Fulco Pratesi (Magazine – aprile 2009)

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Fulco Pratesi, 75 anni, è una specie di Papa dell’ambientalismo nostrano. Lo studio dove ci incontriamo è il luogo dove, più di quaranta anni fa, lui e una ventina di pionieri verdi diedero vita alla sezione italiana del Wwf. Le pareti sono tappezzate di quadri “prateschi”: rappresentazioni coloratissime di bestie di ogni tipo. Sui tavoli e sulle librerie, invece, sono accatastati i taccuini di viaggio, dove ancora oggi Pratesi annota i suoi incontri con gli animali. Uno schizzo e un commento: «La cinciallegra non ha mangiato le briciole». Se avesse tempo, probabilmente si metterebbe
a ritrarre anche il pennuto che sta picchiettando alla finestra. Deriso per aver rivelato di farsi un bagno a settimana come tributo al risparmio delle risorse idriche del pianeta, a sua volta deride chi non si comporta eco-bene consegnandogli il premio Attila: «Il prossimo, probabilmente, lo daremo al senatore Pdl Franco Orsi, autore di proposte scellerate sulla caccia». Pratesi ha fatto le barricate per proteggere i lupi, per salvare i falconi, ha aperto oasi naturali e parchi su tutto il territorio nazionale. Ma nega di preferire la natura agli esseri umani e di far parte di quel verdismo estremista che sa dire solo “no”. Cominciamo con un breve test.
È favorevole o contrario ai termovalorizzatori?
«Possono essere l’extrema ratio. Prima vanno ridotti gli imballaggi inutili e si deve accelerare con la raccolta differenziata».
Favorevole o contrario ai rigassificatori?
«Favorevole. Se in mare aperto. Su certe coste sarebbero un problema».
Favorevole o contrario ai parchi eolici?
«Favorevole. Ma non mi sembrerebbe giusto piazzarli in mezzo al Parco Nazionale d’Abruzzo».
Non esagera con tutti questi “ma”?
«Mi sembrano ragionevoli».
Alcuni ambientalisti sostengono che sia arrivato il momento di sporcarsi un po’ di più le mani e accettare qualche compromesso, se si considera reale l’emergenza climatica.
«Lo so. Ermete Realacci, leader storico di Legambiente, dice sempre che il mio è un ambientalismo antico».
Perché concentrato su parchi e oasi?
«Già. Ma all’orizzonte non vedo altre idee così rivoluzionarie».
Continuiamo il test. Lei è pro-Tav o anti-Tav?
«Sono favorevole alla Tav. Su alcune tratte. Però mi piacerebbe che si pensasse anche alle masse di poveracci pendolari che viaggiano in condizioni pietose. Noi siamo da sempre contro il trasporto su gomma e a favore di quello
su ferro. Siamo persino favorevoli al tram che attraversa il centro di Firenze».
Il ponte sullo Stretto?
«Follia. Si pensasse piuttosto a portare l’acqua ai siciliani che sono ridotti con i bidoni blu sul tetto di casa».
Il piano casa?
«Ingrandire le abitazioni non mi pare un’esigenza reale. Ma sono favorevole a buttare giù gli edifici fatti male per sostituirli con case ecologicamente migliori».
Il nucleare?
«Contrario. Da sempre. Dal 1973, siamo stati i primi. Quando andammo la prima volta a protestare a Montalto di Castro la gente ci inseguì col forcone: consideravano il nucleare foriero di chissà quale fortuna».
L’ex legambientista Chicco Testa è a favore del nucleare.
«Non voglio dire che abbia subito il fascino del potere… io me lo ricordo giovanissimo, affascinante… Chicco Testa
è stato una grande delusione per tutti».
Lei, invece, è stato una delusione per un altro storico ambientalista italiano: Carlo Ripa di Meana.
«Carlo ha accusato il Wwf di essere al soldo delle industrie inquinatrici. Lo abbiamo querelato. Capito come funziona? Da una parte mi dicono che sono blando, dall’altra mi sfottono perché faccio una vita eco-compatibile».
Gli sfottò più feroci?
«Michele Serra, Fabio Fazio… Mi hanno dato dello zozzone, hanno scherzato sui miei calzini. Vittorio Feltri mi ha ritratto con le mosche che mi ronzano intorno».
Se l’è cercata. La storia del bagnetto una volta a settimana…
«Non lo scriva, ma d’inverno ne faccio uno ogni dieci giorni. Puzzo?».
No.
«Alcune parti del corpo le sciacquo tutti i giorni».
Le sue regole di vita? Le cose da fare?
«Non cambiare la camicia tutti i giorni: per lavarla e stirarla si consuma troppo».
Poi?
«Non prendere la macchina e andare in bici. Anche se poi pedalando per Roma mi sono giocato i polmoni».
Che consiglio è? Ammalatevi per non inquinare?
«Se tutti andassero in bici…».
Le cose da non fare?
«Mangiare troppa carne».
Perché?
«Il consumo di carne nel bilancio generale dell’inquinamento supera l’impatto negativo dei trasporti. Tra le emissioni flatulente del bestiame e l’abbattimento delle foreste per creare pascoli, è un disastro».
Com’è lo stato di salute dell’ambientalismo in Italia?
«Dal punto di vista della tutela del territorio, buono. Mi stupisco sempre che non ci si vanti del fatto che in Italia
più del 10% del territorio è protetto. Per non parlare di tutte le specie animali recuperate. L’educazione ai consumi,
invece…».
C’è chi pensa che il riscaldamento terrestre di natura antropica, cioè causato dall’uomo, sia una balla.
«Lo so. Ma secondo questi eco-scettici, perché si sarebbe creato questo movimento contro il global warming?».
Perché anche l’ambientalismo è un business.
«Mi pare un’assurdità. Il business di chi inquina è superiore in maniera imparagonabile. E poi ci sono stato alle isole Svalbard, sull’ottantesimo parallelo, e il ghiaccio si sta sciogliendo eccome».
Gli eco-scettici pensano che non dipenda dall’uomo.
«Io non pretendo che tutti si comportino come me. So bene che molti mi considerano snob e radical chic. Dico solo
che si potrebbero ridurre certi consumi inutili».
È un seguace della teoria della “decrescita felice” di Serge Latouche?
«Io parlavo di “inviluppo” anche prima di Latouche. È assurdo pensare che tutti possano procedere con un aumento
annuo del consumo energetico del 2%».
Se la sente di parlare di “inviluppo” anche a Paesi come India e Cina che ai consumi di massa “inutili” ci stanno arrivando solo oggi.
«Non penso che non si debba portare acqua e luce a tutti, credo che l’Occidente con il suo potere di attrazione potrebbe esportare una nuova moda: lo spirito ambientale invece che un modello di consumi superflui. Ammetto che
per me ragionare in questo modo è più facile».
Perché?
«Sono stato abituato sin dall’infanzia a fare solo cose che fossero necessarie».
Non mi risulta che lei venga da una famiglia povera.
«No, mio padre era costruttore. Ma avevo una governante tedesca feroce. Ci frustava sulle gambe con dei rametti di bambù».
Quando nasce la sua passione per gli animali?
«Il primo ricordo della mia vita è zeppo di animali e risale al 1937».
Lei aveva tre anni.
«Sotto le finestre di casa passarono le truppe di ritorno dall’Etiopia. Una sfilata magica di cammelli e cavalli. Poi da
adolescente cominciai a cacciare».
Come, scusi?
«Allora era l’unico modo per andare a vedere certi animali. A 19 anni feci la mia prima “battuta” in Africa. Mi imbarcai
su una nave da carico col fucile in spalla. In Anatolia, poi, avvenne la conversione: mi trovai di fronte a una mamma orsa seguita da tre cuccioli. Pensai: “Ma che cavolo sto facendo?”. Tornai in Italia, vendetti il fucile e comprai una macchina fotografica».
Il Wwf quando entra nella sua vita?
«Nel 1965 venne a Roma il segretario generale del Wwf. Mi chiese di creare una sezione italiana dell’Associazione.
Domandai se avremmo avuto un aiuto dalla sede internazionale, ma lui ci disse di autofinanziarci. Così facemmo:
20.000 lire a testa e la sede in una stanzetta del mio studio di architettura».
La sua prima azione ambientalista?
«Raccogliere i soldi per prendere in affitto il lago di Burano, vicino Capalbio. Quella fu la nostra prima oasi».
Chi c’era con lei?
«All’inizio eravamo come un piccolo circolo di golf. Un gruppo di ex cacciatori o architetti che avevano avuto un’illuminazione. Ora in Italia abbiamo 300.000 soci».
Il primo presidente?
«Mario Incisa della Rocchetta, scopritore del leggendario cavallo Ribot e grande produttore di vino Sassicaia. A metà
degli anni Settanta fu presidente anche Susanna Agnelli, ma presto si rese conto che una Agnelli difficilmente avrebbe potuto protestare contro le autostrade. In quel periodo era pure entrata in politica».
Come era il vostro rapporto con la politica?
«Ci tolleravano. Nel 1973 riuscimmo ad avere l’appoggio del ministro dell’Agricoltura, il diccì Lorenzo Natali, nella battaglia per la difesa del lupo. A quel tempo chi uccideva un lupo riceveva 20.000 lire dallo Stato».
C’è stato qualche ministro che vi ha ostacolato in modo particolare nella vostra storia?
«No. Una volta, grazie a una cognata scozzese che faceva l’interprete a Palazzo Chigi, organizzai un blitz nella stanza di Andreotti, lui fu cordiale, ma poi mi liquidò. Con Altero Matteoli, invece, ci fu uno scontro: nel 1994, da responsabile dell’Ambiente cercò di aprire la caccia nei parchi. Gli consegnammo il premio Attila. Tremonti poi…».
Premio Attila anche a lui?
«No, anzi. Ci aiutò con un problema nel Parco Nazionale degli Abruzzi. Lo ringraziai e gli dissi di venirci a trovare. Lui replicò: “Ci vengo, ma camuffato da orso, che se mi beccano i cacciatori mi menano”. Poi Frattini: bravo sulla caccia. Ma non mi piace che abbia messo un amico maestro di sci alla guida del Parco dello Stelvio. Noi comunque tendenzialmente siamo per il dialogo con tutti. Non facciamo dimostrazioni estremiste».
Non bruciate pellicce in piazza o cose simili?
«Decisamente no. Siamo contro l’uso di pelli maculate di felini rari perché l’estinzione di questi animali in certe zone rompe la catena alimentare».
Marina Ripa di Meana, Brigitte Bardot…
«In certi casi credo che subentri il dramma di chi ha puntato tutto sulla propria bellezza. Quando comincia il declino e diminuisce l’ammirazione degli esseri umani, si cerca il conforto degli animali, il cui amore non è commerciabile».
Lei è stato deputato dei Verdi dal 1992 al 1994.
«Ho ceduto alle lusinghe di Francesco Rutelli».
Com’era il Rutelli verde?
«Molto bravo. In quel periodo ha fatto pure il ministro dell’Ambiente del governo Ciampi».
Per un giorno.
«In quel giorno riuscì ad aprire molte riserve naturali».
Quando lei era presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo, la Corte dei Conti le contestò un’amministrazione truffaldina.
«Mia moglie si trovò di fronte la Guardia di Finanza che le annunciava il sequestro della casa di Roma e di quella dell’Argentario. Ne sono uscito pulito».
Quanti aiuti di Stato ricevete per la gestione delle Oasi del Wwf?
«Poca roba. Ne abbiamo più di cento e ci affidiamo ai contributi dei soci. È capitato pure che qualche oasi ci sia stata tolta da un momento all’altro».
In che senso?
«Qualche anno fa, il Wwf gestiva 6 o 7 oasi per conto dell’Enel. Dopo una nostra iniziativa contro le centrali a Carbone di Civitavecchia, Enel annullò quella gestione».
Le grandi imprese energetiche usano l’ambientalismo per ripulire la propria immagine?
«A volte sembra proprio così. Potrebbero fare molto di più».
Una vittoria storica del Wwf?
«La raccolta dei fondi per l’acquisizione di un terreno in Sardegna, che l’allora presidente dell’Eni, Raffaele Girotti usava come riserva di caccia».
A cena col nemico?
«Fulvio Conti, l’amministratore delegato di Enel».
Ha un clan di amici?
«Tantissimi. E poi ho una super famiglia. Quella sì, un clan: sette fratelli, una moglie da quasi cinquant’anni, quattro figli, sei nipoti».
La canzone della vita?
«Il ragazzo della via Gluck di Celentano».
Il libro?
«Dersu Uzala di Vladimir Arsen’ev. Parla della Siberia».
Ci è stato?
«Sì. Dove vivono le tigri siberiane».
Lei è stato in tutto il mondo.
«Quasi tutto. Mi manca la Polinesia. Sin da quando ero ragazzo il viaggio per me è sempre stato un fatto romanzesco. Ha presente Salgari?».
Sì. Il film?
«Gorilla nella nebbia».
L’articolo 9 della Costituzione?
«È il nostro. Quello sulla tutela del paesaggio».
Dov’era il 9 novembre 1989?
«Quando è crollato il Muro? Aspetti che controllo sui taccuini… Ecco qua: ero in Madagascar».
Una bio-mela quanto costa?
«Le Pink Lady anche un euro l’una. Io e i miei fratelli siamo anche produttori: farro, olio, uva, nocciole…».
Alcuni prodotti biologici non sono buonissimi.
«Per esempio?».
Che fa, si innervosisce? Parlavo del vino.
«Fare un vino buono senza trattamenti non biologici è impossibile. Si finisce per fare il vino del contadino. Che notoriamente non è una prelibatezza».

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