Renato Zero (Magazine – giugno 2009)

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Bambineeee. Venite da nonnooo». Renato Zero, 58 anni, vate musicale, ex re della trasgressione (“Il triangolo nooo”), passato a uno stile guru total black, mi accoglie all’ingresso del garage di casa sua. Ha due piccolette di 4 e 2 anni aggrappate alle braccia. Sprizzano affetto. Sono le nipoti: figlie del suo figlio adottivo, Roberto. Attraversiamo una stanza stracolma di porta abiti, pellicce, cappotti. Immagino che sia il guardaroba di una vita da Zerofolle, tute sgargianti, boa di struzzo multicolor. Invece no. Sono omaggi, doni. Renato sbuffa: «Mi mandano ’ste robbe… talmente brutte che non saprei a chi regalarle ». La casa è un tripudio hi-tech: mega schermi, pc portatili, cellulari ovunque. Un paio di antennisti si aggirano per le stanze. Lui: «Me lo fate vede’ ’sto satellite?». Durante l’intervista, ogni volta che squilla il telefono, risponde in falsetto, fa finta di essere la sua assistente e poi si passa se stesso: «Renatiiino, è per te».
Zero canta, balla, volteggia, arringa e avvolge i fan da più di quarant’anni. Ha interpretato più di 450 canzoni («Mica tutte scritte da me»), ha appena stampato un disco con diciassette inediti (Presente) e il 20 giugno sarà allo Stadio Olimpico per aiutare i terremotati abruzzesi, duettando con Gigi D’Alessio, Ivano Fossati e compagnia. I suoi adepti, i cosiddetti “sorcini”, non l’hanno mai abbandonato. Anche perché lui con loro ha un rapporto da capo spirituale/padre/fratello. Durante il tendatour Zerolandia li intratteneva persino nella notte di Natale. «Alle nove di sera fermavo il concerto, si cucinavano chili di pasta, comparivano panettoni e spumante. Poi un prete in jeans celebrava messa, e dopo l’amen si riprendeva col concerto». Una roba da setta musicale. Tra una canzone e l’altra, il rito prevedeva (e prevede) il sermone social o intimista del sacerdote Zero: si parla di anziani, di pedofilia, di amori traditi e di amorazzi proibiti. Franchezza romanesca, buonsenso e un po’ di rabbia buonista. Durante uno degli ultimi concerti se l’è presa pure con il ponte sullo Stretto. «Ho solo chiesto ai siciliani e ai calabresi se qualcuno li aveva interpellati. Mi hanno risposto con un brontolio di no. Lo sanno tutti che lì la priorità è la Salerno – Reggio Calabria. Roba che prima di mettersi a guidare su quell’autostrada tocca fare testamento e dire a chi si vuole lasciare la collezione dei dischi di Elvis».
Zero, recentemente davanti ai suoi “sorcini”, lei ha criticato pure l’inadeguatezza dei parlamentari.
«Non per qualunquismo. Ma perché è gente lontana dai disagi reali dei cittadini. Come fai a parlare di disagi con uno come Berlusconi?».
Le hanno mai proposto di fare politica?
«Certo. E ho avuto pure il pensiero sfizioso di attraversare il portone del Palazzo, ma poi ho pensato che lì c’è solo gente che non ha bisogno di nulla».
Non esageri.
«Sui politici ho un disincanto che dura da 40 anni. E poi la mia battaglia è sempre stata quella di non fare della musica
un partito».
Parla dei mille cantanti schierati col centrosinistra?
«Non solo. Credo che i politici invece di usarci per sbatterci sui palchi in campagna elettorale dovrebbero sfruttare la nostra capacità di sentire e consolare i cittadini. Fonopoli…».
La città della musica da costruire alla periferia di Roma. La sua ossessione.
«Il progetto è ancora in vita. E ho appena avuto contatti con il Campidoglio. Vorrei dare alla città un luogo dove far crescere artisticamente i ragazzi».
Per quello scopo ora ci sono i talent show in tv: X Factor, Academy…
«Di quelle trasmissioni apprezzo la riscoperta dello studio e del sapere trasmesso da insegnante ad alunno. Con Fonopoli darei spazio ad attori e cantanti formidabili che magari hanno difficoltà ad andare in scena. Una come Mariangela Melato sarebbe una tutor spaziale».
Ancora Zero politico. Ha polemizzato col Family day.
«Chiedevo un Single day».
Lei è single, ma ha costruito una famiglia anomala.
«Non la trovo così anomala».
Ha adottato suo figlio Roberto quando lui aveva diciotto anni, e ora è nonno.
«Sono stato coraggioso, no?».
Come ha conosciuto suo figlio?
«In un cinema. Stava con due amichetti. Era pettinato come Bart Simpson. Sostenevo già degli orfanotrofi in periferia.
Mi dispiace solo di non aver visto i suoi primi passi».
Ora ha due nipoti.
«Mi rifaccio con loro. Me ne sono fregato di certe regole razziste che vengono impartite nelle scuole o nelle sacrestie. Oggi ho un figlio e due nipoti. Mi sento di assomigliare un po’ di più a mio padre».
Non pensa che chi come lei ha vissuto liberamente la vita e il sesso dovrebbe fare di più per estendere certi diritti a single, coppie di fatto e gay?
«Ho fatto moltissimo. Parlare di certi argomenti tra una canzone e l’altra è servito a me come un lettino dell’analista, ma anche a chi mi ascoltava. Molto spesso mi hanno chiuso il teatro tenda per le cose che dicevo. Mi portavo i quotidiani sul palco, il mio modello era il comico Lenny Bruce».
Una volta, ospite di Pippo Baudo, ha raccontato di come durante la visita del servizio militare, per farsi riformare, si presentò con un look molto omo. La comunità gay l’ha attaccata perché ha concluso il racconto dicendo: «Si tranquillizzi, Colonnello: sono di tutt’altra pasta».
«Si rende conto? Se c’è qualcuno che ha fatto qualcosa per cambiare i costumi di questo Paese, quello sono io».
Ammetterà: lei non parla volentieri della sua vita sessuale.
«Ehm… Perché non ho ancora trovato casa, eheh».
A cinquantotto anni?
«Non si può mai sapere. E poi su questa roba del sesso ho subito violenze pazzesche. Per anni mi hanno aspettato sotto casa per vedere con chi tornavo».
Lei dice di essere cattolico e di andare in chiesa. Che cosa ne pensa del Vaticano anti-unioni di fatto e anti-adozioni gay? E che cosa pensa che pensi il Vaticano di una famiglia come la sua?
«Nella grande geografia della fede, Dio sta sopra tutto, la cosa fondamentale è andare a braccetto con lui. Quello che c’è in mezzo tra me e Dio ha un’importanza relativa. E guardi che ci sono molti sacerdoti a cui ho voluto bene, a partire da don Pietro, fratello di mio padre, presente durante tutta la mia infanzia».
La sua infanzia? Racconti.
«Metà nel centro di Roma, a via Ripetta, tra bottari e artigiani, metà alla Montagnola, quartiere allora iper periferico
dove non c’era altro che… una montagnola».
Le sue prime esibizioni?
«Finite le scuole medie, cominciai a ballare e cantare».
Frequentò corsi o accademie?
«No. Sono autodidatta: nato e cresciuto nell’incoscienza musicale. Ancora oggi non saprei scrivere una partitura. Mio padre, poliziotto, sognava di fare il tenore. Io volevo dimostrargli che i sogni si possono avverare. In casa si ascoltava
molta radio. I dischi me li portava un amico che girava il mondo con la Marina. L’esordio, comunque, è stato nel 1964
al Ciak con le cover degli Animals».
Cantava truccatissimo e con travestimenti sgargianti, già a quattordici anni?
«All’inizio mi facevo chiamare Joseph. Uscivo di casa in bermuda, per non scandalizzare i miei e i vicini. E usavo i portoni dei palazzi come camerini: palandrane fino ai piedi, cinte con appiccicate le foto di vecchie zie, bombette inghirlandate. Volevo dare scacco alla vita».
Il suo nome è Renato Fiacchini. Quando diventa Zero?
«Nel 1967. Andavo spesso in radio per assistere alla trasmissione Bandiera gialla di Gianni Boncompagni e Renzo
Arbore. Gianni mi produsse il primo 45 giri, Non basta sai/in mezzo ai guai. Da Renatino, come mi chiamavano tutti,
divenni Renato Zero».
Tra il 1967 e il 1973, data del suo primo album No, mamma no, che cosa fa?
«Di tutto. Attore, performer, persino il ballerino di fila per Don Lurio, che mi aveva notato al Piper e al Ciak».
Il ballerino?
«Certo, anche in Rai, con Rita Pavone. Io quando entravo in pista facevo l’effetto di Tony Manero nella Febbre del sabato sera. Ho ballato anche per Jimi Hendrix».
Come, scusi?
«Con un gruppo di ballerini che si chiamavano The Kittens…».
…gattini…
«… aprimmo il concerto di Hendrix al Brancaccio. Poi tutti insieme al Titan, a mangiare e a suonare. Stargli accanto
faceva un certo effetto. Sempre in quel periodo ho fatto Hair al Sistina. C’erano anche Loredana Berté e Teo Teocoli. E l’Orfeo 9 di Tito Schipa Jr. Roba forte».
Si è divertito parecchio.
«Ero una scheggia. Con una mia eleganza stravagante. Indossavo collane navajo con denti di cavallo e stranezze varie. E cercavo di fare più esperienze possibili. Frequentavo anche Mario Schifano, il pittore, e amavo Fellini. Con lui feci anche qualche comparsata».
E suo padre? Quando la vide cantare la prima volta?
«Lo invitai a una serata in piazza, nel paesino di Monte Compatri. Credo fosse una sagra delle salsicce. Me ne dissero e urlarono di tutti i colori. Lui mi consigliò di non reagire».
Non era ancora il tempo dei sorcini.
«No, quelli vennero a metà anni Settanta».
Fan sfegatati.
«Mi aspettavano sotto casa. Una volta, a Torino, la polizia mi svegliò di notte in albergo. Erano convinti che una ragazza di quindici anni, mia fan, fosse scappata di casa per venire da me».
Ci sono ancora molti sorcini in giro?
«Sì. Ci sono persino imitatori che usano il mio nome per riempire serate musicali. Ingannano i fan. Sono truffatori».
Si dice che i sorcini si lamentino perché lei in concerto non canta più le vecchie hit: Il cielo, Il carrozzone ecc.
«Quei pezzi appartengono agli stessi fan. Non c’è bisogno che li riproponga io».
Risposta furba.
«Mettiamola così. Avendo interpretato centinaia di pezzi, qualche scelta la devo fare».
Che cosa replica a chi la accusa di aver copiato David Bowie con il suo look anni Settanta glam/rock?
«Ancora? Replico che in quel periodo chi era un po’ irrequieto non poteva non truccarsi. Io ho conosciuto il mimo/coreografo Lindsay Kemp, quando non lo conosceva nessuno. E cominciai prestissimo a curare il mio beauty case. C’è gente che mi cerca perché certi maquillages ce li ho solo io».
Perché a un certo punto ha cambiato look, dalle tute attillate e il fard fino al total black?
«Da ragazzo volevo essere un personaggio. Ma non mi sono mai messo a tavolino a disegnare come doveva essere Renato Zero. Ho sempre fatto tutto con incoscienza. Quando mi sono accorto che gli altri da me volevano solo il baraccone, ho cercato di svincolarmi».
Non ha avuto paura di perdere i suoi fan?
«No. Loro amano la mia sincerità, non il mio look. E l’artista è quello sincero che crea emozioni. Madonna per esempio, non è un’artista».
E che cosa è?
«Una grandissima imprenditrice della propria immagine. Io l’ho vista la prima volta a New York. Ero in un locale con
Elio Fiorucci. Si presenta questa ragazza con un registratore e comincia a sgambettare. Non mi diede nessuna emozione, se non la tenerezza. Anch’io ero andato in giro come lei per anni».
Milioni di fan possono testimoniare che Madonna dà emozioni.
«Mai come quelle che ti può dare Barbra Streisand. O Nina Simone. Quando sei abituato a frequentare l’arte, sai riconoscere un semplice replicante. Se hai ascoltato i Chicago, non puoi impressionarti con i Maroon Five».
Chi sono oggi i giovani cantanti che meritano il rango di artisti?
«Tiziano Ferro, Biagio Antonacci e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Con lui ho appena fatto una jam session in un locale del quartiere Testaccio. Dall’estero invece arrivano molti bluff».
Con chi farebbe un duetto, con Giorgia o con Laura Pausini?
«Con Giorgia l’ho già fatto all’Olimpico durante un mio concerto. E anche con la Pausini. Hanno entrambe una certa sofferenza».
Con Jovanotti o con Marco Carta?
«Che domanda è? Dovrei aspettare una ventina di anni per rispondere. Anche Jovanotti ha cominciato con È qui la festa? Ora fa ben altro».
A cena con il nemico?
«Il migliore nemico che ho, sono io. Ma non so se mi inviterei a cena».
Ha un clan di amici?
«No. Mi contendo gli amici migliori con altri amici. Ne ho anche di antichissimi. Attrezzi dei tempi della Montagnola».
Li vede spesso?
«No. Anche perché dopo un po’ che li frequenti i vecchi amici hanno poco da dirti. E a me piacciono le novità».
L’errore più grande che ha fatto?
«Da ragazzo sono andato un po’ troppo veloce. Se corri così, certe cose non te le godi».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«L’adozione di Roberto».
La canzone preferita?
«L’Ave Maria di Gounod. Dà serenità».
Il film?
«Almeno due: Hollywood Party con Peter Sellers e La classe dirigente con Peter O’Toole che pensa di essere Cristo».
Il libro?
«Adoro le testimonianze epistolari di Oscar Wilde e di Pasolini».
Cultura generale: i confini del Brasile?
«La samba, il Pan di zucchero, il Corcovado…».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Tre euro… meno? Di più?».
Uno e venti. Quanti articoli ha la Costituzione?
«Infiniti».
Circa quanti?
«Dieci?».
Centotrentanove. Dov’era il 9 novembre 1989?
«Quando è crollato il Muro di Berlino? Ero a Roma. Di tutti gli eventi a cui ho assistito in tv è quello che mi ha colpito di più. Più del primo uomo sulla Luna nel 1969. L’allunaggio è stata una roba tutta americana. Il crollo del Muro è stato planetario».

Categorie : interviste
Commenti
fifi 17 luglio 2011

straordinaria intervista…. grazieee
spero ce ne siano altre altrettano belle….
scusate ma su quale rivista fu pubblicata???
un bacio <3 filo

vz 20 luglio 2011

Sul Magazine del Corriere della Sera nel giugno 2009. Ora il Magazine si chiama Sette (è l’inserto settimanale che esce il giovedì).
grazie

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