Maurizio Gasparri (Magazine – marzo 2009)

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Maurizio Gasparri, 52 anni, presidente dei senatori pidiellini, entra nella stanza a passi svelti. Ha un pacco di giornali incastonato sotto al braccio destro. Saluta. E intanto risponde al cellulare, controlla un messaggio sul secondo telefono, sigla un foglio nelle mani dell’assistente. Non faccio in tempo ad aprire bocca che arriva un’altra chiamata, si fa avanti un aiutante. Lui lo blocca: «Che stai a fa’?». Be-beep. Be-beep. Un sms del gruppo parlamentare avverte: «Potrebbe mancare il numero legale». Gasparri esce. Corre. Arriva in Aula. Lo osservo su un monitor del suo ufficio che trasmette le immagini del voto. Il nuovo appuntamento è nella Sala dei Capigruppo. Mentre il senatore attraversa un corridoio, una collega gli bisbiglia qualcosa all’orecchio. Passa Totò Cuffaro, plenipotenziario dell’Udc in Sicilia. Ed è subito vasa vasa. Gasparri, dichiaratore indefesso, è la persona che più di ogni altra rappresenta il tentativo di intrecciare il berlusconismo pop con l’antica identità missina. Tentativo che si contrappone, più o meno apertamente, a quello di Gianfranco Fini: il presidente della Camera di identità della destra sembra volerne costruire una nuova (istituzionale?), distinta (ma non distante) sia da quella ex missina sia da quella berlusconiana. Le accelerazioni di Fini sui diritti, sui rapporti col Quirinale e sull’immigrazione negli ultimi tempi hanno sempre spiazzato la classe dirigente del suo partito. E a pochi giorni dal congresso di scioglimento di Alleanza nazionale si è consumata l’ennesima faida. Protagonisti proprio Fini e Gasparri.
Lei ha attaccato il presidente Napolitano sul caso Englaro. Fini le ha dato dell’irresponsabile.
«Ridirei quel che ho detto. E cioè che sulla morte di Eluana hanno pesato le firme messe e quelle non messe».
Persevera?
«Con tutto il rispetto per le istituzioni… credo che anche il Quirinale possa sbagliare valutazioni. A Fini ho risposto in
Aula, che sono re-spon-sa-bi-le. Applausi dei colleghi».
Dopo quell’incidente ha incontrato Fini?
«Ci siamo visti a una riunione. C’erano anche La Russa e Alemanno. Ha detto: “Che ci raccontano i nostri papisti?”. Riferendosi a me e ad Alemanno».
La base di An con chi sta?
«Qualcuno di sinistra le potrà raccontare che su questi temi ha ragione Fini. Io ho ricevuto centinaia di sms da militanti e dirigenti. Penso di interpretare per convinzione, e non per convenienza, un canone tradizionale della destra: la vita, la sicurezza, la famiglia».
Fini è dialogante col Quirinale e disponibile al confronto con il Pd sulle riforme. Lei e Berlusconi sembrate seguire un’altra linea. Possibile?
«Dire che non ci sono differenze sarebbe da ipocriti. Ma la domanda andrebbe fatta a Fini».
Fini si è detto a favore al voto degli immigrati per le amministrative, ha aperto uno spiraglio sulle unioni di fatto. Nel 2005 sulla procreazione assistita…
«Ai tempi del referendum sulla procreazione gli spiegai che il 90% del partito non la pensava come lui».
Che partita sta giocando Fini?
«Me lo sono chiesto spesso».
E che cosa si è risposto?
«Che lui esprime liberamente delle opinioni. Ha innovato certe sue idee. Sente la responsabilità di traghettare una
comunità in una nuova fase».
Qualche giorno fa lei ha dichiarato che con queste posizioni Fini non potrebbe fare il leader di un partito che aderisce al Ppe.
«In realtà, Sarkozy e Cameron sui diritti hanno principi ben più avanzati dei suoi».
Allora è lei, con Berlusconi e i cosiddetti papisti, a essere indietro? E Fini è quello lungimirante?
«Intanto su sicurezza e altri argomenti io e Fini concordiamo. E poi, viste le evoluzioni sociali, chi lo sa come sarà il mondo tra cento anni? Fini ante-vede? Forse. Qualcuno però deve affrontare il presente».
Nel presente c’è la nascita del Pdl.
«Credo che nel Pdl non ci si possa entrare con rigidità eccessive. Un rimescolamento delle carte farà bene».
Chi saranno i vice di Berlusconi?
«Per ora sono previsti due o tre coordinatori. Dovrebbero essere La Russa, Verdini…».
In pratica ci sarà la corrente degli ex missini e quella degli ex azzurri?
«È chiaro che io avrò più affinità con un ex del mio partito che conosco da decenni, ma quando parlavo di rimescolamento mi riferivo anche a questo».
Rimescoliamo.
«Be’, Alemanno ha detto di condividere una visione con Sacconi e con Tremonti».
Sarebbe la corrente social? E lei?
«Io, da capogruppo, tendo alla mediazione».
Ma con chi si mescolerebbe?
«Attualmente con Gaetano Quagliariello, il mio vice in Senato, con Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino, che sono capo
e vice-capogruppo a Montecitorio, siamo in sintonia. Ci chiamano la banda dei quattro».
Ed ecco fatta la corrente di maggioranza?
«Capisco che lei cerchi il titolo per l’intervista, ma non vorrei creare gelosie».
Creiamole.
«Con Gaetano siamo predestinati. Il nome di suo nonno compare sul diploma di laurea che mia madre teneva appeso
in salotto. Con Fabrizio poi siamo una specie di unione di fatto».
Ma lei un’unione di fatto politico/amicale non l’aveva già dichiarata con La Russa?
«Che c’entra? La Russa lo conosco da decenni. Mi ha pure presentato Amina, mia moglie».
In tutto ciò Fini che ruolo avrà?
«Fini nella scala gerarchica del Pdl viene subito dopo Berlusconi. È il più rappresentativo».
Malgrado tutto quel che abbiamo detto? Lei sembra più in sintonia con Berlusconi.
«Su certi argomenti è naturale. Ma Fini è il leader di una squadra che gioca insieme da più di trent’anni. È lui quello di noi destinato a raggiungere i massimi traguardi».
Lo dice malgrado gli scontri violentissimi che ci sono stati tra di voi? Lei, nell’estate del 2005, era alla Caffetteria con La Russa e Matteoli quando un giornalista vi beccò a sparlare di Fini.
«Era una conversazione informale».
Pesantissima: «Gli tremano le mani… gli si dovrebbe dare uno schiaffo…». Fini tra l’altro nel 1997 azzerò la classe dirigente del partito e la degradò.
«Tempeste che sono sempre rientrate. Il nostro gruppo storico difficilmente viene scalfito. In quel partito abbiamo
le radici. Siamo parenti».
Lei ha solo amici politici?
«Da qualche anno si è creato pure un gruppo coi genitori degli amichetti di mia figlia Gaia. Io organizzo il cinema la domenica. Ora li porto tutti a vedere la mostra sul Futurismo. Gli pianifico la settimana bianca con programmi
dettagliatissimi: sveglia alle 7, colazione… prima le piste rosse, poi le piste nere…».
Che angoscia!
«È una cosa che faccio da sempre. Lo facevo anche in vacanza coi ragazzi del partito».
Quando ha cominciato a fare politica?
«Presto. Mio padre era carabiniere…».
Lo è anche suo fratello, è un generale.
«Io sono il carabiniere mancato, eheh. Comunque mi so no iscritto al Msi ai tempi del liceo, il Tasso».
Ne parla sempre come di un’esperienza traumatica.
«Cinque anni di trincea. L’unico di destra. Cacciato fisicamente dalla classe. Spintonato».
Menato?
«Mai in maniera gravissima».
Ogni tanto la veemenza dei suoi interventi sembra figlia di un senso di rivincita rispetto a quel periodo.
«I compagni di classe di allora mi riconoscono coerenza. Sono l’unico che è rimasto politicamente nella parte in
cui era allora».
Roma anni Settanta. Anni di piombo. Lei picchiava?
«Ero più uno da ciclostile. Quelli del servizio d’ordine guardavano dall’alto in basso noi dell’organizzazione. Anche Fini era più un intellettuale che uno d’azione».
La chiamavano il Carrierino della Sera. Per l’ambizione e l’iperattivismo.
«È un nomignolo che mi diede Francesca Mambro».
Ex terrorista nera dei Nar, ora attivista dell’associazione contro la pena capitale, Nessuno Tocchi Caino.
«Un giudizio negativo di una persona che ha ammazzato tutta quella gente non mi preoccupa».
Che lei sia iperattivo è un fatto. Ha una parola, un’invettiva, una dichiarazione su qualsiasi argomento. L’hanno chiamata “Vajont comunicativo”.
«Parlo quando lo ritengo necessario».
Praticamente sempre. Il suo staff racconta che lei chiama il suo ufficio alle 9 di mattina e attacca: «Be’, su che cosa interveniamo?».
«Una volta ho chiamato Giampaolo Pansa, di cui ho grande stima, alle 8 di mattina per fargli i complimenti per un articolo. Mi ha detto: “Ma che vita fai?”».
Suggerisce comunicati stampa persino dalle piste da sci.
«Ebbene sì».
Si è mai pentito di un suo intervento?
«La telefonata in diretta durante la trasmissione di Simona Ventura non la rifarei».
Ultimamente se l’è presa con Benigni…
«La storia dei suoi compensi sanremesi non è chiara».
Ha aggredito verbalmente Santoro e Vauro…
«Avevano fatto umorismo sul minuto di silenzio per la morte di Eluana».
La politica dovrebbe evitare di intervenire sulla tv.
«Se Vauro avesse scritto semplicemente “Gasparri dice stronzate” ci potevo stare. Invece, ha messo in mezzo quel fatto tragico: la vignetta era di pessimo gusto. Tutti sanno che mi diverto quando vedo i miei imitatori».
Si diverte? Neri Marcorè è feroce, la fa biascicante…
«Un po’ forzato, ma è simpatico».
Andrea Camilleri, per sfotterla, ha fondato il club “Adoratori di Gasparri”.
«Ho letto… bruciano le mie dichiarazioni».
Oppure quando la sua faccia compare sullo schermo le sovrappongono il televideo. Lei che tv guarda?
«Porta a porta, il calcio e i vecchi film».
E i reality?
«Ho provato a contrastarli da ministro. Ammetto la sconfitta, ma rimangono una schifezza».
È tempo di nomine Rai.
«Non partecipo al totonomine, l’ho fatto una volta ed è successo il finimondo».
Che lei vorrebbe più destri nella tv pubblica non è un segreto. Mazza al Tg1?
«Mazza al Tg1 ci potrebbe andare per il semplice fatto che ha i galloni per quel mestiere. Ma anche Riotta è bravo».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Accettare di fare il ministro delle Comunicazioni».
Pentito per l’ultra discussa legge Gasparri?
«Macché. Volevo fare il vice ministro degli Interni, fui convocato da Fini e Berlusconi e mi dissero che avevano
per me un incarico delicato. Le Comunicazioni, appunto. Risposi: “Obbedisco”».
Ha dato il nome a una legge filo-Mediaset.
«Questa è una leggenda. Se vuole le faccio uno schemino coi fatturati di Sky, Mediaset e Rai».
No, grazie.
«Guardi, tutti quelli che mi hanno attaccato con violenza sulla legge Gasparri sono finiti male».
È una minaccia?
«Eheh… Ma no. La polemica vivace mi piace. Solo che non bisogna scordarsi il fattore vindice. Cossiga…».
Che cosa c’entra Cossiga?
«Lui mi ha spiegato che lo iettatore è quello che porta sfortuna agli altri, il vindice è quello che se attaccato
porta guai all’aggressore».
Mi fa un esempio?
«Veltroni. Eheh. Ricorda che il Pd fece dei manifesti con la mia faccia con su scritto “vergogna”?».
Sì. Quando lei disse che Al Qaeda sarebbe stata contenta dell’elezione di Obama.
«Lo diceva anche il New York Times… Comunque chiesi a Veltroni di scusarsi. Lui non si è scusato. E che fine
ha fatto?».
A cena col nemico.
«Violante, è da sempre il mio preferito».
Una volta ha manifestato simpatia per D’Alema.
«Forse per il suo piglio autoritario».
Di Tonino Di Pietro disse che era meglio del Duce.
«Poi mi ha deluso perché non ha messo dentro i corrotti di sinistra».
Ora, vista la linea del partito, anche il Duce non lo prenderebbe più ad esempio di qualcuno che le piace.
«Certo. Ospite di Costanzo, già nel 1994 dissi che Mussolini, Stalin e Churchill sono stati i tre protagonisti del Novecento, ma solo il terzo è riproponibile. Dopodiché Mussolini ancora attrae. Lo ha visto sui fascicoli di Libero?».
La sua canzone della vita?
«Battisti. E soprattutto Mogol. Lui è un vero anarchico e l’abbiamo inserito nelle citazioni per il Congresso di
scioglimento».
Lo avete inserito al posto di Almirante, nel Pantheon ideale che vi portate come eredità nel Pdl?
«È una finta questione. Abbiamo fatto un Pantheon con gli uomini della cultura nazionale».
Senza Almirante. C’è Pavarotti e non l’ex leader missino…
«Non ci sono politici».
C’è il tedesco Kohl…
«Giusto una piccola citazione. Ma c’è bisogno che io ribadisca che vengo con orgoglio dalla tradizione politica di Almirante?».
Magari avete omesso il suo nome per non infastidire gli ex socialisti o gli ex liberali che ritroverete nel Pdl?
«No. Non trattandosi di politici, la questione Almirante non è stata posta. Ci siamo trovati con Ignazio e altri e abbiamo fatto nomi del patrimonio culturale nazionale: Sergio Leone, Enzo Ferrari…».
Non mi ha detto la canzone.
«La collina dei ciliegi».
“Planando sopra boschi di braccia tese”.
«Che non sono braccia che fanno il saluto romano. Come qualcuno ha ipotizzato».
Il film?
«Blade Runner, un cult».
Il libro.
«Il Signore degli Anelli di Tolkien».
È un monumento per la sua generazione missina. Quanto costa un pacco di pasta?
«Intorno a un euro».
I confini di Israele?
«Siria, Giordania, Libano ed Egitto».
D’Alema sostiene che su Israele voi di An avete fatto una capriola.
«Sono sempre stato filoisraeliano, in polemica con i finanziamenti sovietici all’Egitto».
I giovani del Fronte della Gioventù erano filopalestinesi e spesso antiamericani.
«Era la posizione di una corrente. Per me Israele era l’Occidente. A undici anni il mio mito era Salazar».
Il dittatore portoghese.
«Poi mi sono reso conto che le dittature sono una cosa tristissima».
Per fortuna.
«Ehi, a undici anni credevo pure che esistesse Biancaneve!»

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Commenti
giorgio 22 gennaio 2015

sul nulla nulla si commenta

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