chi più ne ha più ne metta, di tutti i dirigenti pubblici. Brunetta, sorridente, mi dice che l’emendamento non esiste. Poi alza il telefono. Fa chiamare il suo collega di maggioranza: «Senatore Saltamartini, è vero che…? Ah…». Si scopre che l’emendamento c’è. Pare sia frutto di alcuni appunti del Garante per la privacy. Brunetta, sempre al telefono con Saltamartini: «Nel rispetto dell’azione parlamentare, perché non ritiriamo l’emendamento e in collaborazione col Garante troviamo un punto di incontro? Io non sono disposto in nessun modo a fare marcia indietro sulla total disclosure». Attacca. Mi guarda, e fa: «Questo è il metodo Brunetta».
Il ministro ama la provocazione («Il vero centro-sinistra sta nel Pdl») e la satira («Ma non quando è conservatrice come quella di Crozza»), non teme né le litigate in tv con i conduttori più feroci, né la confessione sessual-privatissima nei salottini catodici. Ha raccolto il suo pensiero e le sue gesta nel libro Rivoluzione in corso e non smetterebbe mai di illustrare quel che combina ogni giorno: tagli, Authority e decreti. Ci sono anche: una Linea amica e cioè un numero verde (803.001) da chiamare per qualsiasi guaio con la P.A. e una Carta dei doveri («Al Consiglio dei ministri in settembre»), che tra l’altro imporrà agli uffici, pena sanzioni, di non chiedere ai cittadini informazioni che già sono note all’amministrazione. Meno carte, meno file, meno viaggi inutili da uno sportello all’altro. In teoria. Ecco. Il dubbio è che il brunettismo che tanto entusiasma molti italiani resti annuncio giacobino, teoria. O solo azione punitiva che per ora ha toccato le fasce più deboli della Pubblica amministrazione. Ricordate l’introduzione degli emoticon, le faccette stilizzate, per permettere ai cittadini di giudicare il lavoro dei dipendenti pubblici? Chi li ha mai visti questi emoticon? Brunetta ne ha uno nel suo studio, brilla tra le matrioske berlusconiformi, le foto e i volumoni, sembra un totem, è uno schermo touch screen incastonato in un monolito metallico. Gli chiedo di illustrarmelo. Clic, clic, clic. Bottone rosso servizio cattivo, bottone verde servizio buono.
Cosa succede se un ufficio è travolto dai clic rossi?
«Intanto la presenza degli emoticon ha un effetto responsabilizzante».
È un po’ poco.
«Ogni amministrazione poi potrà decidere come reagire».
Con una risata nei confronti dei cittadini scontenti?
«Non credo. Da troppo tempo la Pubblica amministrazione è un’azienda con un padrone (la politica) assente, con dei
manager (i dirigenti) distratti e dei dipendenti senza guida né controllo. Gli utenti poi non hanno mai avuto modo
di dare segnali di gradimento, se non con il voto».
E quindi?
«Noi diamo occhi (con la trasparenza), voce (con gli emoticon), ai cittadini e poi con le cosiddette “reti amiche” diamo
la possibilità di ottenere servizi altrove».
Si spieghi.
«Se i cittadini invece di andare in un ufficio comunale potranno scegliere una tabaccheria dove otterranno un servizio
più rapido ed efficace, che cosa succederà?».
Che i dipendenti di quell’ufficio comunale diventeranno campioni mondiali di solitario perché non avranno più nulla da fare?
«No, accadrà che il comune dovrà chiudere gli sportelli. E così perderà potere».
Mi pare tutto molto astratto.
«Col nuovo contratto, la metà del salario premiale verrà distribuita al 25% più efficiente dei dipendenti. Chi lavora
male invece non riceverà nulla e rischierà di vedersi bloccata la carriera. Questo mi sembra meno astratto».
Sì. Ma dipende da chi distribuisce i premi di produttività. Se un dirigente vuole, oggi può premiare funzionari e dipendenti amici, anche se non sono efficienti. E spesso i dirigenti sono meno preparati di funzionari e dipendenti.
«Le pare che non ci abbiamo pensato? Intanto con la trasparenza totale i cittadini sapranno chi è il dirigente responsabile di che cosa, quanto guadagna e quanto funziona il suo ufficio. E poi ci sarà un’Authority indipendente che
si occuperà proprio della valutazione dei vari servizi».
Un’altra Authority?
«A Roma si dice: “A more’, ma che vuoi da me?”. Io cerco di introdurre la meritocrazia nel Paese. E poi un cittadino insoddisfatto che scopre un dirigente superpagato che non garantisce un servizio adeguato impugnerà il forcone».
Per ora però i dirigenti non sono stati toccati. E il suo decreto anti-fannulloni, amato dagli italiani, rischia spesso di essere ingiusto con i semplici dipendenti.
«Non direi».
A un dipendente onesto che si ammala per tre giorni tagliate lo stipendio di qualche decina di euro.
«Si tratta del salario accessorio, quello che dovrebbe essere legato alla presenza…».
Si tratta di una parte di salario che contribuisce a rendere la busta paga dignitosa.
«Nel privato funziona già così. E poi ci sono enti in cui le percentuali di assenteismo sono vergognose. Ora penseremo
a stanare i dirigenti. Se mi lasciano lavorare».
Chi fa più resistenza?
«I sindacati. Che ormai rappresentano la conservazione».
Lei e il ministro Sacconi, quando sentite la parola “sindacato” caricate a testa bassa.
«Forse perché lo conosciamo. Sono professore di Economiadel lavoro: mi occupo di sindacati da 25 anni. Non ce l’ho
con loro. Ma dovrebbero svegliarsi, e ricominciare a rappresentare i lavoratori. Se mi lasciano fare, cambio tutto».
Se glielo lasciano fare, lei si getta pure sulla poltrona di sindaco di Venezia.
«È un’aspirazione complicata. Non voglio venir meno agli impegni presi qui al ministero».
Si può fare il sindaco e il ministro allo stesso tempo?
«Bassolino a Napoli lo fece. Se c’è riuscito lui… A chi non piacerebbe fare il sindaco della propria città?».
La sua infanzia a Venezia?
«In bici per le “fondamenta” o rotolante per strada a giocare coi tappi».
Era bravo?
«No, nei giochi e negli sport non vado benissimo».
Studi?
«Qualche anno alle magistrali, per insegnare alle elementari. Poi il liceo classico».
Il primo lavoro?
«Da bambino aiutavo mio padre alla sua bancarella. Imparai a vendere gondole di plastica in tutte le lingue. Ma ho fatto anche il fotografo per i matrimoni».
Quando ha cominciato a fare politica?
«Nel 1971. Mi iscrissi al Psi. Sono sempre stato un socialista riformista. In quel periodo ho conosciuto Gianni De Michelis. Come lui, ero lombardiano».
Il suo primo incarico?
«Ero ricercatore all’università e per il partito cominciai a studiare Porto Marghera. A ventidue anni. In una notte io e Gianni scrivemmo un documento di sessanta pagine da presentare alla conferenza per la ristrutturazione del polo petrolchimico».
Lei seguì De Michelis anche quando lui divenne ministro del Lavoro.
«Certo. Ho fatto il taglio della scala mobile».
Il decreto di San Valentino del 1984, quello contro cui il Pci organizzò, e perse, il referendum?
«L’ho scritto io. Ispirato da Ezio Tarantelli…».
…l’economista ucciso dalle Br nel 1985.
«Abbiamo salvato il Paese dall’inflazione».
Lei in quel periodo finì sotto scorta.
«Ci sono rimasto fino a oggi, a parte un paio d’anni in cui ho chiesto di essere lasciato in pace».
La vita sotto scorta?
«Non vado quasi più al cinema e c’è qualche inconveniente, ma sono abituato e, soprattutto, sono vivo».
Molti ex del Pci, tra cui Fassino e Veltroni, ora dicono che, negli anni Ottanta, Craxi sconfisse Berlinguer nella sfida della modernizzazione.
«Mi fanno un po’ tristezza. Sono dei senza terra. E per di più con la faccia di bronzo».
Perché?
«Quelli del Pci riconoscono i loro errori 20 anni dopo. Poi ti spiegano che avevano ragione ad avere torto. Fanno autocritica, ma la fanno in maniera pelosa».
Chi rappresenta meglio questo tipo di atteggiamento?
«D’Alema».
Ce l’ha con lui perché le ha dato dell’“energumenotascabile”.
«Ma no. E comunque in quell’occasione la cosa che mi offese fu la definizione di energumeno».
Quando ha conosciuto Berlusconi?
«Nel ’95. A un convegno dei Riformatori liberali, quelli di Marco Taradash. Ricorda i “professori”? Berlusconi mi chiese di dargli lezioni di economia».
Com’era lo studente Berlusconi?
«Al contrario di Letta e Bonaiuti, prendeva appunti».
Nel 1996 gli altri “professori” vennero eletti, lei no.
«Ci fu un’incomprensione con Berlusconi sulla mia candidatura. Dovevo avere il collegio di Venezia e mi proposero quello di Padova. Rifiutai. Sono uno dal vaffanculo facile».
Avendo avuto problemi con una candidatura, che effetto le fa oggi vedere tutte queste ragazze, collaboratrici, fidanzate, elette o candidate?
«È una tradizione che viene da lontano. Pensi al Migliore, Togliatti».
Si riferisce alla sua compagna, Nilde Iotti? Iotti era una madre costituente e comunque il Pci, nella sua Reggio Emilia, non accolse bene la relazione extraconiugale tra i due.
«Voglio solo dire che non mi pare ci sia nulla di nuovo. I congressi di sinistra, di centro e di destra, sono sempre stati dei pollai. Ma i giornalisti non sempre lo scrivevano».
Le pare normale che una parte della classe dirigente venga selezionata su base estetico/amicale?
«C’è una genia di eurodeputate che prima erano “collaboratrici” di importanti leader europei».
Il fatto che lei dica che funzioni così in Europa e che sia sempre funzionato così in Italia, non esclude che sia un malcostume.
«Senta, dove c’è potere c’è sesso. Funziona così anche nei giornali, nelle imprese, ovunque. Ci vorrebbe meno ipocrisia».
Lei ha la divisa da paladino della meritocrazia. Tra i suoi studenti universitari non c’era qualcuno degno di candidatura più di ex escort o fidanzate?
«Io sono per il cursus honorum: alle ragazze che hanno fatto il famoso corso per le Europee dissi che prima di fare politica, bisognerebbe aver ottenuto qualche successo nel proprio mestiere».
Torniamo al suo: che fine ha fatto il progetto per le “unioni civili”, Di.Do.Re?
«È in attesa di discussione in Parlamento».
Lei è favorevole o contrario al divorzio veloce?
«Favorevole».
Non è che lo dice per fatto personale, perché la sua fidanzata, Titti, è in attesa di divorzio?
«No. Mi sembra assurdo persino che per il divorzio si debba andare in tribunale. Mi sposo in comune, divorzio in comune, no?».
Come le è venuto in mente di andare in tv a parlare del ritmo e dell’eleganza nel sesso?
«Ma lei l’ha vista la trasmissione?».
Sì. E mi sono chiesto: perché un ministro così popolare fa certe cose?
«Ho solo spiegato il mio rapporto con le donne. Non mi sembra così disdicevole. Non sono un ipocrita».
È stata una delle poche volte in cui non si è scontrato col conduttore. Come mai così litigioso in tv?
«Non sopporto l’ingiustizia, le strumentalità e quando si dicono le cose sbagliate».
Ha litigato con Bignardi, con Mentana…
«Ho solo reagito a forzature inaccettabili. Ora mi controllo un po’ di più».
A Matrix ha bloccato l’inizio di una puntata.
«Mentana aveva mandato un servizio con due ragazzotti che, durante una passeggiata a Napoli, mi davano del fannullone».
Che permaloso!
«Ma no. Il conduttore aveva omesso di dire e di mostrare che ero circondato da centinaia di persone che mi applaudivano».
Lei rinfacciò di portare l’orecchino ai due ragazzi che le davano del fannullone.
«Quello che dava a me del fannullone, era manifestamente un fannullone, nell’aspetto».
Perché portava l’orecchino?
«Certo, erano militanti di un centro sociale».
Non mi pare sinonimo di fannullonismo.
«Si legga l’articolo di Luca Ricolfi, uscito su Panorama, che spiega come il fannullonismo sia di sinistra e radicato nel gruppettarismo da centro sociale con orecchini».
Se le nasce un figlio che da adolescente si fa il piercing che fa, lo disereda?
«No, me ne farò una ragione».
Lei ha indetto un concorso di vignette contro se stesso. Alcune sono feroci. La cosa più gentile che le dicono è: «Nano maledetto».
«Tanto vinco io».
In che senso?
«Quelli delle vignette più violente sono deipoveretti, razzisti, magari invidiosi. Cadranno nel dimenticatoio. Io sono qua».
È un po’ arrogante.
«Certo. Che male c’è? Io nel mio piccolo cerco di fare la storia di questo Paese».
A cena col nemico?
«Bertinotti. Bravo, per bene e intelligente».
Il film preferito?
«La femme d’à côté, di Truffaut: c’è un piano sequenza straordinario che apre e chiude il film».
Il libro?
«Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo. Ha presente gli storici delle Annales?».
La canzone?
«Tutta Mina».
È importante che un politico sappia cosa costa un pacco di pasta?
«Sì. 90 centesimi circa. Lo so perché sono cuoco».
I confini dell’Afghanistan?
«Iran, Pakistan, Turkmenistan…».
Basta. L’ultimo articolo della Costituzione?
«Non lo so».
Non ci credo. Dice così per sembrare meno secchione. Un articolo che vorrebbe aggiungere alla Costituzione?
«Quello sulla trasparenza ed efficienza della P.A. A ottobre lo inseriamo, davvero».
Dov’era il 9 novembre del 1989?
«Qualche mese prima che crollasse il Muro ero all’Accademia delle scienze di Berlino Est. I gerarchi, nostri ospiti, brindavano alla lunga vita del comunismo tedesco e sfottevano i sovietici della glasnost».

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Commenti
Antonio Azzarini 18 settembre 2011

Sono l’inventore del dispositivo etilometro digitale blocca motore da me brevettato a Febbraio 2007.
Se hai bevuto il mezzo non si avvia.
Min. Brunetta, mi asclti almeno Lei, se….può e se non glielo impediscono, come fa la politica nostra italiana!
Antonio Azzarini
syl.elettronica@libero.it

Antonio Azzarini 18 settembre 2011

Tutti sanno del mio Brevetto.
E’ unico al MONDO!
Ma il nostro Governo …VUOLE…ancora morti!
Perchè?
Fanno TUTTI schifo!
Mi denuncino pure, ho ragione IO!
Antonio Azzarini
syl.elettronica@libero.it

Antonio Azzarini 18 settembre 2011

Sarò costretto, mio malgrado a pagamento, ad andare in TV:
Antonio Azzarini
syl.elettronica@libero.it

ADRIANA QUATTRINO 26 novembre 2016

Apprezzo molto l’On. Renato Brunetta come Economista vero, competente sulle possibilità Italiane di Rinascita Globale e condivido la sua Grande Utopia, perchè con una seria programmazione si possa, attraverso un’azionariato popolare diffuso, far partecipare il Popolo all’ economia del Territorio, per sviluppare e tutelare l’Ambiente con i Social Impact Tesla Bonds, emanazione dell’Istituto Tesla
In ITALIA è urgente una Rivoluzione Culturale Empatica con vera Meritocrazia dei Popoli.
Adriana Quattrino Presidente del Philanthropy Trust.
http://www.imperialclub.net

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