Andrea Riccardi (Magazine – marzo 2009)

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Tra un paio di mesi gli danno il premio Carlo Magno, ad Aquisgrana. Prima di lui lo hanno ricevuto Blair, Clinton, Ciampi, Merkel e… l’Euro (sì sì, proprio la moneta europea!). Andrea Riccardi, 59 anni, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, scherza: «Sono solo poche lire ». Lo incontro nel suo studio, che è gonfio di libri e di foto appese in cui lui è con capi di Stato e leader spirituali: Bush, Castro, il Papa e patriarchi assortiti. Riccardi ha la barba grigia e i modi
cortesi. L’unica concessione che fa alla sua romanità è un intercalare, quasi ritmato, con la parola “cioè”. La Comunità
di Sant’Egidio si muove su quattro continenti: dà da mangiare ai poveri, mette d’accordo i governi e fa incontrare fedeli di ogni rito. È soprannominata “l’Onu di Trastevere”, perché in quel quartiere romano ha la sua sede. Il  nomignolo gliel’ha affibbiato il giornalista Igor Man. A Riccardi piace. Altri soprannomi: “Braccio secolare del Vaticano” e “Diplomazia parallela d’Oltretevere”. Riccardi ha appena assistito alla cerimonia di intronizzazione del patriarca di Mosca, Kirill («Un amico»), prima è stato in Costa d’Avorio, ora sta per partire per l’Avana, dove la sua comunità aprirà una sede. Essendo lui uno scienziato del dialogo interreligioso, gli chiedo di cominciare da qui: dalla differenza tra un Papa (Wojtyla) che nel 1986 ad Assisi riunì le religioni di tutto il mondo per pregare e un altro (Ratzinger) che sembra meno disposto. Mi spiazza subito: «La differenza tra i due è soprattutto di approccio».
Si spieghi meglio.
«Benedetto XVI è un teologo, uno studioso. Giovanni Paolo II era un utopista. Ma il Papa mi ha detto che intende seguire la strada di Wojtyla. Oltre all’aspetto ufficiale e accademico, non ci scordiamo che il dialogo tra le religioni, alla fine, è l’arte di vivere insieme».
Quale è lo stato di quest’arte in Italia?
«Non buono. Intanto è saltata una previsione».
E cioè?
«C’è chi diceva che in pochi anni saremmo diventati un Paese musulmano. Invece in Italia l’ortodossia cristiana ha raggiunto l’Islam».
Grazie all’immigrazione dall’Est. I rumeni…
«Ecco. Considerarli barbari mi pare una follia. I rumeni saranno italiani, tra una generazione. Dovremmo ragionare
meglio sulle migrazioni dei popoli».
Invece si propongono ronde e si chiede ai medici di denunciare gli immigrati clandestini.
«Alcuni brutti episodi creano allarme. Ma troppo spesso sfuggono parole di disprezzo, che generano rabbia. E la crisi
moltiplica questa rabbia».
Perché?
«È una crisi senza responsabili raggiungibili. Quindi ce la si prende col vicino. Col diverso. E così si arriva ai livelli
delle banlieues parigine».
Oltre al dialogo che cosa si può fare?
«Intanto pensare a uno dei problemi che crea maggior malessere: la casa».
Il governo ha varato un piano.
«Penso che sia giusto muovere il mondo dell’edilizia».
Il centrosinistra è insorto: c’è il rischio di abusi, mostri di cemento e via dicendo.
«Il rischio va gestito: non posso smettere di mangiare per evitare le indigestioni».
Detto ciò il disprezzo contro il “diverso” è anche un’arma politica.
«Di chi non ha identità. Se esiste un’identità italiana, se essere italiani ha un senso, ci si può tranquillamente confrontare con tutte le diversità. Io ho una salda identità cristiana e questa mi permette grandi avventure e amicizie con mondi molto diversi. Ma se noi non crediamo nell’identità italiana non è che ce la caviamo urlando contro gli zingari. O alzando muri».
Il padano Gentilini, demonizzatore feroce dei rom, un’identità forte ce l’ha. È quella leghista.
«L’identità padana non esiste. Non è pelle, è una maglietta. È una non identità sventolata. Le posso dire un problema
serio della politica italiana?».
Mi dica.
«Manca qualcuno che abbia una visione».
Che cosa sarebbe una visione?
«Ai giovani non si può solo parlare dei problemi di bustepaga e pensioni. Bisogna dirgli dove vogliamo far andare il Paese. I vecchi democristiani, avendo una visione, si permettevano di avere rapporti più laici con la Chiesa. E più
capacità di negoziazione».
Pensa che i politici italiani oggi siano in balia della Gerarchia ecclesiastica?
«No. Sinceramente non credo al politico obbediente».
Sul caso Englaro…
«Con tutto il rispetto per le famiglie sofferenti, ho avuto una punta di fastidio di fronte alla drammatizzazione del
problema del “fine vita”».
Perché?
«Questo è un Paese in cui molti anziani restano soli e non vengono assistiti. Il problema è la mancanza, non l’eccesso
di cure».
Vabbè, ma sul testamento biologico…
«Da cattolico non credo che la vita sia a disposizione di ognuno di noi. Vale anche per la pena di morte: la vita non
è nemmeno a disposizione degli Stati».
Ma in uno Stato laico ognuno dovrebbe poter decidere per sé, o no?
«Ma una società deve avere anche delle idee di fondo, e queste, in termini molto laici, le prendiamo anche dalla tradizione cattolica del Paese».
Lei è favorevole alle unioni di fatto?
«Viviamo in un mondo sfasciato. Se non si tiene in piedi la famiglia…».
E che cosa c’entra questo con le unioni di fatto?
«Sono per i diritti. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano: meno famiglia significa più fragilità sociale».
Lei crede nel progetto di terzo polo centrista e cattolico a cui lavora Pierferdinando Casini?
«Guardi, io non sono mai stato un fanatico del bipolarismo, anche perché non credo all’effetto salvifico delle strutture e dei sistemi politici. Il bipolarismo, poi, è un sistema che drammatizza i problemi, non solo quelli etici. La seconda Repubblica, bambina mai nata, ci ha regalato una classe dirigente modesta».
La sta prendendo da lontano.
«C’è un problema serio di cultura politica, che oggi è immiserita. E mi sembra che i cattolici siano spesso a disagio nei due poli».
E quindi?
«Quindi il progetto di una polarità terza, laico-cattolica, non è impensabile. Anche se un amico ex segretario…».
Chi sarebbe?
«Veltroni. Be’, lui mi ha detto che con questa terza polarità si tornerebbe alla “politica dei due forni”».
Che cosa gli ha risposto?
«Che il terzo polo aiuterebbe a moderare il calore di entrambi i forni. Bisogna ricominciare da un linguaggio politico della mediazione. Non solo. La classe politica, invece di correre dietro agli umori della gente, deve “guidare” i cittadini, scommettere sulle proprie idee e magari perdere».
Mi fa un esempio?
«La sicurezza: se il centrosinistra dice le stesse cose del centrodestra, è ovvio che i cittadini si affidino al modello
originale e non alla copia».
Il suo amico Veltroni le propose di fare politica nel Pd. Lei rifiutò.
«Sono abbastanza vecchio per decidere di non cominciare nuove avventure».
Non è che rifiutò per non vincolare Sant’Egidio a una parte politica?
«Certo. Ma rifiutare la militanza partitica sin da ragazzo è stata la scelta che mi ha cambiato la vita».
Ha rifiutato molti inviti?
«Qualcuno. Sin dai tempi della scuola».
Che scuole ha frequentato?
«Dopo una parentesi a Rimini, ho finito le superiori al Virgilio, un liceo romano. In quel periodo ho scoperto il Vangelo».
Roma esplodeva nella contestazione…
«Non vorrei essere l’ennesimo che parla del ’68».
Non lo faccia. Mi spieghi solo come un ragazzo di diciotto anni che vive in mezzo agli sconvolgimenti sessantotteschi decide di abbracciare il Vangelo. Lei è di famiglia cattolica?
«Laica, mio padre era presidente di una banca. Leggeva il Mondo, di Pannunzio. Io per un po’ ho frequentato assemblee e collettivi. Poi ho capito i limiti di quella politica e ho cominciato ad andare in periferia, in mezzo alle baracche di Ponte Marconi».
Da solo?
«Eravamo una ventina. Nel 1968 ci qualificammo nelle borgate come gruppo di ragazzi cattolici. Ci prendevamo molto sul serio».
Per un po’, all’inizio, avete gravitato nella galassia di Gioventù studentesca di don Giussani.
«S’è capito presto che eravamo un’altra cosa».
Nella sede trasteverina di Sant’Egidio quando ci arrivate?
«Nel 1973. Trovammo questo convento semi-abbandonato che apparteneva allo Stato».
Ci siete entrati per grazia ricevuta?
«No, in pratica lo abbiamo occupato. In quel periodo ci legammo a don Paglia…».
L’attuale vescovo di Terni.
«Allora era un ragazzone con le basette lunghe. Si affacciò a una nostra riunione, in periferia, e da lì… Con lui ci sentivamo più dentro alla Chiesa romana. Nel 1974 partecipammo al convegno su “I mali di Roma”, organizzato dal cardinale Poletti e raccontammo la nostra esperienza: Vangelo, amicizia, poveri».
Che rapporti avevate con la Curia romana?
«Buoni con Poletti. Poco o niente con gli altri. Ci diceva: “San Francesco aveva il cardinale protettore Ugolino da Ostia, voi avete Ugo Poletti”».
Vi sentivate un po’ francescani?
«San Francesco ci piace ancora: vivere il Vangelo a contatto con i poveri, rigenerare la vita dei quartieri e delle chiese arrivando dove nessuno arriva».
Ora siete anche missionari di pace. Capi di Stato e ambasciatori bussano alla porta di Sant’Egidio. Quando siete passati dalle borgate alla diplomazia internazionale?
«Io ho sempre avvertito il provincialismo dell’Italia. La prima spedizione fuori dalle mura di Roma però fu a Napoli, dove c’era il colera. A vent’anni andavamo a Istanbul dal patriarca ortodosso. Mi ricordo i cristiani iracheni profughi della guerra con l’Iran che abbiamo accolto a Roma. Poi il Mozambico…».
Dove avete mediato tra la guerriglia e il governo e contribuito alla pace, nel 1992.
«L’Europa dovrebbe occuparsi molto di più dell’Africa: riceviamo l’immigrazione africana, ma abbiamo abbandonato quel continente. E intanto i cinesi lì fanno affari e propongono il loro modello di civiltà. Tra l’altro, anche dal punto di vista religioso l’Africa è ingarbugliata e interessante».
Perché?
«Come in America Latina, vi nascono nuove chiese cristiane, dove si parla soprattutto di malattie e di successo. Proprio in Africa ho sentito una preghiera per la carriera. Tra un po’ lì ci sarà un mini-concilio. La Chiesa cattolica dovrà confrontarsi con questi fenomeni e parlare anche del rapporto tra i cristiani e le guerre».
Lei ne ha viste tante di guerre?
«Sì. La prima è stata quella in Libano. Portai a Wojtyla le foto della strage di Sabra e Chatila».
Il suo accesso al Papa è sempre stato così diretto? Quando lo conobbe?
«Nel ’78 visitò un monastero di monache cappuccine nel quartiere della Garbatella, il suo primo “fuori programma”. Noi lì avevamo un asilo per bambini di ragazze-madri. Abbiamo ancora la foto di Wojtyla seduto sui mini-banchi. Poi venne a Sant’Egidio e ci invitò a ricambiare la visita. Uscendo dalla porta disse a don Stanislao: “Parlate, mettetevi
d’accordo”. Ma da Giovanni Paolo II non sono mai arrivati ordini. Ecco, non mi ha ancora fatto questa domanda…».
Quale?
«Prendiamo ordini dal Vaticano?».
Di Sant’Egidio si dice di peggio.
«Lo so, lo so».
Che siete una setta…
«All’inizio eravamo semplicemente un gruppo di giovani, sgangherati ma molto militanti… Altri in quel periodo facevano processi proletari».
Vi vestite tutti uguali, praticate riti…
«…praticamente satanici, eh eh…».
È vero che le vostre messe del sabato sera sono blindate e che siete chiusissimi?
«Venga. La invito a partecipare».
Lei ha mai pensato di farsi prete?
«No, ci tengo alla mia condizione di laico, ma ora a Sant’Egidio i preti ci stanno».
A cena col nemico?
«Hassan al Tourabi, ideologo del fondamentalismo islamico sudanese».
Ha un clan di amici?
«Ne ho molti, non solo nel mondo cattolico. Per esempio Riccardo Di Segni».
Il rabbino capo di Roma.
«Eravamo a scuola insieme. E ogni anno, il 16 ottobre, organizziamo una marcia da Sant’Egidio al ghetto per ricordare
la deportazione nazista degli ebrei».
Un grande errore che ha commesso?
«Non imparare bene le lingue».
Come, un viaggiatore come lei…
«Mi piacerebbe capire meglio gli altri».
Che cosa guarda in tv?
«La tv la accendo soprattutto d’estate».
Il libro?
«Dialoghi con Atenagora di Olivier Clément. Apre gli occhi sul cosmopolitismo cristiano».
La canzone?
«Una di Guccini. Mi ricorda il mio mondo romagnolo, fa: “…tra la via Emilia e il west”».
Il film?
«Si può fare… con Claudio Bisio. Parla di malati psichici. Mi ha ricordato le nostre belle esperienze con i disabili».
Il prezzo di un pacco di pasta?
«Mi avevano avvertito: “Attento che ti chiede anche i prezzi”. Ma non mi sono preparato. So che costa troppo».
Articolo 1 della Costituzione?
«L’Italia è una repubblica democratica eccetera…».
Quest’anno c’è il ventennale. Dove era quando è crollato il Muro di Berlino?
«Il 9 novembre 1989 ero a Roma. A settembre ero stato a Varsavia a parlare di fronte a duecentomila persone per un incontro interreligioso. C’era Jaruzelski… Il clima era effervescente».
Si capiva che presto sarebbe successo qualcosa?
«Mario Marazziti, mio amico di Sant’Egidio, mi disse: “Perché non mettiamo nel discorso una frase sul fatto che crollerà il muro?”. E io: “Ma che me voi fa’ fa’ er profeta?”. Due mesi dopo…».

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