Flavio Zanonato (Magazine – luglio 2009)

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E’ diventato arcinoto quando ha eretto un muro per cacciare da un quartiere un clan di spacciatori extracomunitari. Per primo ha multato i clienti delle prostitute. E per rendere vivibile una zona invasa dalla “generazione spritz”, ha fatto chiudere i bar a orari da parrocchia. Nel frattempo ha collaborato con la comunità islamica per trovare la sede di una moschea e ha reso la sua città ultra-ecosostenibile. Flavio Zanonato, 59 anni, è stato appena riconfermato primo
cittadino di Padova. Il suo schema galleg ia tra il Law&Order e il Green&Liberal: lo chiamano da anni “sindaco sceriffo”, ma non si fa problemi a definire il reato di clandestinità “una vera puttanata”. Cinguetta con la diocesi nella
città di Sant’Antonio, ma poi nomina assessore il presidente dell’Arcigay locale. Nel momento di massimo tracollo padano del piddì, Zanonato è uno dei pochi “democratici” che resistono all’onda leghista. Mi accoglie in municipio, in uno stanzone sobrio. Molte carte sul tavolo e pochi sorrisi. Il primo me lo concede quando lo costringo a spiegarmi come mai ha fatto montare un pendolo di Foucault all’interno del Palazzo della Ragione («La fisica è una mia fissazione»). Il secondo quando gli faccio notare che in un partito che si attorciglia intorno alla querelle sul rinnovamento, l’unico ad aver vinto una sfida elettorale “pesante” nel Nord è un dirigente al suo quarto (quarto!)
incarico da sindaco, che ha le proprie radici marmorizzate nel Pci. È l’anti-nuovo che avanza. «La contrapposizione
rinnovamento/continuità è ridicola», dice. Per spiegarsi, attacca con una metafora: «Se voglio rinnovare la Ferrari che cosa faccio? Caccio tutti gli ingegneri e i meccanici e cambio nome in Giacomelli? Solo un pazzo la pensa così». Sbuffa. Si domanda se davvero i militanti siano appassionati a questo dibattito. E allora partiamo con un piccolo test su temi più vicini agli interessi degli elettori.
L’immigrazione è una questione distinguibile dall’integrazione?
«L’integrazione è la politica con cui si affronta il tema dell’immigrazione».
Lei è favorevole o contrario all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello sui licenziamenti senza giusta causa?
«Bisogna ragionare su un nuovo modello di welfare senza avere tabù».
Quindi via l’articolo 18?
«Non senza aver trovato una forma di compensazione».
È favorevole o contrario alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali?
«Favorevole. Ma liberalizzare non vuol dire per forza privatizzare. Se competitivo preferisco il servizio pubblico».
Le rendite finanziarie vanno tassate un po’ di più?
«Sì».
Sul testamento biologico…
«Sono favorevole. Senza farne una mania, credo che ognuno debba essere libero di decidere la propria sorte».
Mi sembra più vicino a Ignazio Marino che alla franceschiniana Dorina Bianchi.
«Pensavo queste cose prima che Marino entrasse in politica».
Marino è candidato segretario del Pd.
«In un partito in cui coesistono una forte componente cattolica e una forte componente laica, non credo che si possa
puntare solo su una piattaforma laica».
Marino è cattolicissimo.
«Ma esprime posizioni in cui una parte del partito non riesce a riconoscersi. Lo stesso discorso, all’ennesima potenza,
vale per Grillo».
A Grillo non è concesso di partecipare alle primarie.
«È come se un monarchico volesse diventare segretario dei repubblicani. Grillo può aspirare a fare il sindaco o il premier, ma per essere segretario di un partito devi condividere qualcosa con i militanti e i dirigenti. O no?».
Lei chi voterà alle primarie del Pd?
«Pierluigi Bersani».
Nel Pd c’è chi dice: «Bersani è la conservazione».
«Non si può far politica solo con questi slogan».
Lei perché sta con Bersani?
«Lo considero il miglior punto di sintesi all’interno del partito. E al contrario di Marino e Grillo, una alternativa di
governo possibile. In un momento in cui l’acqua in cui galleggia Berlusconi si fa sempre più vischiosa e inagibile, mi
pare importante».
Molti ex diessini, come Fassino e Veltroni, stanno con l’ex democristiano Franceschini.
«Ho parlato a lungo con Fassino. Ha cercato di convincermi. In generale credo che sia sbagliata questa faida interna. Anche perché non è chiarissimo su che cosa ci si divide. E alla fine il 90% degli iscritti voterà seguendo antiche appartenenze».
Alcuni elementi di divisione: partito leggero o partito strutturato?
«Il partito leggero lo puoi fare se sei Berlusconi e hai tre televisioni. Se no rischi che la linea la dia la Repubblica: un giornale amico, ma a volte un po’ invadente».
L’alternativa è il modello di partito/apparato?
«L’alternativa è una linea politica frutto del confronto continuo tra militanti e dirigenza».
Altra contrapposizione: partito a vocazione maggioritaria o partito/coalizione?
«Se vuoi governare ti devi alleare con Rifondazione, Italia dei Valori, laici, cattolici, moderati…».
In pratica se vuoi governare devi tornare all’Unione? Non è stata un’esperienza fallimentare?
«Se perdo le chiavi in una zona buia, per trovarle non le posso andare a cercare sotto a un lampione».
Si spieghi meglio.
«Se non ha funzionato l’Unione, non è che posso pensare di vincere da solo».
E quindi?
«Discuterò su come creare nuove alleanze. Ma alle alleanze non c’è alternativa».
Lei a Padova non si è voluto alleare con i Verdi.
«Qui i Verdi sono gli “autonomi” dei centri sociali».
Non è riuscito ad allearsi nemmeno con l’Udc.
«Perché l’Udc in Veneto sta con il Pdl. Ma un tentativo di accordo c’è stato. Mi sarebbe piaciuto».
Lei ha detto: «Invidio alla Lega la presenza sul territorio…».
«…e la capacità di vedere i problemi. Ma poi Bossi&Co sbagliano interpretazione: propongono di costruire un mondo
che rimuove l’esistenza degli stessi problemi».
Parliamo dell’immigrazione?
«E della sicurezza. La Lega immagina l’Italia de-immigratizzata: un ritorno a prima del 1985».
Lei invece costruisce muri. Quello di via Anelli a Padova, ormai è un simbolo.
«Il muro mica serviva per ghettizzare qualcuno. Era uno strumento per spingere dei malviventi ad andarsene. Tra
l’altro, a tutti gli immigrati di via Anelli che vivevano in mini-tuguri, io ho trovato un alloggio dignitoso».
Dove?
«Li ho distribuiti in vari condomini della città».
Sono stati accolti bene?
«All’inizio no. Ma ho imposto una specie di formazione alla convivenza da una parte e dall’altra. Ora vorrei fare una
vera e propria campagna: per spiegare ai padovani che si sentono minacciati che quegli immigrati sono regolari, lavorano e sono persone perbene. E per chiedere agli immigrati di non cucinare pietanze troppo puzzolenti, di non lasciare la spazzatura sul pianerottolo… Regole minute che gli italiani non rispettavano fino a qualche decennio fa».
La moschea…
«I padovani hanno capito che una città è più sicura se c’è un posto riconosciuto dove i musulmani vanno a pregare».
Lei è un rondista?
«Dipende: sono favorevole alla partecipazione dei cittadini. Ma sono contro le ronde politicizzate».
A Padova qualche mese fa c’è stato uno scontro tra ronde e no global.
«Appunto. È dovuta intervenire la polizia. Così le ronde diventano un problema, invece che una soluzione».
Ha visto le ronde in camicia bruna di Gaetano Saya?
«Una cosa disgustosa. Invito tutti ad andare a vedere il film L’onda: la storia di un gruppo di studenti che cominciano
dalle divise e dal cameratismo e finiscono con comportamenti nazisti».
A quali ronde sarebbe favorevole?
«A quelle dei cittadini che danno una mano per strada. Penso più a un gruppo di facilitatori che di repressori».
Lei, in una città ultracattolica come Padova, ha facilitato la vita di molte coppie gay.
«Ho applicato una legge sconosciuta, ma esistente, che permette di concedere certificati di famiglia anagrafica anche
alle coppie di fatto. In linea di massima però, do la priorità alla tutela della famiglia tradizionale».
Una tutela esclude l’altra?
«No. Allestisco le piste ciclabili, ma non per questo penso di far arrestare gli automobilisti».
Lei è credente, cattolico?
«Se dicessi di no, sembrerebbe quasi che io volessi marcare una distanza che non voglio marcare».
Una decina di anni fa, quando divenne sindaco la prima volta, disse apertamente: «Non sono credente».
«Sì, ma ho un grande affiatamento con il mondo dei cattolici padovani e non rivendico una moralità alternativa».
Questa sembra una risposta a uso vescovile, da politico navigatissimo. Il suo esordio in politica?
«Mi sono iscritto ai giovani comunisti a 18 anni. Prima avevo frequentato i movimenti cattolici».
Viene da una famiglia “bianca” o “rossa”?
«Da una famiglia cattolica. Mio padre era operaio, mia madre sarta e casalinga».
Studi?
«Per mio padre era già un successo avermi fatto finire le superiori. Poi mi sono iscritto a Filosofia, ma nel frattempo lavoravo».
Dove?
«In fabbrica. Soprattutto d’estate».
Il primo incarico nel partito?
«Segretario degli studenti medi della Fgci di Padova. In una decina d’anni poi sono arrivato alla segreteria provinciale del Pci. Con quel ruolo nel 1984 presentai Berlinguer ai compagni in piazza dei Frutti».
L’ultimo comizio. Quello durante il quale si sentì male. E poi morì.
«Cercai di rassicurare i militanti. Ma poi mi precipitai nell’albergo dove avevano portato il segretario. E da lì corremmo in ospedale».
Lei era berlingueriano?
«Ero affascinato dalla figura di Berlinguer».
Nel 1985 che cosa votò al referendum anti-craxiano sulla “scala mobile”?
«Votai come il resto del Pci. Ma mi sta facendo un esame di storia? Se lo sapevo portavo qualche appunto».
Piero Fassino, nel libro Per passione, ha scritto che tra Berlinguer e Craxi, fu Craxi a vincere la partita a scacchi della modernizzazione.
«Non mi piace questo modo di fare storia. Fassino in quegli anni era segretario torinese del Pci e non ricordo che dicesse cose diverse dalla segreteria nazionale».
Veltroni ora ha detto che Craxi modernizzò più di Berlinguer.
«È un’affermazione non corretta. Quando Craxi si accorse che anche il Pci concorreva al governo del Paese, il suo impegno principale fu quello di tenerci fuori dal campo di gioco. Altro che modernizzazione».
Expost. Veltroni ha detto di non essere mai stato comunista. Fassino ha scritto di essere entrato nel Pci contro il comunismo.
«Pensare che qualcuno negli anni Settanta entrasse nel Pci senza essere comunista è altamente non realistico. Se poi si intende che non si condivideva il comunismo dell’Est, è un altro discorso, più verosimile».
A cena col nemico?
«Fini. La sua recente evoluzione è interessante».
Pensavo dicesse il cronista del Giornale che l’ha accusata di aver ottenuto la casa di un Ente a poche lire.
«Li ho querelati, porterò a casa un bel po’ di soldi. Ho presentato i documenti notarili che dimostrano che il prezzo della casa era identico a quello degli altri condomini».
Lei ha un clan di amici?
«Sono quelli antichi della Fgci padovana. Ci ritroviamo ogni anno in montagna».
L’errore più grande che ha fatto?
«Non laurearmi. Ho finito Filosofia. Ma poi mi sono perso dietro alla tesi».
Ha avuto un blocco?
«Ho avuto la pretesa di essere originale: prima volevo scriverla sull’operazione con cui Togliatti impose Gramsci alla cultura italiana, poi sul secondo principio della termodinamica e infine sul concetto di verità per Einstein».
La canzone preferita?
«La canzone del sole, di Battisti».
Battisti era considerato di destra.
«Non giudico un cantante per le sue idee politiche».
Il film?
«Paisà, il neorealismo di Rossellini. E Gran Torino, il neorealismo di Clint Eastwood».
Il libro?
«Sa che sul mio profilo di Facebook non le ho messe queste cose? Comunque direi I quaderni dal carcere di Gramsci».
L’articolo 7 della Costituzione?
«Quello sui rapporti tra Stato e Chiesa. Togliatti lo votò, intuendo come funzionava il Paese».
Mi pare di capire che lei è togliattiano.
«Be’, Togliatti fu un grande dirigente. Con posizioni discutibili quando parlava dei sovietici, ma abile».
I confini dell’Afghanistan?
«Stan… stan… stan… Una serie di stati che finiscono per stan».
Dov’era il 9 novembre 1989?
«Quando è crollato il Muro? A Botteghe Oscure, nella sede del Pci. Ricordo che nei giorni precedenti il radicale Massimo Teodori, alla Camera, aveva ipotizzato la caduta del Muro di Berlino. I “compagni” avevano detto che la sua era una posizione poco realistica. Poi…».

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