Pietro Grasso (Magazine – giugno 2009)

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Prima di diventare procuratore nazionale antimafia è stato giudice nel maxi processo (ricordate l’aula bunker?), consulente della Commissione antimafia e capo della Procura di Palermo. Pietro Grasso, sessantaquattro anni, è uno che racconta dell’attentato di cui doveva essere vittima e delle minacce dei boss al figlio come se stesse discutendo la formazione della Nazionale al bar. Con un mezzo sorriso sulle labbra. Lo chiama “fatalismo”. Parla a bassa voce.
Incontro Grasso nella sede della Direzione nazionale antimafia, un ex carcere nel centro di Roma: corridoi grigi, pareti
scrostate e un cortiletto dove i dipendenti prendono il caffè. La sua stanza, l’unica affrescata, è tappezzata di targhe e statuette togate o in divisa da carabiniere. Il tavolo, invece, è ricoperto di carte e di fascicoli. Nel disordine si fa largo la copertina bianca del suo ultimo libro (Per non morire di mafia, Sperling & Kupfer): un’immersione nel mare nero della lotta alla criminalità organizzata. I rapporti tra mafia e politica, le nuove organizzazioni criminali, il riciclaggio, lo spaccio, le bombe, gli ammazzamenti. C’è anche la famosa “trattativa” tra Stato e Cosa nostra, che seguì l’omicidio Falcone e di cui hanno parlato recentemente anche il pentito Giovanni Brusca e Ciancimino Jr. Prima di arrivarci, partiamo dai super latitanti.
Chi è, oggi, il padrino più ricercato?
«Matteo Messina Denaro, boss del Trapanese».
È lui l’attuale capo dei capi?
«No. Non c’è più una direzione strategica come ai tempi di Riina e Provenzano».
Vuol dire che Cosa nostra è stata sconfitta?
«Assolutamente no. La cupola funzionava solo per dare gli indirizzi generali. A livello locale un capofamiglia era e resta il re del suo territorio. C’è sempre stato un federalismo esasperato».
Lo Stato colpisce la mafia con…
«La cattura dei grandi latitanti, il pentitismo, le intercettazioni, soprattutto ambientali, e il sequestro dei beni».
I super latitanti…
«Quando becchi uno come Provenzano c’è un effetto positivo tra i cittadini. È il segno che lo Stato si muove».
Il pentitismo…
«Al di là delle rivelazioni, fondamentali, i collaboratori di giustizia sono granelli di sabbia nell’ingranaggio oleato dell’omertà. Chi ha un pentito nel proprio clan perde di credibilità. I boss iniziano a perdere la fiducia gli uni negli
altri. Brusca ha raccontato che ormai molte azioni criminali vengono fatte a volto coperto per non farsi riconoscere
dai propri compari, possibili pentiti».
Chi è il pentito più importante di cui ha raccolto la testimonianza?
«Nino Giuffrè».
Come si convince un criminale a parlare?
«Nel caso di Giuffrè è lui che ha cercato me. In generale si studia la situazione psicologica e malavitosa. Senza certi presupposti è inutile cercare di convincere qualcuno a confessare. Non andrei mai da Riina o da Provenzano».
Perché?
«Chiedere a loro di pentirsi sarebbe come chiedere a me di diventare mafioso».
Diceva dell’importanza del sequestro dei beni…
«È fondamentale. Ma rintracciare i soldi mafiosi è difficile».
Perché?
«Il mafioso si fa fare aperture di credito dalle banche, tramite garanzie ottenute con certificati di deposito nei paradisi
fiscali. Le banche…».
Il giudice Roberto Scarpinato, qualche settimana fa, si è lamentato del fatto che il governo ha bloccato le password con cui le Procure potevano avere notizie dell’esistenza dei conti bancari.
«Prima di Scarpinato, abbiamo protestato noi della Direzione antimafia. Senza quelle password l’acquisizione dei dati è molto rallentata. Stiamo lavorando per ottenerle, magari a titolo gratuito, visti i problemi di bilancio».
Ma i mafiosi come sono diventati esperti di finanza e di conti internazionali?
«In tutte le attività la mafia ha una rete di collaboratori esterni con cui si scambia favori: persone apparentemente
oneste, non affiliate, che ricevono vantaggi nel fare affari con la malavita».
Sono i criminali punibili per concorso esterno in associazione mafiosa?
«Sì. Ma quello è un reato difficile da dimostrare. Io spesso ho preferito chiedere una condanna per favoreggiamento
e ottenerla, piuttosto che una meno probabile per associazione mafiosa. È successo nel caso di Totò Cuffaro».
Il leader dell’Udc siciliana, condannato in primo grado, per favoreggiamento semplice.
«Vedo l’antimafia in maniera concreta. Non ideologica, né sociologica. Non mi interessa dare etichette di “associato
mafioso”, mi interessa che una persona venga condannata se ha commesso un reato».
C’è chi, proprio per questo, ritiene che lei sia troppo prudente nel perseguire i rapporti tra politica e cosche.
«Il giudice Antonino Caponnetto, a chi lo accusava di non perseguire i potenti, come Lima, diceva che con i politici
bisogna avere buone probabilità sull’esito positivo del processo, che altrimenti si rischia l’effetto boomerang».
Quale effetto boomerang?
«Ricorda il caso Musotto?».
L’ex presidente della provincia di Palermo arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa.
«Dopo essere stato assolto, si è ricandidato, 200mila voti. Chi l’ha votato magari ha pensato che la magistratura
non è credibile perché manda in galera innocenti. Quando ero procuratore a Palermo ci sono stati casi in cui i colleghi
spingevano per procedere contro un politico…».
Chi era?
«Giovanni Mercadante».
Ex di Forza Italia.
«Non credo che il potere di un magistrato sia legittimato a colpire una persona quando le sue responsabilità penali
non consentono il processo. Si chiese al giudice di procedere al suo arresto solo quando spuntò l’intercettazione
che lo incastrava».
Sulle intercettazioni lei ha criticato il governo.
«Certo. La legge così com’è rende difficile l’uso di uno strumento fondamentale per la lotta a certe forme di criminalità».
Mafia e politica. È vero che è nata una nuova professione malavitosa, il broker elettorale?
«Abbiamo intercettato persone che vendevano voti».
Quanto costa un voto?
«Anche solo 10 euro. Ma il dato è che prima la mafia non aveva bisogno di pagare per ottenere i voti sul territorio».
Le sembra un segno di indebolimento?
«Io l’ho letto così».
Lei quando è entrato in magistratura?
«Nel 1969. Alla professoressa delle medie che mi chiedeva che cosa volessi fare da grande, risposi: il giudice».
Il primo incarico?
«A Barrafranca, provincia di Enna. Era un territorio mafioso, ma ammetto che mentre stavo lì non ne avevo la percezione perché non c’erano omicidi. Ricordo l’acqua razionata, le donne tutte vestite di nero…».
Quando rientrò a Palermo?
«È brutto dirlo, approfittai della morte del procuratore Pietro Scaglione, nel 1971. Era la prima volta che la mafia colpiva così in alto e improvvisamente si liberarono dei posti. Poi nel 1980 mi occupai dell’omicidio di Piersanti Mattarella. E nel 1985 mi chiesero di diventare giudice a latere del maxi processo».
Accettò senza tentennamenti?
«Chiesi a mia moglie se era d’accordo. La misi giù dura: “Se vuoi rifiuto, poi lascio la magistratura”. Poco dopo arrivarono le prime minacce. Un uomo al citofono, ci gelò: “I figli si sa quando escono ma non si sa quando tornano”».
Ha mai pensato, “ma chi me lo fa fare”?
«Una volta in particolare. In un negozio di articoli sportivi incontrai un giovane mafioso, condannato al maxi processo, che sarebbe dovuto essere in carcere. Il giudice che si era occupato di lui evidentemente non lo riteneva sufficientemente pericoloso. Per un attimo, mentre scrivevo le circa 8.000 pagine della sentenza, pensai proprio “ma
chi me lo fa fare?”. Però mi rimisi subito al lavoro, proprio per evitare altri casi come quello».
Hanno mai provato a ucciderla?
«Sì. Il pentito Gioacchino La Barbera, durante una deposizione kafkiana, un giorno mi raccontò come i corleonesi di Riina avevano progettato il mio attentato».
Come?
«Con una bomba nascosta in un tombino sotto la casa dei miei suoceri. Doveva essere l’ennesima “spintarella” per favorire la famosa trattativa».
Quella tra Stato e Cosa nostra, voluta da Riina dopo la morte di Falcone?
«Sì. Quella durante la quale Riina avrebbe consegnato ad alcuni esponenti delle istituzioni un “papello” con delle
richieste».
Ci sono rivelazioni nuove in questi giorni su quella “trattativa”. A Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco condannato per mafia, sono state rubate le copie dei verbali in cui parla proprio della “trattativa”.
«Ci sono indagini in corso. Non ne posso proprio parlare. La trattativa comunque non andò in porto: Riina pochi mesi dopo venne arrestato».
Com’è la vita da condannato a morte per sentenza mafiosa?
«Con Giovanni Falcone ci scherzavamo spesso. Ci vuole una buona dose di fatalismo. Altrimenti è meglio cambiare
mestiere».
È vero che sulla macchina di Falcone, saltata in aria, ci doveva essere pure lei?
«Per puro caso trovai posto su un aereo il giorno in cui era prevista la nostra partenza. Falcone invece rinviò il volo al
giorno dopo. Conservo ancora il tagliando del check-in. Se avessimo preso lo stesso volo, avrei sfruttato il passaggio
in macchina da Punta Raisi a Palermo. Anni prima per un pelo avevamo evitato un altro agguato».
Quando?
«In un ristorante sul mare vicino a Catania. Andammo lì con tre giornalisti. Senza saperlo ci eravamo infilati in un
locale pieno di mafiosi. Anni dopo, scoprimmo che i picciotti del ristorante non erano riusciti a contattare Nitto
Santapaola per avere l’ok e farci fuori».
Nel suo libro Falcone è molto presente. Scrive anche che sul suo omicidio non è ancora stato detto tutto.
«Sul movente e sui mandanti il quadro non è completo. Credo ci fosse qualcun altro oltre alla mafia ad avere interesse
per la morte di Falcone».
Chi?
«Ancora non si sa. Ma Falcone stesso, dopo la morte del diccì Salvo Lima, mi disse: “Ora può succedere di tutto”. E così è stato. Fatti, non dietrologie o teorie fantasiose. Tra il ’92 e il ’93 Cosa nostra partecipa a una specie di strategia della tensione: con bombe, ammazzamenti, falsi allarmi… si parla persino di un possibile assalto alla Rai di Saxa Rubra. E poi c’è l’inspiegabile black out a Palazzo Chigi. Tutte cose non ancora chiarite».
Scenario poco rassicurante. Se fosse un imprenditore del Nord, oggi investirebbe nel Sud Italia?
«A Palermo, dove c’è un movimento culturale contro il pizzo molto forte, direi di sì. In Campania e in Calabria non mi sento ancora di garantire. Ma guardi che le mafie collaborano tra loro, non ci sono compartimenti stagni: i cosiddetti Casalesi facevano parte di Cosa nostra, i calabresi raffinavano droga in Puglia…».
È vero che la ’Ndrangheta calabrese attualmente è l’organizzazione criminale più forte e moderna?
«Sì».
Come mai della ’Ndrangheta si è sempre parlato poco rispetto a Cosa nostra?
«La ’Ndrangheta ha evitato i riflettori. Mentre Cosa nostra con le bombe e l’attacco alle istituzioni spingeva lo Stato a una repressione durissima, i calabresi passavano dai rapimenti al controllo diretto ed esclusivo del traffico di cocaina con la Colombia. Ora però con la strage di Duisburg e l’omicidio Fortugno sono usciti allo scoperto. E infatti sono arrivati i primi arresti pesanti».
A cena col nemico?
«Bernardo Provenzano. Ma solo se venissi a sapere che è disponibile a parlare».
Lei ha un clan di amici?
«No, ho parecchi conoscenti».
Lo dice per non metterli in pericolo?
«No. Ho un senso dell’amicizia molto forte. Ma non ho ancora trovato qualcuno che abbia compensato il vuoto lasciato da Falcone».
L’errore più grande che ha fatto?
«Quando potevo non ho danneggiato alcune persone».
Di chi parla? E perché avrebbe dovuto danneggiarle?
«Non posso fare nomi. E il problema non è il perché, ma il fatto che poi loro invece di essere riconoscenti, hanno cercato di danneggiare me. Comunque mi comporterei ancora allo stesso modo. Non so fare del male».
Lei è favorevole o contrario alla separazione delle carriere tra i giudici e i magistrati?
«Sono contrario. Io ho fatto entrambe le esperienze».
Le è mai capitato di fare il giudice in un processo in cui il pubblico ministero era un suo ex collega?
«Sì. Ma comportarsi bene è un problema di coscienza. Conosco anche molti avvocati, ma non per questo li ho favoriti».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Partecipare al maxi processo. Prima andavo in moto, facevo sport all’aperto, anche con mio figlio. Poi… ho smesso persino di andare al cinema».
Il film preferito?
«Potrei dire il Padrino. Ma preferisco Un uomo, una donna, di Claude Lelouch».
Il libro?
«Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia».
La canzone?
«Una carezza in un pugno di Celentano. Diciamo che dopo il 1985 non ho più aggiornato molti di quelli che erano i miei
interessi. In musica, mi fermo ai Pink Floyd».
Cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Non faccio la spesa. E, soprattutto, non bevo latte».
I confini della Corea del Nord?
«Uhm… La Corea del Sud e la Cina».
L’articolo 139 della Costituzione?
«È quello per cui in Italia non si può cambiare la forma repubblicana?».
Sì. Dov’era il 9 novembre 1989?
«Quando è crollato il Muro di Berlino? In ufficio. Il giorno dopo mi sottoposero una intercettazione. Un camorrista napoletano ordinava al suo compare che stava a Berlino Ovest di correre a Berlino Est e comprare…».
Comprare che cosa?
«Tutto. Locali, discoteche, pizzerie, alberghi… appena sbloccata la cortina di ferro… vooom… i nostri mafiosi erano già all’opera».

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Commenti
giulia86 25 giugno 2010

Giudico pregevole l’intervista di Vittorio Zincone per la sagacia delle domande formulate. Pietro Grasso è uno dei personaggi che ammiro di più, prima di tutto per il ruolo che riveste, quello di Procuratore Nazionale Antimafia e poi per la chiarezza con cui si esprime e con cui rende comprensibili i concetti. Lo ammiro perchè lo ritengo un uomo coraggioso come da sempre sostengo con assoluta convinzione lo sia stato Giovanni Falcone, un eroe vero. E su Giovanni mi piace ricordare questa frase: Le sue idee non muoiono ma continuano a camminare sulle idee di altri uomini. Forse si può sperare in una almeno parziale sconfitta della mafia; tanta strada è già stata fatta, ma si può ancora fare tanta strada.

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