Pietro Ichino (Magazine – aprile 2009)

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Pietro Ichino, 60 anni, gli ultimi sette vissuti sotto scorta, è il giuslavorista del Pd meno amato dal sinistrismo italiano. Abolizionista sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e gran cerimoniere del Welfare danese, nella primavera scorsa è stato pure oggetto di un corteggiamento berlusconiano. Dopo aver dato buca al Cavaliere è rimasto comunque nei cuori dei pidiellini, che ogni tanto provano a tirarlo per la giacca per dimostrare che le loro riforme sono apprezzate anche dal Pd («Ichino dice cose simili, quindi…»). Lo incontro nello studio legale che fu del nonno e del padre. Tre piani tappezzati di volumoni. Ne apro uno a caso e mi trovo di fronte a una poesia di Bertolt Brecht che più operaista non si può (Tebe dalle sette porte, chi la costruì?). Essendo Ichino, con i suoi articoli sul Corriere, il capofila della lotta al fannullonismo, gli chiedo di cominciare da qui. Alla vigilia della festa dei lavoratori – il 1° maggio
– partiamo con la guerra ai finti lavoratori.
Come se la sta cavando il ministro Brunetta?
«L’apparato ministeriale sta frenando la riforma».
E Brunetta lascia fare?
«Girano bozze di decreti molto difettosi. Ma Brunetta ha avuto la grande intuizione di cogliere l’insofferenza dei cittadini nei confronti delle inefficienze pubbliche. E poi ha capito l’importanza del nostro contributo».
Il Pd sta aiutando Brunetta?
«È lui che ha accolto le nostre linee guida: trasparenza totale, valutazione e il benchmarking».
L’amministrazione pubblica come una casa di vetro?
«Questo dovrebbe essere l’obiettivo».
Brunetta ha introdotto gli emoticon: i simboletti con cui i cittadini possono valutare i servizi.
«È una cosa buona. Ma bisogna fare di più. Si devono rendere visibili in rete gli indici sui quali va valutato ogni ufficio: quanto ci mette a pagare un debito dello Stato, il tempo medio che intercorre tra una chiamata urgente e l’arrivo di una pattuglia e così via. Così i cittadini poi possono confrontare le diverse amministrazioni e chiedere conto alla politica del perché delle differenze».
E votare di conseguenza?
«Abbandonando il voto ideologico. Da milanese vorrei sapere tutto sulla vigilanza urbana meneghina. A Stoccolma basta un clic su un sito, qui è difficile sapere persino quanti agenti sono in strada e quanti in ufficio».
Brunetta però ha introdotto i tornelli nei ministeri.
«È più una misura di facciata che di sostanza».
Ai cittadini non dispiace che gli impiegati pubblici abbiano difficoltà a svignarsela dal lavoro.
«Certo. Ma dovrebbe essere il dirigente di ciascun ufficio ad adottare le misure di controllo opportune, caso per caso, rispondendo del tasso di assenze».
Dirigenti. Il governo Berlusconi ha tolto il tetto di 289.000 euro agli stipendi dei manager pubblici.
«Se un manager raggiunge un obiettivo difficile da cento milioni, può guadagnare anche un milione l’anno».
In Italia si viene liquidati con milioni di euro anche dopo aver fatto fallire le aziende di Stato.
«Questo è il vero scandalo».
È vero che il ministro del Welfare, Sacconi, è pronto a valutare le sue proposte sulla flexsecurity (il sistema danese che coniuga sicurezza e flessibilità)?
«Non lo so. Per ora, sul lavoro, il governo è in pieno immobilismo legislativo».
Perché, secondo lei?
«Dopo la sconfitta del 2002 il Pdl ha interiorizzato il tabù: l’intoccabilità dell’art. 18 e dello Statuto dei lavoratori».
Lei rivedrebbe entrambi?
«Sì».
In Italia si vede molta flex e molta poca security.
«Oggi da noi ci sono gli ultra-garantiti e gli zero-garantiti. I secondi portano il peso di tutta la flessibilità di cui il mercato ha bisogno».
Lei propone un contratto unico a tempo indeterminato, da barattare con l’abolizione dell’articolo 18, e cioè con la possibilità di licenziare.
«Parlerei piuttosto di uno standard universale di sicurezza che si applichi a tutti i diversi rapporti di lavoro dipendente. Alle imprese si chiede di garantire a chi perde il posto una sicurezza “alla danese”, dando loro in cambio una disciplina dei licenziamenti di tipo danese».
Come dovrebbe funzionare?
«Le imprese possono licenziare, se garantiscono un forte sostegno del reddito e servizi di riqualificazione efficienti: meno è lunga la disoccupazione, minori sono i costi».
Detto così sembra tutto molto semplice, ma costoso.
«In realtà si risparmia. Pensi al musicista norvegese che perde la mano».
A chi, scusi?
«Invece di dargli un vitalizio per invalidità permanente, come succederebbe in Italia, lo spediscono in Canada per un master. E diventa insegnante di storia della musica».
Chi si oppone a questa flexsecurity?
«Molti dirigenti di Cisl e Uil sono d’accordo. A livello locale anche molti della Cgil. A Bergamo stanno contrattando progetti di flexsecurity. Emma Marcegaglia, presidentessa di Confindustria ha preso posizione a favore».
E Guglielmo Epifani?
«Diciamo che la dirigenza nazionale della Cgil è più legata ai vecchi schemi».
Come si deve comportare il Pd con la Cgil?
«Il Pd è nato anche per recidere le cinghie di trasmissione con il sindacato».
Il segretario Dario Franceschini però era al Circo Massimo per la grande manifestazione cigiellina.
«Il principio di autonomia dovrebbe suggerire a tutti i dirigenti politici di non interferire nel lavoro dei sindacalisti. E viceversa».
La sinistra e la flexsecurity.
«La linea di demarcazione tra riformisti e conservatori attraversa trasversalmente l’intero arco politico».
Chi sono i conservatori del Pdl?
«In materia di lavoro, ci metterei senz’altro Tremonti».
Nel Pd, Cesare Damiano…
«È il più contrario al progetto flexsecurity. Non dispero di convincerlo».
Altri contrari?
«La vecchia sinistra-sinistra».
Veltroni? D’Alema?
«Veltroni mi ha voluto in Parlamento per le mie idee. D’Alema è dal 1997 che le ha fatte sue. E non lo nasconde».
Lei piace anche a destra. Come le è arrivata la proposta di fare il ministro per il governo Berlusconi?
«La mattina all’alba mi chiamò Gianni Letta e poi nel pomeriggio il Cavaliere. Mi disse che saremmo andati d’accordo e che la pensava come me su tutto. Mi spiegò che avrei dovuto fare da garante di una politica del lavoro bipartisan. Replicai che avrei voluto capire di quali riforme parlava. Oggi sono evidenti le differenze tra quel che avrei fatto io e quel che sta facendo Sacconi».
Un esempio?
«Io avrei proposto subito una forte detassazione sperimentale del lavoro femminile. E la flexsecurity, ovviamente».
Lei è anche favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici.
«Graduale. È una scelta obbligata. E ogni euro risparmiato andrebbe reinvestito in asili nido».
Lo dice anche il ministro Brunetta.
«Ma lui non è il ministro competente in questa materia. Sacconi, che è competente, è contrario».
Anche il Pd non vuole toccare le pensioni.
«Quando ho accettato la candidatura nel Pd, ho fatto un patto con Veltroni e con Martina, il segretario lombardo».
Quale patto?
«Il rispetto della disciplina di partito nel voto in Senato, ma continuando a dire e scrivere tutto quel che penso».
Lei era già stato in Parlamento.
«Tra il 1979 e il 1983. Per entrare alla Camera interruppi la mia esperienza nella Cgil».
Quando era entrato nel sindacato?
«Nel 1969. Dopo essere stato cacciato dal Movimento studentesco».
Cacciato?
«Il collettivo di Giurisprudenza considerava inaccettabili le mie idee. Una scaramuccia, con esiti stalinisti».
Ad Andrea Marcenaro, di Panorama, ha raccontato di venire da una famiglia cattolica.
«Ho sempre fatto parte del mondo cattolico, seppur con qualche venatura protestante».
Perché non aderì alla Cisl, allora?
«Ero iscritto allo Psiup, poi al Pci. Un Pci che ambiva a rappresentare tutto il riformismo. Era la Cgil a rappresentare quei partiti nel mondo del lavoro».
Col Pci entrò a Montecitorio.
«Una sola legislatura. Non venni riconfermato».
Perché?
«Nel 1982 uscì il mio libro Il collocamento impossibile. E nel Pci le critiche al monopolio statale del collocamento non erano gradite: il deputato-capo operaio Fiat, Emilio Pugno, mi diede del “borghese di destra”».
C’era qualcuno nel partito che apprezzava le sue tesi?
«Giorgio Napolitano, allora capogruppo alla Camera. Mi incoraggiava. E lo fa anche oggi sulla mia proposta di flexsecurity».
Lei che cosa votò al referendum sulla scala mobile, nel 1984?
«Votai come la Cisl. È stato quello il momento in cui si è aperta la faglia tra la sinistra riformista e quella conservatrice, incapace di superare i tabù e guardare lontano».
Piero Fassino nel libro Per passione dice che in quel momento Craxi vinse la partita a scacchi con Berlinguer sulla modernizzazione.
«È vero. Berlinguer non aveva capito quel che avevano capito sia Lama sia Craxi».
Ha mai pensato di iscriversi al Psi?
«Allora no. Il Psi galleggiava troppo tra salottismo e affarismo».
Lei ha ricevuto minacce dalle Nuove Br e vive sotto scorta. Nel 1978, durante il rapimento Moro, era a favore o contro la linea della fermezza?
«Con la linea della fermezza abbiamo sconfitto le Br».
Ma Moro è stato trucidato.
«Se lo Stato avesse trattato, le Br si sarebbero accreditate nel sistema politico. Come Hezbollah in Libano. Un tempo ci chiedevano di rischiare la vita sul Carso, ora la trincea è questa: la lotta al terrorismo».
Chi le disse che le Br la puntavano?
«La Digos, nel 1999, dopo l’omicidio D’Antona. All’inizio non lo comunicai a mia moglie, per non aumentare l’ansia. Per un po’ uscendo di casa ho pensato: è qui che mi troveranno morto, tra un giorno o un mese. La scorta mi fu assegnata solo nel 2002».
Ha scritto che uno dei dispiaceri della vita sotto scorta è la rinuncia alla bicicletta. Ha ripreso a pedalare?
«Ogni tanto, in montagna. I ragazzi della Guardia di Finanza mi seguono finché ce la fanno. Ma su certe salite mi lasciano proseguire da solo».
Che rapporto ha con chi la contesta in politica o nelle aule universitarie?
«Ho sempre discusso anche con i più estremisti. All’università pure i più duri finivano col chiedersi se non fossero più incisivi i miei progetti dei loro».
È riuscito a confrontarsi con Beppe Grillo? Lui l’ha criticata più volte.
«Ci ho provato, senza riuscirci».
Perché lo voleva incontrare?
«Grillo ha pubblicato un libro per denunciare la legge Biagi come la causa del lavoro precario. Ho studiato i casi che cita nel volume: nemmeno in uno, su trecento, la colpa della precarietà è attribuibile alla legge Biagi».
La vulgata è questa: legge Biagi uguale precarietà.
«La legge Biagi semmai ha posto degli argini al lavoro precario. Il pacchetto Treu del 1997, durante il primo governo Prodi, ha liberalizzato il mercato molto di più. Ho sfidato Grillo a un confronto pubblico sulla legge Biagi, ma si è ben guardato dall’accogliere la sfida».
Grillo è un simbolo anti-Casta. Lei si sente di far parte di una casta?
«Come professore o come deputato?».
Scelga lei.
«Ero un professore molto presente, mai implicato in baronie. E i dati del mio reddito sono on line: da senatore guadagno la metà di quel che guadagnavo da professore/avvocato/autore».
I parlamentari sono dei privilegiati?
«Alcune assurdità ci sono. Il trattamento pensionistico andrebbe riformato. E poi qualche benefit è di troppo. Ma una buona metà dei dirigenti di azienda è pagata di più».
Molti onorevoli pagano in nero i loro assistenti.
«La mia ha un contratto regolare da dipendente».
Metterebbe la mano sul fuoco sul fatto che anche i suoi colleghi…
«Nemmeno un’unghia».
A cena col nemico?
«Con l’avversario. Sacconi».
Lei ha un clan di amici?
«Ne cito uno: Franco Debenedetti. Appena uscito il mio libro Il lavoro e il mercato, senza conoscermi, mi chiese di tradurlo in tre disegni di legge».
L’errore più grande che ha fatto?
«Ne ho fatti?».
La canzone?
«Yellow Submarine. Il pezzo più bello mai scritto».
Il libro?
«Il Diario di Etty Hillesum, un modello esistenziale».
Il film?
«Gran Torino. L’umanità che si impone sugli schemi».
I confini dell’Iran?
«Turchia, Afghanistan, Iraq, Russia…».
La Russia no.
«La Russia sì».
Le dico di no: Armenia, Azerbaijan…
«Scusi. Intendevo l’ex Unione sovietica».
L’articolo 7 della Costituzione?
«Rapporti tra Stato e Chiesa. Da cristiano sarei per abolirlo. Da politico so che con le potenze del mondo occorre fare i conti realisticamente».

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