Elena Sofia Ricci (Magazine – giugno 2009)

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I più timidi si avvicinano fischiettando, si piazzano dietro la sua sedia, e senza dirle nulla fanno cenno a un amico di scattare la foto. Ma la maggior parte, più sfacciatamente, le chiede di posare. «Lei è quella dei Cesaroni? È proprio lei?». Un sorriso… Clic. Una signora di Cremona tira fuori il blocchetto di carta: «Una dedica a mia nipote Marta». Poi arrivano le scolaresche. Un delirio di bambini con macchinette, flash, telefonini. Urlano: “Cesaroniiiii”, “Sei bellaaa”. Una ragazza si avvicina, commossa: «Oggi era un brutto giorno. Ora che l’ho incontrata sto molto meglio». Se ti siedi in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste con Elena Sofia Ricci, la metà del tempo la passi a frenare i fan che non trattengono
l’entusiasmo. L’attrice firma, si diverte. Ma quando capisce che l’accerchiamento degli ammiratori più giovani sta per degenerare, alza un po’ la voce: «Stooop. Siete troppi e non voglio scontentare nessuno. Quindi…». Gli alunni si zittiscono. «Farò un autografo per ogni classe». Boato. Applausi. Incontro Elena Sofia (gli sms li firma così), attrice di teatro, cinema e tv, con una carriera più che ventennale alle spalle, nel giorno in cui vengono pubblicati i dati sull’audience dell’ultima puntata dei Cesaroni: l’hanno seguita otto milioni di persone. Circa il 38% di share. La saga che si svolge nel quartiere romano della Garbatella ha avuto ascolti bulgari. Lei cerca di spiegarmi che il pubblico la ama anche per altri ruoli che ha interpretato nel passato, ma viene momentaneamente smentita dalle grida dei bimbi: «Lucia, Lucia… con te c’è anche Rudi?». Lucia è il personaggio di mamma/professoressa nella serie cesaroniana e Rudi
è il suo figliastro. Visto il clima di entusiasmo informale che ci circonda, ci diamo del tu.
Se a Trieste ci sono queste scene di delirio, a Roma, in zona Garbatella, che cosa succede?
«Ci vogliono bene. Ma una volta, un tipo da una macchina ha gridato: “A Cesaronii, avete rotto li cojo…”. Forse perché
con le riprese bloccavamo il quartiere».
Il successo di questi personaggi delle fiction tv non è un po’ soffocante per un attore?
«Prima di tutto è gratificante. E fidati: oggi c’è una tale quantità di scelte televisive, che il personaggio ti resta attaccato per poco e la sua popolarità si consuma rapidamente. Poi io faccio altro».
Sbaglio o hai già vissuto quest’immedesimazione attore/personaggio seriale?
«Quando ero Anna Obrofari di Orgoglio».
Per non restare Anna Obrofari a vita, decidesti di saltare la terza serie.
«Anche allora, però, come con i Cesaroni, all’ultima puntata piansi».
Hai pianto guardando l’ultima dei Cesaroni?
«Certo. La scena finale con quei testoni di Alessandra Mastronardi (Eva) e Matteo Branciamore (Marco) è molto commovente».
Perché testoni?
«Sono talentuosi, ma lavativi. Dovrebbero andare a scuola di dizione e di tecnica vocale. Pensa che quando parla Matteo, io non lo capisco proprio. Alessandra…».
Pare che nella prossima serie la Mastronardi non ci sarà.
«A me risulta di sì. Almeno all’inizio».
Si dice che anche tu abbia deciso di mollare.
«Davvero? Uhm. Ecco perché ho visto in tv che qualcuno ha fatto una petizione per tenermi nella serie».
Non far la vaga. Ci sarai o no nei prossimi Cesaroni?
«Ora mi butto su altri impegni. Poi vedremo».
Fai come Mourinho, l’allenatore dell’Inter? Fingi di lasciare, anche per vedere di migliorare il contratto?
«Macché. È solo che passerà un po’ di tempo prima che il pubblico veda la quarta serie dei Cesaroni. Sicuramente ci
sarà qualcosa di diverso. Chissà. Io nel frattempo sto girando un film, Gli ultimi del paradiso, con Massimo Ghini».
L’attore della fiction è considerato inferiore rispetto a quello di teatro o del cinema?
«Il Muro di Berlino che divideva i televisivi da quelli del cinema è crollato. Prima molti facevano gli snob: “Io la tv
non la faccio”. Adesso c’è la fila».
Tu che nasci in teatro, sei mai stata snob nei confronti della tv?
«Mai. Ho fatto mio, da subito, un consiglio di Mastroianni».
Quale?
«Da ragazza mi disse: “A Sofi’, devi accettare tutto. Questo mestiere lo si impara facendolo. E tutti i lavori possono
essere nobili”».
Come mai conoscevi Mastroianni?
«Vengo da una famiglia di scenografi e architetti. Mi hanno raccontato che in casa giravano pure Camus, Picasso e
Stravinskij».
Quando hai capito che avresti fatto l’attrice?
«La passione per il palco, per le luci e i teatri arrivò grazie a mia nonna, che mi consigliò la danza».
L’esordio da attrice?
«Dopo essere stata respinta all’Accademia d’arte drammatica, venni presa per il ruolo di Agnese, nella Scuola delle mogli di Molière. La parte la preparai col mio secondo padre, il regista Pino Passalacqua».
Il padre vero…
«Se ne andò di casa che ero piccolissima. L’ho rivisto dopo parecchi anni e un bel periodo di analisi».
Ricordi il tuo primo ciak?
«Certo. Con Pupi Avati in Impiegati. C’era una scena in cui facevo domande indiscrete a un collega. L’avevamo preparata con toni suadenti e seduttivi. La girammo e una volta finito, Pupi fece: “Bene. Ora me la rifate parlando come
nella vita reale, invece di recitare come due coglioni”».
A ventisei anni hai vinto il tuo primo premio.
«Tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 ne ho presi parecchi: un Globo d’Oro, un Nastro d’Argento, un David…».
I premi servono?
«Direi di no: dopo il secondo David vinto da protagonista ho praticamente chiuso con il cinema, eh eh».
È vero che hai rifiutato la parte principale nel film Revenge con Kevin Costner?
«Sì. Arrivai a Los Angeles su un jet privato della produzione. Feci il provino con tanto di bacio a Costner…».
Sarai invidiatissima dalle lettrici.
«Lui non era male, ma anche io non scherzavo. Il problema è che quando baci per lavoro è come se lo facessi con un
frigorifero».
Vabbè, ma perché rifiutasti la parte?
«Mi proposero un contratto assurdo di esclusiva con la casa di produzione, per cinque anni. Senza la possibilità di
scegliere io i film a cui lavorare».
Pentita di aver detto no al cinema americano?
«No. Anche perché ho scoperto di essere un po’ pantofolara. Che sia nelle bettole orrende che ho frequentato a inizio
carriera o negli alberghi hollywoodiani, a me andare in giro non piace tanto. Ho bisogno di casa, di famiglia».
Molto cesarona.
«Molto famiglia allargata. Sono per i famiglioni: in quanto figlia, perché i miei si separarono, in quanto madre/moglie,
perché ho avuto due figlie, Emma e Maria, da due padri diversi e mi sono sposata due volte, e in quanto attrice, per i Cesaroni».
Il cardinale Pappalardo ha appena criticato lo spot di un’autovettura che descrive un famiglione allargato. Avvenire se l’è presa proprio con i Cesaroni…
«Mi pare ci sia un po’ troppa ipocrisia in certi giudizi. Le Chiese, tutte, mi sembrano spesso lontane dalla vita dei cittadini e dalla loro spiritualità. Per fortuna ci sono preti fantastici che pensano all’importanza dell’amore».
Coppie allargate e nuove coppie. Una volta hai detto di essere contro le adozioni da parte dei gay.
«Non sono contro. Ho solo detto che magari, prima di favorire le coppie gay, andrebbero aiutate le coppie etero. Ma
poi sono favorevole alle unioni di fatto… Sono sempre stata di sinistra».
Non lo sei più?
«Dov’è la sinistra? Quando vedo che al referendum sulla fecondazione assistita Rutelli vota “no” e Fini vota “sì”, non
so che cosa pensare. Fini sembra uno dei più democratici e non c’è più una sinistra che mi rappresenti».
Ti hanno mai proposto di fare politica?
«No. E comunque non avrei accettato».
Perché?
«Perché non è il mio mestiere».
Altri attori si sono buttati in politica.
«Non li critico. Ma preferisco fare quel che faccio meglio. Qualche anno fa mi hanno pure chiesto di condurre Domenica in. Ho rifiutato».
Ora stai girando un film abbastanza “politico”.
«Sì. Parla di incidenti sul lavoro, dell’Italia non meritocratica e di una famiglia che non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena».
Un bel salto rispetto ai Cesaroni.
«È la cosa che amo di questo mestiere: passare dalla storia di Giovanni Falcone a Orgoglio, da Pirandello…».
…alle pubblicità tormentone. Hai fama di essere metodica, una precisetta.
«Sono puntuale, ma metodica non direi. O meglio. Seguo un metodo, il mio, che è molto poco metodico».
Cioè?
«Arrivo spesso sul set senza sapere la parte».
E come fai?
«Ho una memoria a presa rapida e rilascio immediato. Ci metto un secondo a imparare una battuta, ma dieci minuti dopo averla recitata, non ricordo nemmeno a che personaggio apparteneva. Anche nella preparazione dei personaggi sono svelta».
Il record?
«Francesca Morvillo, la moglie di Giovanni Falcone. Mi chiamarono a una settimana dall’inizio delle riprese. Massimo Dapporto interpretava il magistrato. Lui è un vero amico».
Hai altri amici nel mondo dello spettacolo?
«Buy, Gerini, Ghini, Amendola. Ricambio la stima di Sabrina Ferilli, che un paio di volte ha detto che sono una delle sue attrici di riferimento».
Le giovani attrici più brave in circolazione?
«Capotondi, Crescentini, Chiatti».
Il partner con cui avresti voluto lavorare?
«Marlon Brando, Spencer Tracy…».
Un attore italiano con cui lavoreresti volentieri?
«Sergio Castellitto. Un film che avrei voluto fare con lui è Non ti muovere».
Il regista ideale?
«Ho un elenco».
Un nome solo.
«No: Spielberg, Luhrmann, i Coen, Tornatore, Sorrentino, Virzì, Ozpetek…».
Fermati.
«Aspetta, aggiungi il giovane Manfredonia».
Un ruolo che non faresti mai?
«Un porno».
Lo sai che su YouTube, se digiti Elena Sofia Ricci, la prima cosa che spunta è una tua scena in mutande?
«Viene da Commedia sexy. Una roba da ridere. L’unica scena osé che ho girato è stata in Ne parliamo lunedì. E poi, ti posso dire? Io su YouTube non ci vado».
Perché?
«Sono analfabeta informatica».
Ma hai fatto lo spot di una connessione Internet.
«Mi hanno pure premiata come testimonial ideale».
L’errore più grande che hai fatto?
«Il primissimo film».
Quello di Pupi Avati?
«No, una roba fatta prima ancora del teatro».
Ma allora l’esordio al cinema non è stato con Avati.
«Ti spiego. Durante l’ultimo anno di liceo, feci una parte in Canto d’amore. Gratis. Non mi rimborsarono nemmeno il pullman con cui andavo da Acilia a Cinecittà. Mi doppiarono e nei titoli di coda mi cambiarono il nome».
Quindi non risulta nel tuo curriculum. Perché ti cambiarono nome?
«Io in realtà mi chiamo Elena Sofia Barucchieri, ma già allora volevo essere chiamata Ricci. La produttrice mi disse che con quel nome non sarei andata da nessuna parte e quindi scrisse Elena Hüber».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Andare alla festa di beneficenza dove ho incontrato il mio attuale marito».
Stefano Mainetti, il musicista. Suona per te?
«Suona. Continuamente. Alcune parti della colonna sonora di Orgoglio, quelle delle mie scene, si vedeva che erano particolarmente ispirate».
Che cosa guardi in tv?
«Tutto. Anche i reality».
Se tua figlia Emma, 13 anni, ti dicesse che vuole partecipare a un reality, o fare il provino da velina…
«Mi opporrei. Perché sprecherebbe il suo talento d’artista. Che invece dovrà coltivare col lavoro».
Il libro della vita?
«Delitto e castigo. Ero disperata quando l’ho finito».
La canzone?
«Volo alto: il Rac 2. Concerto per piano di Rachmaninov».
Il film?
«E.T. Ogni volta che vedo il finale con le bici che si alzano in volo, comincio a piangere. A cascata».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Non lo so, butto tutto nel carrello, senza guardare».
I confini della Corea del Nord?
«La Corea del Sud… e la Cina».
L’articolo 1 della Costituzione?
«Uhm».
L’Italia è una…
«…Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Dove eri il 9 novembre 1989?
«Quando è crollato il Muro di Berlino? In albergo. Tra un volo e un altro per una tournée. Da sola. E rosicavo perché non potevo condividere la gioia.

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