Zubin Mehta (Magazine – dicembre 2008)

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Nell’occhiello sinistro della sua giacca nera c’è il distintivo di Cavaliere di Gran Croce, una delle decine di onorificenze che ha raccolto in giro per il mondo. Quando entra nel salottino iper-refrigerato, dove lo sto aspettando, il maestro Zubin Mehta, direttore d’orchestra leggendario, che ha 72 anni, ma ne dimostra una decina di meno, saluta, si siede e comincia a parlare degli attentati a Mumbai, la città dove è nato. Ha ancora in testa le sparatorie. Mehta le ha seguite attraverso le telefonate dei suoi antichi amici. Ratan Tata, il megamiliardario dell’acciaio, proprietario dell’hotel Taj Mahal, gli ha descritto nei minimi particolari le uccisioni e l’incendio nella sala da ballo. «Quando vado a Mumbai con l’orchestra organizziamo il buffet proprio lì», dice. E mi mostra due foto: entrambe sono state scattate in India. Una con l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e l’altra con la Israel Philharmonic. Siamo nel teatro del “Maggio”, dove Mehta è direttore principale e onorario a vita. Al piano di sotto, i tecnici catalani della “Fura dels Baus” stanno montando le macchine hi-tech giganti per mettere in scena il monumentale Sigfrido wagneriano. Il maestro ha acconsentito a proiettare prima dello spettacolo alcune clip video realizzate dai lavoratori: una ballerina che taglia un laccio della scarpetta, una parrucchiera che taglia i capelli. E una scritta che dice: «Noi tagliamo per lavoro, non tagliateci il lavoro». È una protesta creativa contro la politica zoppicante del governo Berlusconi, che riduce i finanziamenti alla cultura. Mehta ha pure diretto un concerto gratuito la settimana scorsa in un palasport: c’erano ottomila persone a sentire la Nona di Beethoven. La metà erano ragazzi.
Un concerto al posto di uno sciopero?
«È stato uno sciopero suonato».
Cioè?
«Lo sciopero tradizionale è una forma di lotta che non funziona più».
Perché?
«Non si ottengono risultati e si scontenta tutti. Noi offriamo il concerto e diamo voce ai lavoratori. Così gli spettatori solidarizzano e capiscono che cosa si perde se si va avanti coi tagli al Fus, il Fondo unico per lo spettacolo ».
In Italia ci sono 14 Enti lirici: piccoli pozzi senza fondo per le casse dello Stato.
«I soldi investiti oggi per i teatri lirici sono pochi. Altroché. I tagli previsti sarebbero un disastro. E non c’è una ragione valida».
La ragione è il taglio della spesa pubblica.
«Senta, io non conosco il ministro dell’Economia…».
…Giulio Tremonti…
«…lui. Mi dicono pure che sia popolare. Ma l’Italia non è un Paese povero. E non può tagliare i fondi alla cultura. La cultura nasce qui, e voi tagliate? È da pazzi!».
Lo dice perché con i tagli è a rischio la sopravvivenza del “Maggio fiorentino”?
«No. Parlo anche dei tagli alla scuola. Senza educazione e senza cultura, le prossime generazioni non hanno futuro ».
Lei è un direttore d’orchestra politico?
«Che cosa vuol dire?».
Che è spesso impegnato in iniziative politiche. Ha diretto un concerto nella biblioteca distrutta di Sarajevo, durante la guerra, nel 1994…
«Quindi, sono un direttore per la pace. Sembrerà retorica, ma la musica unisce. Nessuno pretende di portare la pace in punta di bacchetta, ma si possono dare segnali».
Per esempio?
«Nel 1991, mentre volavano gli Scud iracheni, ero a Tel Aviv e in platea c’erano arabi e israeliani. Non dico che alla fine si siano abbracciati, ma almeno sono stati insieme per qualche ora. Se si moltiplicano le iniziative…».
Lei, di suo, le ha moltiplicate: nel 1956 ha suonato per i profughi ungheresi, negli anni Settanta contro la guerra in Vietnam a Los Angeles. Poi a Oslo, nel 1993, durante i trattati di pace tra Arafat e Peres… Il concerto per la pace che deve ancora organizzare?
«Nel Kashmir. Al confine tra Pakistan e India. Nelle ultime settimane la situazione è troppo peggiorata. Ma non si sa mai. Si può immaginare un mondo senza musica?».
Il maestro Mehta quando ha scoperto la musica?
«Mio padre ha fondato la prima orchestra di Mumbai. La musica, in casa, c’era sempre. Da bambino ascoltavo dischi gracchianti per ore e ore».
Studi?
«Dai gesuiti».
È cattolico?
«No. La mia è una famiglia parsi. In classe c’erano ragazzi di sette religioni diverse. Ho sempre vissuto la mia città come un luogo in cui le culture si incontrano».
Il suo primo strumento?
«Ero troppo pigro per applicarmi a uno strumento. Volevo dirigere, da subito».
I suoi maestri?
«A parte mio padre, il primo fu un italiano, Oddone Savini. Viveva a Poona. Per raggiungerlo dovevo farmi tre ore di treno e qualche chilometro in bici. Poi mi sono trasferito a Vienna».
Da solo?
«Sì. A Mumbai avevo cominciato a studiare medicina. Ma presto ho capito che non faceva per me. E così sono partito. Prima tappa a Napoli, dove io e altri adolescenti indiani abbiamo avuto la nostra iniziazione sentimentale».
Ehm…
«Ci siamo capiti. L’impatto con Vienna, poi, fu straordinario. Credevo di conoscere concerti e sinfonie perché li avevo ascoltati nei dischi di mio padre. Ma dal vivo, in quelle sale maestose, erano un’altra cosa: magia».
A Vienna fece studi rigorosi?
«Il maestro era Hans Swarowsky. Rigidissimo. Lì conobbi Claudio Abbado. Siamo amici da allora. Insieme eravamo entrati in un coro, ma solo per assistere alle prove d’orchestra dei grandi maestri. Eravamo indisciplinati. Quando il direttore del coro se ne accorse, ci cacciò. E per umiliarci lo fece di fronte a Herbert von Karajan».
Il suo primo concerto da direttore?
«A Mumbai avevo avuto un paio di esperienze con mio padre. Poi qualche cosa tra studenti con cui ottenni il primo compenso della mia vita».
Soldi?
«No. La copia originale della partitura dei Kindertotenlieder di Mahler. Il primo vero concerto, però, fu quello alla fine del corso con Swarowsky. Io e Abbado venimmo stroncati da un piano-man di un bar che era venuto a vederci e faceva recensioni per un giornale. D’estate con Claudio, andavamo alla Chigiana, a Siena, ai corsi di Carlo Zecchi. Lì incontrai pure Daniel Barenboim».
Il maestro scaligero.
«La prima volta che lo vidi, pensai che fosse un nano. Stava sul palco e dirigeva. In realtà era semplicemente giovanissimo, un bambino».
Lei che rapporti ha con la Scala?
«Ho diretto spesso lì. Nel 1962 il sovrintendente Antonio Ghiringhelli, dato che ero indiano, temeva che volessi salire sul podio col turbante in testa».
Parliamo di 46 anni fa.
«In quel periodo comincia anche il mio sodalizio con Israele».
Un’amicizia ancora strettissima.
«Già. Credo che si sia saldata nel 1967».
Come?
«Era in corso la Guerra dei Sei giorni e gli artisti, tutti, avevano cancellato le date israeliane, lasciando la Filarmonica da sola. Diedi la mia disponibilità a dirigerla e così vennero a prendermi con un aereo militare. Ora sono direttore a vita di quell’orchestra».
Lei è stato direttore musicale anche a New York e a Los Angeles.
«Sì. Tra l’altro Los Angeles è la mia patria fiscale».
Dove si sente a casa?
«A Firenze, a Tel Aviv, a Los Angeles e a Mumbai».
In che lingua pensa e in che lingua sogna?
«Mi capita di farlo anche in tedesco. Ma quando sogno i miei genitori lo faccio in gujarati che è la lingua dei parsi».
Chi sono i solisti migliori che ha diretto?
«Ho la fortuna di fare il mestiere più bello del mondo da cinquanta anni. Quindi ho diretto sia un Arthur Rubinstein ottantenne sia Pinchas Zukerman. Lui, ormai, è come un fratello».
Quale è la sala acusticamente migliore per dirigere?
«Musikverein di Vienna. Detta la “scatola da scarpe”. Dopodiché ci sono alcuni teatri moderni ottimi in Spagna e in Giappone. Lì, a volte copiano le sale più antiche occidentali in ogni particolare. E fanno bene. In Europa, invece, gli architetti sono troppo orgogliosi».
Copiare è bello?
«Ma in alcuni casi non è possibile. Nessuno ha mai riprodotto violini come li facevano a Cremona tra il XVII e il XVIII secolo».
A Firenze c’è un nuovo teatro in costruzione.
«Poseremo la prima pietra tra qualche giorno con il ministro Bondi. Un nuovo teatro attrae spettatori ed è un affare che conviene a tutti, pure ai parrucchieri della città».
Lei ha 72 anni e dirige per 5 ore di fila.
«Certo. E non ci sono segreti».
Medita e fa yoga?
«Anche. Ma soprattutto, mentre dirigo, non mi agito».
È poco scenografico?
«Da ragazzo debordavo. Poi Swarowsky mi ha insegnato a guidare l’orchestra col polso. Uso molto gli occhi».
Gli occhi?
«Ci sono colleghi che tengono lo sguardo fisso sullo spartito. Bravissimi, eh, ma io non potrei. Conosco gli occhi di tutti i miei musicisti, serve anche per governare gli imprevisti».
Lei ha detto: «Il mio strumento è l’orchestra».
«Mi illudo che sia così. Comunico con i musicisti col corpo durante tutte le rappresentazioni».
Sa a memoria tutte le sinfonie o le opere che dirige?
«La musica, sì. E nelle ore che precedono il concerto la rivivo, in testa. Anzi, è l’inconscio che la rivive perché nel frattempo io magari faccio altro. Mi capita anche mentre gioco a backgammon con mia moglie Nancy».
Nancy Novack, attrice. È la sua seconda moglie. La prima è stata Carmen Lasky, da cui ha avuto due figli: Zarina e Mervon.
«Ma in tutto di figli ne ho quattro. La terza, nata tra un matrimonio e l’altro si chiama Alexandra. E l’ultimo è frutto di una relazione in Israele. Si chiama Ori. Ancora ringrazio mia moglie Nancy, che è rimasta con me, sebbene offesa e ferita».
Lei ha un gruppo di amici fraterni?
«A parte quelli nella musica, Barenboim, Abbado e altri, ne ho sparsi in tutto il mondo. Il più antico lo conosco da quando avevo tre anni. Era mio vicino di casa a Mumbai».
Vi vedete ancora?
«Certo. Si chiama Hamied Yussuf ed è musulmano, ha un’industria farmaceutica».
Lei era molto amico di Pavarotti?
«E di Carreras e Domingo. Abbiamo fatto insieme il primo concerto dei “Tre tenori”, nel 1990 a Caracalla».
L’errore più grande che ha fatto?
«Quando ero un giovane direttore, ho un po’ maltrattato alcuni strumentisti».
Era arrogante?
«No. Molto esigente. Non erano grandi musicisti, ma gli ho rovinato un periodo della vita e mi dispiace ».
Il film?
«Vado molto al cinema. Recentemente, ho visto Acqua di Deepa Mehta».
È una sua parente?
«No. Il suo film mi ha spaccato il cuore. Racconta di vedove indiane abbandonate. La regista lo ha dovuto girare nello Sri Lanka perché il governo non voleva vedere l’India dipinta sotto questa luce».
La canzone?
«Che cosa intende dire?».
Ha un brano di musica pop preferito?
«No. Non ho mai messo un disco pop o rock nel mio lettore cd. Apprezzo il jazz perché i musicisti sono bravi e improvvisano, ma il rock…».
Che cosa ha che non va?
«Fanno lo stesso ritmo per 5 minuti. Allora preferisco il rap, che alle origini aveva un ruolo sociale notevole. Nei testi c’era tutta la sofferenza dei ghetti neri».
Il libro?
«Di solito leggo soprattutto biografie e libri di storia. Ma recentemente mi è piaciuto The audacity of hope».
Il best seller di Barack Obama, il presidenteeletto degli Stati Uniti.
«Sì. Obama ha un macigno sulle spalle. E a parte la crisi economica dovrà concentrarsi anche sull’Afghanistan. Forse non è chiaro a tutti…».
Che cosa?
«Che l’Afghanistan non lo ha mai conquistato nessuno. Da lì, nei secoli, sono stati cacciati sia gli inglesi, sia i sovietici».
Lo ha mai conosciuto, Obama?
«No. Sono stato cinque anni di fila a Chicago con l’Anello del Nibelungo di Wagner e con Le nozze di Figaro, ma in teatro lui non si è mai visto».
Sa di qualche presidente degli Usa melomane?
«Jimmy Carter frequentava l’opera. Per il resto…».
Clinton?
«Scherza? Quelli del Sud, dell’Arkansas, che cosa vuole che ne sappiano di musica. Niente. Reagan, poi…».
Lo conosce?
«Sì. Senso della cultura: nullo. Eravamo vicini di casa a Los Angeles prima che venisse eletto presidente. Sua moglie Nancy e mia moglie Nancy sono amiche, andavano insieme al mercato».
Lei fa la spesa?
«Sì. Mi piace».
Quanto costa un litro di latte?
«E che ne so? Io arrivo alla cassa e pago con la carta. In compenso so quanto costa la benzina a Los Angeles, a Firenze e a Mumbai».
Quanto?
«Troppo».

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Commenti
Bianca Maria 19 novembre 2012

Bella intervista dopo averla letta sembra di averlo conosciuto

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