Piero Melograni (Magazine – aprile 2009)

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Piero Melograni, 79 anni, storico ed ex parlamentare azzurro, a metà degli anni Novanta ha fatto parte del piccolo manipolo di intellettuali liberali reclutati da Berlusconi per dare un impianto culturale a Forza Italia. La missione, come ammette lo stesso Melograni, riuscì poco. Ora che è nato il Popolo della Libertà, Melograni riparte alla carica: «Nel centrodestra manca una elaborazione culturale degna di questo nome». L’intervista si svolge nella sua casa di
Trastevere, a Roma. Il professore è travolto da un trasloco. Ci sono decine di scatoloni gonfi di libri nei corridoi, per le scale, nell’ingresso. Una sofferenza. Anche perché ogni tanto, rispondendo, lui vorrebbe aggrapparsi a qualche testo, che però non trova perché blindato nei cartoni: si alza per andare a prendere un volume, si accorge che non lo può raggiungere e allora cita i colleghi storici a memoria (Aga-Rossi, Zaslavsky ecc). Prima di capire quale sia secondo Melograni la strada che il Pdl dovrebbe intraprendere, gli faccio un piccolo esame: un test per capire quanto sia pidiellino.
Professore, che cosa pensa del piano edilizio del governo?
«È pericoloso. Ma qualcosa per l’edilizia bisogna farla».
La social card?
«Si poteva trovare un modo meno umiliante per aiutare chi è in crisi».
Sul testamento biologico lei è col cattolico democratico del Pd, Ignazio Marino, o con la “teo-radical” del Pdl, Eugenia Roccella?
«Con Marino, perché ognuno deve poter scegliere la propria sorte. Ho pure depositato il mio testamento biologico, a favore di mia moglie».
Sulle unioni di fatto è con le aperture di Emma Bonino o con le chiusure di Maurizio Gasparri?
«Be’, avendo avuto io una gran quantità di unioni di fatto, direi con Bonino».
Le piace l’idea dei medici che denunciano i pazienti extracomunitari?
«No. Sono contrarissimo!».
Altro che Pdl, lei è pronto per la tessera del Pd.
«Non è il primo a dirmelo. Qualche giorno fa, ospite di Massimo Giannini su RepubblicaTv, ho brindato alla speranza di una rinascita dell’opposizione. Che oggi è debole: anche perché il Paese non è allenato all’alternanza democratica. Tra Berlusconi e Franceschini, però, non avrei dubbi su chi seguire».
Berlusconi?
«Certo».
Perché?
«Perché ha creato il primo partito di massa non anticapitalista».
La Dc non era esattamente anticapitalista.
«Ma il mondo cattolico aveva paura della modernità».
Lei, ad Aldo Cazzullo del Corriere, ha detto che nel Pdl non c’è una grande elaborazione culturale.
«Varrebbe la pena di mettere a punto un progetto approfondito. Anche se Fabrizio Cicchitto sostiene che già esiste. Lui dice: “Il Pdl ha dimostrato la sua forza sbaragliando il centrosinistra”».
Aver sbaragliato il centrosinistra non equivale ad avere un progetto e una visione per il Paese.
«Un po’ si naviga a vista. Nell’era delle leadership forti e dei partiti deboli è normale che sia così. Soprattutto perché queste leadership sono in balia di eventi che non possono controllare: Obama e la crisi internazionale, Berlusconi e il terremoto…».
Il libro La paura e la speranza di Giulio Tremonti è considerato un tentativo di dare un fondamento culturale al Pdl.
«Il “Dio, Patria e Famiglia” di Tremonti è roba di altri tempi. Me ne parlava uno zio nazionalista quando ero piccolo. Mi piacerebbe un’elaborazione più laica».
Più alla Fini? Chi sarà il leader nel futuro post berlusconiano del Pdl?
«Fini ha più carisma di Tremonti».
Lei una volta ha detto che Fini ha sbagliato a non aver mai organizzato un convegno sul fascismo.
«Una decina di anni fa incontrai Fini durante la consegna delle firme di un referendum. Mi chiese: “A lei che è uno storico, sembra che io stia facendo abbastanza?”».
Che cosa rispose?
«Gli dissi che doveva fare di più. Ma oggi penso che Fini abbia chiuso quel capitolo: al congresso di scioglimento di An c’era l’ambasciatore di Israele. Più di così».
Chi potrebbe essere oggi a elaborare una linea culturale per il Pdl?
«Non so che cosa dirle. Cicchitto? Bondi? La realtà è che la cultura liberale non c’è più».
Vede qualche giovane promettente nel Pdl?
«Quello con cui ho più affinità, professorale, è Gaetano Quagliariello. È un amico».
Quagliariello, Roccella, Rutelli… da ex radicali si sono avvicinati al pensiero cattolico più tradizionale.
«Nel caso di Rutelli bisogna tener conto che c’è stato un Giubileo, che lui ha vissuto da sindaco di Roma».
E nel caso degli altri?
«Riscontro un po’ di opportunismo. Essere amici di una potenza come il Vaticano conviene».
Anche lei però ha fatto una bella capriola. Dal Pci a Forza Italia.
«Io sono uscito dal Pci a 26 anni. E ho seguito Berlusconi a 65. Nel frattempo avevo maturato trent’anni di pensiero
liberale e anticomunista».
Quando ha cominciato a occuparsi di politica?
«A quattordici anni, quando mi sono iscritto al Pci. Prima ero stato “figlio della lupa” e “balilla”. Ho pure montato
la guardia in divisa a via Veneto».
Un giovanissimo fascista.
«Ricordo il giorno dell’entrata in guerra, il 10 giugno 1940. Ci sto pure scrivendo un libro. Ero a casa della nonna
di Giuliano Ferrara ed ero molto eccitato».
La prima tessera comunista?
«Nel 1945. La conservo con i vari bollini degli anni successivi. Le riunioni della mia cellula si svolgevano nella cucina di Bruna Bellonzi, che poi sposò Sandro Curzi. Frequentavo il liceo Tasso. In quel periodo partecipai a un’azione resistenziale».
Cioè?
«Un volantinaggio in piazza Colonna. A pochi metri da un gruppo di ufficiali nazisti. Il tutto finì in un fugone spaventoso».
Lei partecipò sia alla campagna elettorale del ’46 sia a quella del ’48.
«Certo. E nel ’53, ai tempi della “legge truffa”, venni spedito in giro per seggi elettorali ad annullare voti».
Non era illegale?
«No. Io segnalavo semplicemente le schede con dei segnetti sospetti. E lo facevo soprattutto su quelle votate dai democristiani. Ma lo sa che Togliatti le elezioni del ’48 non le voleva vincere?».
L’ultima volta che ha detto questa cosa, Bruno Gravagnuolo sull’Unità ha scritto un editoriale velenoso contro di lei.
«Ma è così. Togliatti sapeva bene che le alchimie della spartizione post bellica imponevano al Pci di restare all’opposizione. Era tutto bloccato. Tant’è che nel ’56 quando l’Unione Sovietica invase la ribelle Ungheria, in
Occidente non ci furono reazioni così forti».
Lei in quell’occasione uscì dal Pci.
«Non fu difficile. Ero entrato nel partito per seguire mio fratello più grande, che adoravo».
Sta dicendo che non è mai stato comunista davvero?
«Scherza? Ho avuto pure un periodo stalinista: mi dispiacque di più per la morte di Stalin che per quella di
mio padre. Ma col ’56 la sbornia passò. Invece, Lucio Colletti…».
…il filosofo che come lei nel ’95 aderì a Forza Italia…
«…Colletti scrisse di suo pugno la lettera dei 101 che condannava l’invasione sovietica dell’Ungheria, ma poi
per fedeltà rimase nel partito».
Quando parla degli ex comunisti usa un tono di commiserazione.
«Ho sempre pensato che le principali vittime del comunismo in Italia siano stati i comunisti».
Mi pare una tesi molto poco berlusconiana.
«E infatti quando la esponevo al Cavaliere non mi dava retta. Era una tesi che non gli serviva. Ma pensi a Berlinguer».
Che cosa c’entra Berlinguer?
«Nel 1973 i bulgari cercarono di ucciderlo, mandandogli contro un camion pieno di pietre. È la ricostruzione, che
sposo, del libro di Fasanella e Incerti. Berlinguer è stato un eroe dell’indipendenza del Pci da Mosca. Voglio esagerare».
Lo faccia.
«Non escluderei che nel 1984 siano stati proprio i sovietici a far fuori Berlinguer».
Boom! Ha esagerato.
«Il Kgb con i veleni ci sa fare».
Come si fa a essere anti-Pci se si pensano queste cose?
«Intanto basta notare che nel Pci queste cose non le ha mai dette nessuno. Quello che rimprovero agli intellettuali della sinistra italiana è proprio di non aver mai raccontato questa storia. È quello che mi piacerebbe fare con Berlusconi».
Se la richiamasse in servizio?
«Sì. Ma non credo che lui sia mai stato contento di quel che abbiamo combinato noi intellettuali».
Diciamo pure che vi ha liquidati in malo modo. Come è stato reclutato da Berlusconi?
«Mi chiamò Marco Taradash, nel ’95, per partecipare alla Convenzione liberale, che aveva proprio l’obiettivo di far confluire un gruppo di intellettuali dentro Forza Italia».
Cioè lei, Colletti, Vertone, Rebuffa, Pera. Il suo primo incontro con Berlusconi?
«Traumatico. Presiedevo un convegno della Convenzione liberale. C’erano decine di persone iscritte a parlare. Lui entrò e prese il microfono».
Senza chiedere il permesso a nessuno?
«Già. È fatto così. Carismatico. D’altronde era uno abituato a parlare negli stadi».
Com’era il rapporto con voi intellettuali?
«Ci rimpinzava di lusinghe. Ci avvolgeva. Andavamo a pranzo in via dell’Anima e ci seduceva. Un incantatore».
Ora al posto degli intellettuali liberali ci sono le “berluschine”.
«Avrà sedotto anche loro».
Nel Pdl sono tutti sedotti. Nessuno osa criticare il Capo.
«Spero che qualcuno si faccia vivo. E non perdo la speranza: prima o poi tornerà un po’ di spazio per il pensiero liberale».
Lei perché non si ricandidò con Forza Italia nel 2001?
«Ero deluso dalla vita parlamentare. Già allora eravamo semplici spingitori di bottoni. Il deputato ha perso dignità. Per dire: oggi quando vado a Montecitorio, i commessi mi chiamano “professore”, perché ritengono che “onorevole” sia un titolo meno importante».
È d’accordo con la proposta del premier di far votare in Aula solo i capigruppo?
«No. La forma democratica va rispettata. Considero pessima anche la legge elettorale in vigore: i cittadini non scelgono i loro rappresentanti».
Il Berlusconi gaffeur?
«Intanto mi sembra un leader che cerca di divertirsi».
E poi?
«Quelle scenette funzionano».
C’è chi pensa che le faccia apposta.
«Tutto è possibile. È anche molto comodo dire che una gaffe è voluta. Ma insomma, Berlusconi è l’uomo delle anomalie: è il nostro primo leader a essere stato eletto a furor di popolo. È stato il primo premier imprenditore».
È anche l’unico a non festeggiare il 25 aprile.
«Io la Liberazione la festeggio. Ma ho anche apprezzato i discorsi di Napolitano sul fatto che vanno rispettati i morti di entrambe le parti. Eh… Napolitano lo ricordo ragazzo. Corteggiava la compagna Luciana, che poi sarebbe diventata la moglie di Pecchioli».
È rimasto in buoni rapporti con gli ex del Pci?
«Sì. Non mi hanno mai trattato male».
A cena col nemico?
«Nemico? Quale nemico?».
Qualcuno da cui vorrebbe una spiegazione.
«Bruno Vespa. L’ultima volta che sono stato suo ospite non mi dava la parola e faceva parlare solo La Russa».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Lasciare il Pci nel 1956».
L’errore più grande che ha fatto?
«Questo maledetto trasloco?».
Lei che tv guarda?
«Qualsiasi cosa. Spesso la sera mi fermo sulle tv locali e osservo i vecchietti che ballano. Tifo per i più bravi».
Il libro della vita?
«Saggio sui potenti».
Chi lo ha scritto?
«Io».
Vanesio.
«È un volume utile. Già nel 1977 parlavo dell’impotenza dei potenti. Ora verrà ripubblicato».
Il film?
«Napoli d’altri tempi, Signori in carrozza e tutto Totò».
La canzone?
«Torno ai tempi della mia giovinezza: Funiculì funicolà».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Faccio la spesa, ma non lo ricordo».
L’articolo 3 della Costituzione?
«O mamma. Sono andato recentemente a fare un test sulla memoria. Non è andato un granché».
Le risparmio la domanda sui confini del Pakistan?
«Sì, è meglio».
Dov’era il 9 novembre 1989?
«A Roma: l’emozione per il crollo del Muro non si scorda facilmente.

Categorie : interviste
Commenti
gianfranco 31 gennaio 2010

E’ un piacere spirituale leggere certe interviste.

PS. grazie anche alla trasmissione otto e mezzo.

Prof. James C. Davis 26 febbraio 2010

Conoscevo Piero (un poco) piu di 30 anni fa. E un uomo chi, come pochi altri, ha provato e compreso il secolo XX e l’inizio del secolo XXI.

mirella capriotti 15 giugno 2010

è il mio professore di storia moderna, è un immenso piacere ritrovarlo, e ricordare come mi abbia fatto amare la storia, università di Perugia, facoltà di scienze politiche, anno 1991.

guido perazzi 18 settembre 2010

è importante secondo i prof. insegnare agli studenti a pensare?
Ipazia voleva insegnare agli studenti e non solo a loro, a PENSARE.
PERCHè è STATA MASSACRATA, INSIEME AD ALTRI E AI PAPIRI?

Cristina Mencaroni 22 marzo 2011

E’ stato il mio professore di storia contemporanea e mio relatore. Apprezzo sempre la sua capacità di inquadrare, con profondità ed un sorriso, comportamenti e limiti di tutti gli uomini che “volevano fare la storia”. Mi piacerebbe incontrarlo oggi che sono responsabile di un museo d’impresa italian, mi piacerebbe commentare con lui una storia industriale che è storia di costume italiano. Un saluto da Perugia, Professore

cary j. colabrese 1 maggio 2014

Prof. Melograni fu il mio docente di storia contemporanea e il mio relatore della tesi. Mi ha insegnato di amare la storia e di aver un senso critico nei confronti di essa. Mi ha aiutato molto con la mia tesi dando molti suggerimenti riguardanti essa. Grazie a lui sono riuscito a insegnare l’inglese nella Facoltà di Scienze politiche a Perugia. I miei ricordi di lui come persona sono di varia natura. Egli è stato sempre gentile con un sorriso. Era sempre occupato a scrivere i suoi libri che faceva con molto dedizione. Mi ha insegnato l’uso delle schede per curare una bibliografia e l’importanza dei carteggi per conoscere la storia. Una cosa che ho scoperto con lui è che studiando con serietà e impegno qualunque argomento si scropono cose nuove spesso incredibili. Secondo me a lui piaceva sorprendere le persone con fatti nuovi che aveva scoperto. Era un vero liberale nel senso alto del termine. Ascoltava le persone con attenzione e rispondeva con fatti anziché opinioni. Aveva una quantità di libri enorme che consultava molto. E’ per questo che diceva che il trasloco era una grande errore! A causa del trasloco non riusciva a mettere le mani sui libri quando aveva bisogno. Ha avuto una grande influenza sulla mia vita e sentirò la sua mancanza con molto dolore. Non credo che incontrerò un altro come lui finchè campo.

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