Ambra Angiolini (Magazine – luglio 2009)

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Sono passati più di dieci anni da quando le tirarono una bottigliata per sfregiare il suo cinguettio adolescenziale durante la kermesse Una canzone per l’estate. Il suo successo televisivo era talmente assurdo che nei più sciocchi provocava una specie di furia iconoclasta. Era appena finito il tormentone tv di Non è la Rai. E lei era tanto amata dai ragazzini per le sue performance radioguidate da Gianni Boncompagni, quanto tartassata dai giornalisti: si passò con disinvoltura dai biasimi per il lolitismo alle accuse di tossicodipendenza, per arrivare all’insulto diretto sui chili di troppo. Ora, Ambra Angiolini, 32 anni, dopo essersi reinventata tre-quattro volte (teatrante, cantante, showgirl, dj in radio) ha ribaltato i rapporti: fine del successo spudorato (quello delle folle che vogliono l’autografo) e avanti con la cosiddetta tv di qualità (con Maurizio Crozza su La7) e con i premi della critica. Con Saturno contro, di Ferzan Ozpetek, ha preso più medaglie di un generale sovietico dopo la battaglia di Stalingrado. Poi è stata eletta madrina del festival di Venezia, e ha presentato i Nastri d’Argento. La incontro in uno studio romano, sandali zeppatissimi ai piedi e occhi giganti. Lei, romana, parla senza alcuna inflessione dialettale, ma ammette che tende a prendere la cadenza del luogo dove abita: «Quando sono a Brescia, in pubblico, mi scappa pure qualche fes, il loro intercalare». Sta lavorando a un film per la tv sulla Prima guerra mondiale e ha appena finito di girare Ce n’è per tutti, di Luciano Melchionna. Del suo passato da giovanissima showgirl non rinnega nulla. Anzi. Una delle prime cose che mi dice è che secondo lei, se non avesse avuto quei trascorsi tv trash, col cavolo che si beccava tutti i vari globi, nastri, ciak e via dicendo. Visto che ormai è una “super madrina”, la tengo sui premi. Ci diamo del tu.
Ai Nastri d’Argento ha trionfato Il Divo di Paolo Sorrentino. A lui la miglior regia e a Toni Servillo il miglior attore. Tu a chi daresti il tuo Nastro personale per la regia?
«No, dai! Chiunque io dica, poi sembra che ci voglio lavorare».
Venga messo agli atti che non spari nomi per convenienza.
«Marco Bellocchio. Il massimo. Un po’ di tempo fa mi ha chiamata per un provino».
Poi ti ha scartata?
«Piano con le parole. Già il fatto di essere stata presa in considerazione da quell’artista mi sembra un successo».
Continuiamo con i tuoi Nastri. La migliore attrice?
«Valeria Golino. È pericolosa, nel senso buono del termine».
Quale sarebbe questo senso buono?
«Ha un fascino che ti spiazza».
L’attore?
«Filippo Timi. Scrive anche romanzi folli».
Timi era con te in Saturno contro, il film che ti ha incoronata come attrice.
«Ozpetek era un mio mito. Lo avevo intervistato più volte in radio. Gli dicevo: “E dai, prendimi per fare la portinaia di borgata”».
Poi ti ha presa davvero.
«Mi ha chiamata due ore dopo che avevo partorito il mio secondo figlio, Leonardo. Per paura e timidezza ho aspettato a richiamarlo. Quando ci ho parlato mi ha sgridato: “Manco il Papa è così difficile da rintracciare”. Gli ho chiesto di farmi un provino. Lui si è rifiutato. Mi ha presa e basta».
Secondo te, perché?
«Mi ha detto che aveva deciso dopo avermi vista dietro le quinte di un galà».
Prima di Saturno contro avevi fatto solo fiction tv. Roba tipo Favola… Non un capolavoro.
«Se sei venuto qui pensando che io ti parli bene di Favola ti sbagli. Eh eh».
Che cos’altro avevi interpretato?
«Molto buon teatro off. Cose poco interessanti per la stampa».
Una volta hai detto che la tua passione è l’Antigone di Sofocle.
«Già. Ma l’ho recitata solo sulle scale del Palatino. Fuori dagli studi di Non è la Rai».
Come, scusa?
«Era il testo che mi dava da studiare Stefania De Santis, la maestra di recitazione fornita dalla produzione. Lei è stata un’attrice di Carmelo Bene, mi aiuta ancora oggi. Lavora con molti attori, anche con Timi».
Torniamo sulle scale del Palatino. Perché ti allenavi a recitare, se poi eri imbeccata da Gianni Boncompagni, parola per parola, via auricolare?
«In realtà mi toccava spesso improvvisare. Gianni a un certo punto si addormentava».
Si addormentava?
«La sua assistente mi diceva: “È andato”. E a quel punto ero da sola. Mi accorgevo che Gianni si era risvegliato quando lo sentivo in cuffia masticare cornetti e bere cappuccini rumorosamente. Ruttava, apposta per darmi fastidio. Era un gioco. Ogni tanto mi diceva anche parolacce, sperando che le ripetessi».
Non è la Rai era uno sculettificio. Ragazzine in vetrina che sgambettavano e si mettevano in mostra.
«Alcune critiche alla trasmissione le condivido. E capisco la paura che si aveva allora di creare dei mostri. Ma non tutte avevamo come prospettiva esistenziale il mondo di quello studio tv: la piscina, le palme e la canzone Please don’t go».
Rifaresti tutto?
«Certo. Magari con meno pianti perché mi sentivo inadeguata».
Permetteresti che tua figlia Jolanda facesse qualcosa di simile a Non è la Rai?
«Quello che dico sempre ai ragazzi, quando mi invitano a parlare nei licei, è che non possono pensare che diventare famosi sia un mestiere. Ma se hai un obiettivo, come lo avevo io, è legittimo fare cose per cui verrai criticato anche aspramente».
Dopo Non è la Rai hai fatto anche la cantante.
«Avevo un contrattone con Mediaset, che prevedeva alcune conduzioni e anche performance canore».
Hai inciso quattro album. Con T’appartengo hai venduto più di 400.000 copie.
«In Italia. In Sudamerica credo molte di più. Se avessi voluto sarei rimasta lì tre anni a fare tournée. A Viña del Mar, una specie di Sanremo cilena, venni accolta da quarantacinquemila fan in tripudio. Una mia canzone divenne la sigla della telenovela Bastarda».
In quel periodo sarai diventata ricca.
«Scherzi?».
Quanto è durato il contrattone con Mediaset?
«Sarebbe durato molto. Ma lo abbiamo interrotto prima».
Quando? Dopo la tua conduzione di Generazione X?
«No. Dopo Boom. Una trasmissione con Teo Teocoli e Gene Gnocchi, in cui la mia collocazione non era chiara. In mezzo avevo fatto pure un Dopofestival di Sanremo con Baudo. Per ottenere il permesso da Mediaset scrissi una lettera a Fatma Ruffini, Adriano Galliani, Pier Silvio Berlusconi e non ricordo quale altro dirigente dell’azienda, fingendo di essere il mio avvocato».
Hai lavorato con tutti i superbig: Gerry Scotti, Paolo Bonolis, Pippo Baudo… chi è il migliore nel mondo dello spettacolo?
«A parte Boncompagni, che batte tutti e a cui devo davvero tanto, Adriano Celentano. Eclettico. Con lui ho fatto una specie di intervista/film assurda. Ma poi sono molto legata anche a Dario Fo».
Come mai?
«Stavamo girando Milano-Roma, la trasmissione di Davide Parenti, quando all’altezza di Firenze una macchina si accostò con un cartello. C’era scritto: “Hai vinto il Nobel”. Dario mi guardò stupito. Gli dissi: “Non credo riguardi me”. Arrivati all’autogrill la scena era paradossale: io firmavo autografi ai fan, e lui tutto solo cercava di chiamare la moglie Franca Rame per darle la notizia».
Celentano il migliore. La migliore?
«Simona Ventura».
È uscito un sondaggio su Internet che dice che tu dovresti prendere il suo posto a X Factor.
«Non mi è arrivata alcuna offerta. Però apprezzo che la gente mi abbia votato».
Si dice che ti proporranno anche la conduzione delle prossime Invasioni Barbariche su La7.
«Ho sentito. E sarei onorata da una simile offerta. Ma ti posso dire la verità?».
Certo.
«Dirò una cosa che mi segherà le gambe».
Accomodati.
«Io il successo, quello spudorato, ce l’ho già avuto. E non mi rende felice».
Non è che lo dici perché lo hai vissuto prematuramente? E se invece lo vivessi ora…
«No. Sono diciotto anni che elaboro e rielaboro analisi su che cosa mi ha reso felice o infelice. Ora mi sono pure rotta le palle di elaborare».
Sei arrivata alla conclusione che del successo non te ne frega niente?
«Non è nemmeno così. Diciamo che non lo so gestire. Quando ho avuto troppo successo sono diventata come non voglio essere».
Sgomitante e arrogante? Ai tempi di Non è la Rai avevi grandi rivalità con le altre ragazze?
«No. Né rivalità né amicizie. Tendevo a non portarmi nulla a casa di quel che trovavo sul lavoro. Mi rassicurava abbastanza la mia famiglia».
La tua famiglia, parlamene.
«Ora vivono tutti a Cerveteri. Mio padre lavora in un’azienda alimentare. Sa tutto sui salumi e sui caci. Una volta è venuto alla prima di un mio film a Roma. Alla fine della proiezione mi fa: “Sei brava a papà, mi stupisci sempre. Ora vieni a prenderti in macchina il Pata Negra”. Mi aveva portato un prosciutto di quattordici chili che ho dovuto consegnare all’autista della Medusa film. Capito? Con una famiglia così, ti pare che mi metto a fare la diva? Nella mia vita ci sarà sempre un Pata Negra dietro l’angolo».
È un titolo buono per questa intervista: «Nella mia vita…».
«Se lo usi incornicio il tuo articolo. Ne ho già altri due appesi».
Quali?
«Una recensione di Nico Garrone di uno spettacolo teatrale e un pezzo di Aldo Grasso che mi elogia».
Hai visto che Crozza Italia è stato tolto dal palinsesto di La7?
«Sì. Non è giusto».
È un caso di censura?
«Mi pare difficile spiegare la decisione nel modo in cui la si sta spiegando. Maurizio Crozza è un grande. Sky gli dovrebbe fare una proposta. Che ne so: una trasmissione con Crozza, Luttazzi e Sabina Guzzanti. Molto “in”, no? Io non mi sono mai divertita in tv come con Maurizio in questi due anni».
Tra l’altro facevi la parodia del tg di Red tv.
«Insieme con Carla Signoris».
Ogni volta che dicevate la parola D’Alema cominciavate ad ansimare.
«Al supermercato una volta un tipo mi si è avvicinato e ha urlato: “D’Alema”. Sperava in una mia manifestazione orgasmatica».
D’Alema è venuto ospite da Crozza. Reazioni?
«È stato fantastico. Intanto è l’unico ospite politico che non ha chiesto nulla su quello che avremmo detto o domandato. Poi alla fine mi si è avvicinato…».
Per protestare?
«Macché. Per complimentarsi. Mi ha chiesto: “Ma che cosa le è successo? Come è arrivata da Non è la Rai a Crozza?”. Gli ho risposto: “Evoluzione. Merito di Darwin?”».
A cena col nemico?
«Uhm… Uno cattivo? Priebke, l’ufficiale nazista delle Fosse Ardeatine».
Hai un clan di vecchi amici?
«Sì, antichissimi. Francesca, che stava con me alle medie. Ed Ermanno, truccatore».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Andare a vivere a Brescia, arrivata col pancione e una valigetta. Quando non lavoro sto lì con i miei figli».
Lì hai anche un negozio di scarpe.
«È uno dei piani di fuga. Il piano S, come scarpe».
Francesco Renga, il cantante padre dei tuoi figli, condivide questi piani?
«Sì, ne pensiamo uno a settimana».
Un esempio?
«Prima o poi vorrei aprire un asilo nido dove si faccia musicoterapia».
Sei fissata coi bambini.
«Abbastanza. Quando vado a prendere il mio secondogenito Leonardo all’asilo, invito cinque amichetti e li porto al parco, da sola».
Renga che cosa pensa dei tuoi vecchi dischi?
«Lo divertono. Lui vorrebbe che tornassi al canto. E ogni tanto studio col suo maestro».
L’errore più grande che hai fatto?
«Non chiedere aiuto subito quando mi sono accorta di essere bulimica. Mangiavo e vomitavo. Parliamo del periodo successivo alla fine del contratto Mediaset. Avrò avuto vent’anni. Ora ci scherzo… Ma è un problema sociale serio: tutte le adolescenti sono bulimiche latenti».
La tua canzone preferita?
«Hotel supramonte, di Fabrizio De André. Mi ha accompagnato nel periodo della gavetta teatrale. E poi Il bacio sulla bocca, di Ivano Fossati».
Il libro?
«La signorina Else, di Arthur Schnitzler».
Quando lo hai letto?
«Me lo regalò un autore di Non è la Rai, Peppi Nocera. Parla di moralità, non fu una lettura facilissima a sedici anni».
Il film?
«Piccola posta, con la mia attrice cult, il mio idolo…».
Chi sarebbe?
«Franca Valeri».
Dov’eri il 9 novembre del 1989?
«Quando è crollato il Muro? E chi se lo ricorda? Avevo dodici anni».
I confini dell’Afghanistan?
«Boh».
Quanti articoli ha la Costituzione?
«Uhm… Centotrentanove».
Te l’eri preparata?
«No, me lo aveva già chiesto una volta Bruno Vespa. Ho avuto culo».

Categorie : interviste
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Fan fan 26 novembre 2009

ambra uber alles

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