Arianna Huffington (Magazine – aprile 2009)

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Arianna Huffington, 59 anni, look glamour e parlata greco-americana, direttrice e fondatrice di www.huffingtonpost.com, è la regina trionfante della blogosfera. L’imperatrice dell’informazione on-line. Il suo sito ultra visitato è anche un formidabile aggregatore di blogger e un luogo di confronto tra internauti. «Abbiamo le nostre idee, ma accogliamo i contributi di tutti» è uno dei motti di Arianna. E non è la solita frase fatta. Un giorno, durante
un dibattito a New York, un ragazzo si alzò per chiedere se non le sembrava strano che ci fossero così pochi  ditorialisti
musulmani in circolazione. Be’, lei lo invitò subito a collaborare. Dentro l’HuffPost (è questo il diminutivo della testata), ci si trova di tutto: la notizia fresca, la classifica della quarantenne più hot (con Michelle Obama in testa) e l’analisi del premio Pulitzer, le clip buffe dei Simpson e il gossip politico, il commento accigliatissimo dell’intellettuale liberal e lo sberleffo dell’attore hollywoodiano. Secondo l’Observer di Londra, Huffington Post è il blog più influente del mondo. Arianna, web guru del Terzo millennio, si è presentata a Roma qualche settimana fa al Summit sull’Informazione, sfoderando le cifre impressionanti della sua creatura: più di 20 milioni di visitatori al mese e una raccolta di fondi e sponsorizzazioni che non vede flessioni. Una beffa, nei confronti di una galassia dell’informazione in crisi. L’intervista si svolge tra telefonate transatlantiche, chattate Roma-Los Angeles e lunghissime e-mail. Ci sentiamo
la prima volta nel momento di massima affermazione della controtendenza del suo sito. L’Huffington Post ha appena inaugurato un fondo milionario per finanziare un gruppo di reporter investigativi che si occupino principalmente della crisi economica. E questo proprio mentre tutti tagliano, mentre ci si interroga su come sostituire la cellulosa e su quali sembianze debba assumere il quotidiano cartaceo nell’era di Internet, mentre si ragiona sui nuovi modelli di business e su come far pagare l’informazione on-line, mentre i filosofi della comunicazione ragionano sul giornalismo senza giornali e, soprattutto, mentre si chiudono redazioni e vengono falcidiati stipendi e collaborazioni in tutto il mondo. Partiamo da qui, allora. Da chi chiude le fortezze di carta e chi, invece, investe in quelle on-line.
Arianna, ha letto il necrologio fatto dal Financial Times all’industria giornalistica?
«I necrologi per la carta stampata sono prematuri».
Ammetterà che la carta non tira: cala la pubblicità, calano i lettori, vengono tagliati dipendenti e stipendi.
«Fino a quando la generazione che è cresciuta prima dell’era di Internet non si sarà estinta, ci sarà un mercato per i quotidiani stampati».
Sicura?
«È qualcosa nel nostro Dna collettivo: sveglia, caffè, sfogliamo una pagina, leggiamo una notizia sfiziosa e passiamo il quotidiano a chi ci sta a fianco».
La scenetta potrebbe avvenire anche davanti a un computer portatile.
«O usando il proprio BlackBerry, certo. Ma l’istinto mi pare che ci porti ancora sui fogli. E poi davvero c’è qualcuno che rischierebbe di ungere con una spalmata di burro il proprio nuovo MacBook Pro?».
Il destino dei quotidiani comunque è on-line?
«Sì. Il futuro è ibrido: i vecchi editori e lettori abbracceranno i newmedia (la trasparenza, l’interattività e l’immediatezza) e i newmedia adotteranno le pratiche migliori dei vecchi media: onestà e accuratezza».
Per la lettura di libri e giornali cominciano a circolare fogli digitali e raffinatissimi marchingegni.
«L’attrezzo con cui le notizie verranno distribuite non ha molta importanza. La gente cercherà comunque e sempre
buon giornalismo».
Già ma come mantenere questo buon giornalismo? I siti di informazione a pagamento non funzionano. Che cosa ne pensa di chi, come Walter Isaacson, propone che si paghi on-line ogni pezzo letto?
«Non credo ai micro-pagamenti e all’editoria che resiste grazie alle piccole sottoscrizioni. Basta chiedere a quelli del New York Times. Loro hanno sperimentato l’operazione Time Select».
Non un successone.
«L’unica cosa per cui la gente è disposta a pagare on-line, sono i porno e le info finanziarie. Ma al momento mi pare che anche lì ci sia qualche scetticismo».
L’Huffington Post come viene finanziato?
«Il nostro è un modello legato all’advertising».
E a un fondo di investimento che ha coperto con parecchi milioni di euro le vostre pagine virtuali. Poi ci sono anche molte sottoscrizioni. Qualche cifra?
«In questo momento non diamo numeri, mi dispiace».
I governi devono aiutare i quotidiani in difficoltà?
«Non mi pare che qui, negli Usa, ci sia questa prospettiva. Ma chiunque riconosca l’importanza fondamentale del giornalismo nella nostra democrazia cerca di preservare questo ruolo. È per questo che noi abbiamo creato il Fondo per il giornalismo investigativo. E durante la campagna per le presidenziali noi abbiamo lanciato l’iniziativa Off the bus».
Che cosa sarebbe?
«Uno spazio per coinvolgere i cittadini, facendoli diventare reporter occasionali: cronisti fuori dai pullman degli staff dei candidati. Anche per dare un punto di vista diverso da quello dei giornalisti dei quotidiani mainstream, che invece, spesso, stanno on the bus».
Ma all’Huffington Post pagate tutti? Anche i redattori occasionali e i blogger?
«No. Solo i giornalisti, i tecnici e i reporter dello staff hanno un contratto: sono loro a curare e aggiornare ogni sezione
di HuffPost».
Quanti sono?
«Cinquantacinque. Gli oltre 2.000 blogger che sono in contatto con noi immagino si accontentino del prestigio
della nostra piattaforma. Loro non hanno né scadenze né misure da rispettare».
Le notizie e i commenti dei blogger vengono controllati prima della pubblicazione?
«Generalmente sono affidabili. Ma i fact-checkers, i verificatori del nostro staff, scovano e segnalano gli errori molto
velocemente. I blogger, una volta avvisati, hanno 24 ore per correggere il loro post (articolo, ndr)».
E se non lo fanno?
«Il post viene cancellato e la password del blogger viene ritirata. La redazione fa anche pre-moderazione».
E cioè?
«Ogni post riceve centinaia di commenti. Il mese scorso ce ne sono stati un milione. Be’, noi li controlliamo tutti prima, per evitare di pubblicare insulti o aggressioni».
La redazione…
«Sta quasi tutta a New York».
Ma lei vive a Los Angeles.
«Mi muovo. E siamo sempre in contatto. E-mail, chat, sms. Per la telepatia ci stiamo attrezzando!».
Lei da dove scrive i suoi post?
«Principalmente da Los Angeles. Ma posto da dove capita. Il mio primo twitter (un micro-blog aggiornabile con messaggi di massimo 140 caratteri, ndr), l’ho scritto mentre ero a cena con un economista a New Haven».
Che cosa diceva in quel twitter?
«Che alcuni provvedimenti economici di Obama non avrebbero funzionato».
Su HuffPost state dando legnate pazzesche al segretario del Tesoro, Timothy Geithner.
«Porta avanti una politica troppo Wall Street-centrica. Ripone ancora la fiducia in quei finanzieri che ci hanno infilato
nei casini».
Ma lei non era un’obamiana di ferro?
«Sì, ma questo è un cammino pericoloso per Obama. Lo penso e quindi lo dico».
La Casa Bianca si è fatta sentire?
«Non mi pare. Ma le nostre scelte non sono mai condizionate dalla Casa Bianca. Il mio mestiere non è mica quello di farmi amica o aiutare Obama. Ciò non toglie che abbia fatto campagna elettorale per lui».
Ha scritto il libro Right is wrong. Un gioco di parole anti-repubblicano. Ma lei stessa è stata per anni una attivista repubblicana.
«Quando io ero repubblicana Dick Cheney, vice di George W. Bush alla Casa Bianca, si fidava ancora di Saddam. E poi su certi temi sono sempre stata progressista: pro-choise, a favore del controllo delle armi, per i diritti gay…».
Quando e come mai è passata con i democratici?
«Circa nel 1997. Prima pensavo che il settore privato avrebbe potuto indirizzare la soluzione dei problemi sociali in America. Per questo ero repubblicana. Poi mi sono accorta, per averlo visto da vicino, che non sarebbe successo».
Ed è diventata democratica e obamiana. Lei ha detto che Obama senza Internet non sarebbe presidente.
«È così. Dai video ai siti di social networking passando per il fundraising. La sua è stata la prima vera campagna elettorale da Nuovo Millennio».
È riuscita a mantenere buoni rapporti con i vecchi amici conservative? Si dice che lei frequentasse casa Bush.
«Ho ancora rapporti amichevoli con molti repubblicani».
Uno è anche suo ex marito. Michael Huffington. Lei da ragazza si chiamava Stassinopoulos. Quando è arrivata in America?
«Ho lasciato Atene a 16 anni per fare l’università a Cambridge, in Inghilterra. Quando sono arrivata a New York già avevo pubblicato dei libri».
Ha scritto anche una biografia della Callas. È vero che compose i testi per un’opera di Vangelis recitata da Irene Papas?
«Magari! È una balla che prima o poi devo far cancellare da Wikipedia».
Su Wikipedia c’è scritto anche che è stata autrice di show radiotelevisivi.
«Questo invece è vero».
Nel 2003 si è candidata alle elezioni per il governo della California. Una débâcle.
«Dico sempre che fallire non è l’opposto di avere successo. L’ho imparato proprio dopo quell’esperienza e ci ho scritto un libro, On Becoming Fearless. Dopo un fallimento si devono cercare nuove opportunità».
Questo vuol dire che potrebbe tornare a fare politica?
«No. Presente e futuro sono tutti per l’HuffPost».
Qual è stato il suo primo blog?
«Ariannaonline. Ma è solo su HuffPost che ho cominciato a bloggare con regolarità».
Il suo primo post?
«Nel maggio 2005, col lancio del blog. Riguardava il repubblicano DeLay. Ora sono a quota 1.300 post».
Quando ha capito che HuffPost era diventato qualcosa di grosso?
«Durante una puntata del Tonight Show pochi mesi dopo la nascita del sito. Jay Leno…».
…il presentatore comico…
«… nel suo monologo fece la battuta finale citando Huffington Post. Il pubblico rise. Voleva dire che il marchio ormai era passato».
Lo scoop di cui va più fiera?
«Il modo in cui seguimmo la vicenda della reporter del New York Times Judith Miller fu un momento di svolta per Huffington Post».
Perché?
«Abbiamo evidenziato le falle nella ricostruzione della Miller che parlava delle armi di distruzione di massa. Abbiamo contribuito a cambiare la percezione del pubblico sulla giornalista: da martire del primo emendamento a complice dell’amministrazione Bush nel vendere la guerra in Iraq agli americani».
Quanto conta aver frequentato Washington (ed entrambi gli schieramenti) nella costruzione di un blog in cui si va dal gossip agli scoop politici?
«Diciamo che tutte le ore spese nei palazzi di Washington hanno contribuito abbastanza. Ma il segreto di HuffPost è un altro».
Quale?
«Ha una voce poderosa e un punto di vista originale. Le esperienze on-line più forti hanno cominciato offrendo qualcosa di unico e su quello hanno costruito il resto: contenuti avvincenti e interattività, sfruttando il potere del link».
Critiche classiche: l’eccesso di link e di informazioni in rete rischia di diminuire la capacità di approfondimento e di concentrazione.
«Ti arriva addosso una montagna di informazioni. Ma i siti sono anche dei filtri. Un’altra delle ragioni per cui HuffPost ha tanto successo è che i navigatori sanno che noi li catapultiamo su quel che sta succedendo di importante nel mondo. Li aiutiamo a separare il grano dal loglio».
Lei che cosa legge la mattina appena si sveglia?
«Comincio con Huffington Post, eh eh».
Tifosa o preoccupata?
«Guardo ogni sorta di quotidiano e di rivista. Ma poi HuffPost mi dirotta in giro per siti vari».
Il successo l’ha dirottata anche a Roma, al Summit sull’Informazione Tutto cambia. Cambiamo tutto?
«Titolo metafisico. Amo l’Italia».
Sa chi è Silvio Berlusconi?
«Il vostro premier è una figura affascinante. Quelli con cui ho parlato a Roma avevano sentimenti discordanti su di lui. Uno mi ha raccontato che se hai un buon business da proporgli, lui ha sempre tempo per incontrarti. Poi ha aggiunto che, visto che la sinistra in pratica si è suicidata, Berlusconi potrebbe restare lì fino ai suoi 120 anni».
Ha mai sentito parlare di Beppe Grillo?
«Ho letto un suo ritratto sul New Yorker. Mi piace che un comico/blogger abbia organizzato una manifestazione con 100.000 persone contro i 24 condannati presenti nel vostro Parlamento».
Il film della vita?
«Zorba il greco».
Nostalgica. Il libro?
«Tutti gli uomini del presidente, Woodward e Bernstein».
La canzone?
«High Hopes».
Quella di Sinatra o quella dei Pink Floyd?
«Secondo lei?».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Diventare madre».
Ha due figlie.
«Sì. E anzi, ora la devo lasciare. Sono in macchina e le sto accompagnando al college».

Categorie : interviste
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