Mercedes Bresso (Magazine – febbraio 2009)

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Mercedes Bresso, nome da Madonna e militanza ultra-radicale, 64 anni, presidente “piddina” della Regione Piemonte, è una specie di Zapatera della politica italiana: intrattabile sui diritti («Perché sui diritti non si dovrebbe trattare»), liberale e riformista. È anche detta comandoira, perché un po’ decisionista, ma di tutti i soprannomi che le hanno attribuito lei preferisce “la zarina”. La incontro nella dimora savoiarda della Venaria ed effettivamente sembra una reginetta: sorride davanti all’obiettivo, insiste per uno scatto accanto a una statua di donna egizia velata, si informa sulla resa del colore della sua giacca in foto. Quando le dico che è una dei pochi amministratori che non compare nei volumetti giudiziari di Travaglio o nel libro La casta, mi corregge: «In realtà Stella e Rizzo mi hanno citata, altrove, come esempio virtuoso per il rapido restauro della Reggia in cui ci troviamo». La modestia non è il suo forte. Da mai indagata, ci tiene a dare prova di ultra-garantismo e sulla vicenda Soria (il presidente del Premio Grinzane accusato sia di molestie sia di irregolarità amministrative), è fermissima: «I fatti vanno dimostrati».
Sostenitrice da sempre del coordinamento del Nord del Pd, Bresso fa anche parte dell’associazione dalemiana Red. Dopo il crollo sardo e le dimissioni veltroniane, è convinta che, al di là di congressi e assemblee costituenti, il partito debba rispondere prima di tutto a due domande: chi siamo? e perché i cittadini dovrebbero votarci? Partiamo da qui.
Possibile che non abbiate ancora una risposta?
«Dove si siederanno i nostri europarlamentari a Strasburgo? In che rapporti siamo con la gerarchia ecclesiastica? E con i sindacati?».
Sergio Chiamparino, il giorno dopo l’addio di Veltroni, si è fatto domande simili. Chiamparino leader?
«Non sarebbe male cominciare a dare responsabilità nazionali ad amministratori locali come Chiamparino.  Porterebbero concretezza. La questione del leader però è secondaria».
Sarà, ma non ci vorrebbe un ricambio generazionale? Ha visto Matteo Renzi? A 34 anni ha vinto le primarie di Firenze…
«A me non dispiace nemmeno Maurizio Martina, segretario del Pd lombardo. Ma prima delle Europee, non è il momento per elementi nuovissimi. Torniamo ai problemi veri».
Il Pd a Strasburgo.
«Intanto penso che le candidature debbano nascere dal territorio. Quelle piemontesi le decideremo qui. E poi non c’è
dubbio che i democratici dovrebbero andare nel Pse».
Lei ha detto che lascerà il partito se non succede. Ma se succede non saranno gli ex popolari o i rutelliani ad abbandonare il Pd?
«Non credo».
Ce lo vede Franco Marini, o un mariniano, sui banchi dei socialisti?
«E lei ce lo vede Marini o un mariniano tra i liberali inglesi? Quelli sono a favore dell’eutanasia».
Lei si disse favorevole a portare Eluana in Piemonte.
«Sono per lo Stato di diritto. Una sentenza mi consentiva di farlo. Il cardinal Poletto arrivò a dire che una legge dello Stato non dovrebbe andare contro la legge di Dio».
Lei replicò che esistono più religioni e che non siamo in un Paese governato dagli ayatollah. Gli ex margheritini della sua maggioranza si ribellarono.
«Ho avuto un parente in condizioni drammatiche. Era cattolico e mi sono guardata bene dal suggerire di staccare la
spina. I cattolici dovrebbero avere lo stesso rispetto della volontà altrui».
Si arriverà a una legge sul testamento biologico?
«Se la legge in questione è quella proposta dal Pdl sarebbe meglio di no».
Nel caso passasse, Ignazio Marino ha proposto un referendum abrogativo. Lo appoggerà?
«Sì, ma prima bisogna vedere la legge».
Marino è stato sostituito in Commissione sanità dall’ex teodem Dorina Bianchi.
«Quell’operazione non mi è piaciuta affatto».
Dorina Bianchi sostiene che la vita non appartenga solo all’individuo, ma anche alla collettività.
«Figuriamoci! Io sono ferma all’habeas corpus. Ha presente la Magna Charta del 1215?».
Lei, provocatoriamente, ha anche detto che, prima di farsi cattolica, si farebbe valdese.
«Ero seria, non era una provocazione».
Era seria quando ha detto che il gay pride vale una processione religiosa?
«Possono essere entrambe manifestazioni di orgoglio identitario».
Paola Binetti, sua collega di partito, temo che non sia d’accordo.
«Non siamo d’accordo su moltissime cose. Ma sui diritti gli italiani sono più sulle mie posizioni che sulle sue».
Come potete stare nello stesso partito?
«Guardi, il Pd dovrebbe essere un frullato. Sono stati messi i pezzi nel bicchierone, ma nessuno ha mai attivato le pale
per frullare».
Non mi pare poco.
«Quando idee e identità saranno frullate, andrà tutto meglio. Certo, resteranno dei pezzi non frullati. Ma chi vuole
andare più al centro può confluire nell’Udc, no?».
Lei si è detta favorevole a una alleanza con l’Udc.
«Sì. Anche se ammetto che Cuffaro e l’Udc in Sicilia sono un problema serio».
A sinistra…
«Si è visto che andare da soli non porta lontano. Io sono favorevole alle alleanze con chi ha un programma comune».
Vendola, Mussi, Fava?
«Chiunque non rappresenti le forze del “no”. Coi partiti che non vogliono governare e si mettono sempre e comunque
di traverso preferirei non avere a che fare».
Lei quando ha cominciato a fare politica?
«Nel periodo universitario».
A Torino?
«Durante la guerra i miei genitori sono sfollati da Torino a Sanremo. Ma io sono a tutti gli effetti torinese. Nel ’67
andai a Milano per finire economia e commercio. E lì cominciai a frequentare i giovani liberali».
Niente gruppetti extraparlamentari?
«No. Nel ’68 mi sposai e cominciai a fare l’insegnante di matematica, ma era un lavoro che non mi piaceva».
Perché?
«Troppo da donna. Finii alla Programmazione con il primo presidente della Regione Lombardia, Piero Bassetti, e
rimasi a Milano 13 anni. Intanto erano cominciate la carriera accademica e la frequentazione dei radicali».
La Milano incendiata degli anni di piombo.
«Ricordo il fragore dell’esplosione di piazza Fontana. Ero lì vicino. Per me quelli furono gli anni delle grandi battaglie
per i diritti».
Il primo comizio?
«Alla Statale. Spiegavo perché abolire il codice Rocco, quello che proibiva l’aborto».
Anche lei, come altri radicali, si fece arrestare per difendere il diritto all’aborto?
«No. Però con Franca Rame facemmo una dichiarazione di aborto. Fummo incriminate per autocalunnia».
Non era vero che aveva abortito?
«Non ho mai abortito e non abortirei mai. Ma sono liberale: ognuno deve essere libero di fare le proprie scelte ed esprimere le proprie idee».
Quando ha lasciato i radicali?
«Sono stata una pioniera delle politiche ambientali. Nel ’75 c’erano le amministrative e con alcuni compagni
milanesi preparammo un programma avanzatissimo».
Ebbe successo?
«No. Pannella decise che non ci dovevamo candidare. Non voleva crescere una classe dirigente locale, lontana da Roma, e non era interessato all’ambiente».
Lei è stata attaccata dagli ambientalisti perché è favorevole alla Tav.
«Solo degli strani personaggi in Val di Susa pensano che i treni siano contro l’ambiente».
Gli strani personaggi sono preoccupati per l’impatto ambientale.
«Lì i problemi sono tecnici, non ambientali».
Al fianco degli abitanti della Val di Susa ci sono molte associazioni ambientaliste.
«C’è un ambientalismo progressista e un ambientalismo di pura conservazione. Il secondo a me non piace».
Dopo l’esperienza coi radicali…
«Università e università… Poi, nel 1985, Livia Turco mi chiese di candidarmi alle regionali col Pci».
Una liberal-radicale nelle liste comuniste?
«Come indipendente. Mi chiesero di iscrivermi al partito, dissi che non l’avrei fatto se prima non avessero cambiato nome. Nel ’91, presi la tessera del Pds».
Chi le propose di fare la presidente di Regione?
«Chiamparino. Accettai perché a me piacciono le battaglie. Non ho paura di niente».
Non esageri.
«È così. Chi ha coraggio è anche un po’ incosciente».
Un esempio della sua incoscienza?
«A diciassette anni, con mia sorella andammo a curiosare alla Cetra di Torino. Eravamo del fan club del Reuccio, Claudio Villa. Lui, che ci conosceva, ci disse che era lì per registrare una canzone, ma non gli avevano fornito il testo, e ci chiese, scherzando, se avevamo qualche idea. Be’, mi misi lì…».
E che cosa fece?
«Scrissi. Ne venne fuori il pezzo Un furibondo twist. Non un successo, ma insomma…».
Dopo il Piemonte a che cosa punta?
«Al Piemonte».
Un secondo mandato da presidente?
«Certo. Devo finire il lavoro qui. Ora sto studiando uno statuto speciale che dia alla macro-regione Piemonte-Liguria, maggiori competenze».
Quali competenze?
«Quelle che hanno la Sicilia e il Trentino».
Ultra-federalista.
«Ed europeista. Io ero federalista, seguace di Cattaneo, quando i leghisti non erano nati».
Che cosa ne pensa del progetto di federalismo di Calderoli?
«Che è il trionfo di Vasco Errani. E ha poco a che fare con il vero federalismo».
Che cosa c’entra Errani, governatore dell’Emilia-Romagna?
«Calderoli ha adottato un vecchio progetto di Errani che era alla base del federalismo del governo Prodi. Quando il leghista l’ha sottoposto a noi presidenti di Regione ci è venuto da ridere. Io comunque sono per un federalismo molto più spinto. Alla Svizzera».
Lei è stata radicale, ambientalista e ora è nel Pd. Mi ricorda un altro politico…
«Francesco Rutelli?».
Solo che ora, lei e Rutelli, sembrate il diavolo e l’acqua santa. Non una sola posizione in comune.
«Mia nonna, parlando di mia madre, diceva: “È come se me l’avessero cambiata”. Be’, con Rutelli è lo stesso:
non lo riconosco più».
Se lo ricorda…
«Certo, il prediletto di Pannella».
C’erano anche Eugenia Roccella e Gaetano Quagliariello, ora vicinissimi alla Chiesa.
«Hanno atteggiamenti da spretati. Demoliscono il loro passato. Io capisco le scelte personali, religiose, ma non la perdita della laicità».
A cena col nemico?
«Non mi piace l’immagine di due avversari che vanno a cena insieme».
Un nome me lo faccia.
«Lombardo, il governatore della Sicilia. Il suo alleato principale, Cuffaro, è inquietante. Ma lui ha l’idea di un Sud che prende per mano se stesso e che non si fa difendere dallo Stato. Molto interessante».
Lei ha un gruppo di amici storici?
«La figlia di mio marito, Silvie, che ha più di quarant’anni, e poi Pierre e Marica, professori universitari. Ho amici sparsi in tutto il mondo».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Mio marito, Claude Raffestin. L’ho incontrato nel 1974 a un convegno di Bassetti sulle Alpi. L’ho visto e ho deciso che era il mio uomo».
La comandoira.
«Eravamo entrambi sposati. Per molti anni abbiamo fatto gli “international commuters”: ci dividevamo tra Milano e Ginevra».
L’errore più grande che ha fatto?
«Interrompere l’insegnamento accademico. Ma non potevo fare altrimenti».
Da associata a Red, ha mai visto Redtv?
«L’ho cercata una volta sul satellite. Ma se devo essere sincera sto poco davanti al teleschermo e non guardo i dibattiti televisivi».
Niente Matrix, niente Porta a porta?
«Il blablabla dei salotti tv è molto romano. È un avvitamento della politica su se stessa. Non credo che interessi
davvero ai cittadini».
Domande finali. La sua canzone?
«Contre vents et marées, di Serge Reggiani».
Il film?
«Deserto rosso, di Antonioni».
Il libro?
«Memorie di Adriano, della Yourcenar. Ma è difficile scegliere. Leggo qualunque cosa».
E scrive.
«Ad aprile esce Il profilo del tartufo, un giallo di territorio».
Li ha letti i libri di Walter Veltroni e Dario Franceschini?
«No, ammetto di no».
Oltraggio.
«Evito di leggere gli scritti dei politici».
Punta a vendere più di Veltroni?
«Non sarebbe male. Coi guadagni comunque non comprerei una casa a New York, come ha fatto lui».
Bresso, tra le sue passioni, però, c’è anche quella di comprar case. Uno schiaffo alla gauche pauperista.
«Io sono sobria e risparmiatrice. Però se trovo qualche affare…».
Ha molte case?
«Una a Superga, dove vivo, una a Latte, uno studio a Parigi e un terreno sul Lago d’Orta. Tutte pagate molto poco».
Cultura generale. Quando è caduto il muro di Berlino?
«Novembre ’89. Ero in Svizzera. Un’emozione così la provai solo quando cadde il dittatore portoghese Salazar».
Quanto costa un litro di benzina?
«Un euro. Ho appena comprato una Panda metano-benzina, natural power».
Segue le regole ambientaliste di Al Gore?
«Sì. E cerco di applicarle anche in Piemonte. Vorremmo convincere i cittadini a coibentare le case».
Ha un profilo su Facebook?
«Ebbene sì. E ho un mucchio di amici. Il dibattito nei miei spazi on line è molto civile».
L’articolo 7 della Costituzione?
«È quello del Concordato, i rapporti Stato-Chiesa».
I patti Lateranensi…
«Anche se nella versione craxiana sono accettabili, sì, sarebbe il momento di abolirli».

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