Luca Zingaretti (Magazine – novembre 2008)

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E’ tornato. Dopo aver annunciato che aveva chiuso con le storie del commissario più amato dai telespettatori, dopo due anni di repliche Rai che superavano il 25% di share, Luca Zingaretti, 47 anni, romano, si è rimesso il costume da Montalbano e si è intrufolato di nuovo nelle case degli italiani con tanto di nuotate all’alba nel mare ragusano e tutto l’assortimento di espressioni sicule ormai comprensibilissime pure a Innichen, nel Sud Tirolo: macari che sta per “anche”, mi hai rotto i cabasisi che sta per… be’, ci siamo capiti. Zingaretti mi accoglie nella sua casa linda e ordinata di Roma. Mentre parliamo si alza continuamente, prende libri dagli scaffali e cerca qualche frase che si incastri con l’argomento di cui stiamo parlando. Tira fuori roman zi, saggi, testi teatrali. I volumi sono tutti schedati, su ognuno c’è la data in cui è stato letto e un giudizio: “Bello”, “Fila poco” e via dicendo. Quando gli chiedo il perché del gran ritorno dopo il gran rifiuto, mi parla di nostalgia per il gruppo di lavoro, per la Sicilia… Poi mi racconta che un giorno una signora lo ha fermato e gli ha detto: «La prego, rifaccia Montalbano. Questo Paese ha eticamente bisogno di un personaggio come lui». Ha detto proprio così, la signora. E parlando con l’attore ci si accorge che lui in fondo è d’accordo. Ovviamente Zingaretti non pensa che un personaggio televisivo possa risolvere i guai dell’Italia, ma ha un’idea precisa del perché Montalbano piaccia: «È l’uomo a cui noi maschietti vorremmo assomigliare e che le donne vorrebbero al loro fianco, anche perché ha un suo senso morale molto preciso». Di più. Se si chiede all’attore su che cosa dovrebbe indagare un Montalbano reale, nell’Italia del Terzo millennio, lui parte con una sfilza di problemi infinita alla cui base c’è proprio lo “sbando etico”. Sbando, che tra l’altro è presentissimo anche nei nuovi episodi in onda in questi giorni: datori di lavoro che nascondono morti bianche, politici drogati, inchieste insabbiate… A un certo punto il commissario dice pure: «Se arrestiamo quello che dà la cocaina ai parlamentari poi ci dicono che siamo comunisti, come è successo ai giudici di Milano».
Zingaretti, sbaglio o Montalbano si è un po’ politicizzato?
«Politicizzato? Non direi».
I riferimenti all’attualità sono piuttosto espliciti.
«Andrea Camilleri, autore dei racconti di Montalbano, ha sempre inserito temi sociali nei suoi gialli».
Quella frase sui giudici…
«E diciamolo: chiunque in Italia, politico o no, venga beccato col sorcio in bocca, poi grida al complotto. Mi pare un dato di fatto».
Non esageri.
«È così. Bisogna ricominciare a intendersi su che cosa sono le regole. Le faccio vedere…».
Che cosa?
«Un libro. Di Gherardo Colombo, Sulle regole. Nelle prime pagine c’è una carrellata dei piccoli reati commessi dagli italiani tutti i giorni con naturalezza. Passano inosservati perché sono la regola».
Gli italiani sono così malandrini?
«Raccomandazioni, corruzioni, mazzette. Non siamo gli unici, ma qui sono saltate le regole condivise. Ristabiliamole».
E poi?
«Non mi dispiacerebbero un po’ più di pudore e di voglia di approfondire».
Partiamo dal pudore.
«Le consiglio un saggio della francese Monique Selz. Si chiama proprio Il pudore. Prima il pudore era una cosa da difendere. Ora, chi non mette in piazza i propri sentimenti è poco “in”. C’è la corsa a mostrarsi in tv o a imitare i modelli televisivi. Mi pare che in pochissimo tempo sia aumentato il rincoglionimento. I telefonini…».
È contro l’uso dei telefoni cellulari?
«No. Ma forse andrebbero regolamentati».
Via i telefonini dalle scuole?
«E dai teatri, dai cinema… L’uso spasmodico del telefonino è avvilente».
Lei ne ha uno di ultimissima generazione.
«Lo utilizzo come un telefono a gettoni. Molti ne abusano: si va ai concerti e invece di godersi lo spettacolo si passa il tempo a filmare o chiamare gli amici. Vedere intere tavolate nei ristoranti in cui ognuno parla al cellulare, poi, è orribile. Nessuno si gode il proprio presente per la smania di comunicare».
Italiani: sempre connessi.
«Che è un po’ come dire mai connessi con se stessi e con la propria realtà. E qui veniamo alla voglia di approfondire».
Manca?
«Essendo sempre connessi col cellulare, con internet, con la tv siamo bombardati da informazioni, ci angosciamo e non approfondiamo mai».
Più che al Montalbano/ispettore, sta giocando allo psico-sociologo.
«Un po’ di psicologia l’ho studiata all’Università».
Lei che cosa guarda in tv?
«Un giorno in pretura e Report. Approfondimenti, appunto. In un momento in cui le informazioni ti arrivano sul cellulare, ho pure deciso di curare un festival di documentari. Si chiama Hai visto mai, si svolge a Siena. In Italia i documentari sembrano dar fastidio».
Perché?
«Forse perché nella corsa all’autodistruzione non si vuole essere disturbati da chi approfondisce i problemi».
Il documentario che vorrebbe vedere realizzato?
«Qualcosa sull’abusivismo che dilaga. Un amico tedesco a cui ho raccontato quel che succede da noi con l’edilizia, non ci voleva credere. Diceva: “Vabbè, ma se una costruzione è illegale la abbattete, no? Non gli date la luce e l’acqua…”. Come spiegargli che da noi hanno costruito nei siti archeologici? È l’Italia dei prepotenti. Anche i rapporti interpersonali sono esacerbati».
Lei da regista ne ha girati un paio, di documentari.
«Uno in Uganda. E un altro su Suso Cecchi D’Amico».
Suso è una leggendaria sceneggiatrice del cinema italiano. Ed è anche nonna di Margherita, scrittrice, con cui lei era sposato.
«Suso mi ha raccontato un’Italia che aveva un altro spessore».
Lei avrebbe voluto vivere negli anni Cinquanta del secolo scorso?
«Un po’ di tempo fa ho ascoltato alla radio un’intervista a Ennio Flaiano. Be’, gli intellettuali prima erano un’altra cosa: aprivano bocca e ti spalancavano le finestrelle del cervello, che tu fossi d’accordo o meno con quel che dicevano. Ora… lasciamo perdere».
Tutto quel che ha detto fino a ora ricorda il primo editoriale di Concita De Gregorio sull’Unità: il richiamo un po’ nostalgico a un’Italia cortese e corretta che non c’è più.
«Ma De Gregorio non stava a Repubblica?».
Dirige da un paio di mesi il quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
«Ammetto che è un bel po’ che non tocco i giornali. Vorrà dire che lo comprerò. Il mio discorso comunque non è del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”».
Lo sembra: tra il nostalgico e l’elitario.
«Lo so che ora il benessere è più diffuso e si vive più a lungo. Ma col progresso e la tecnologia, necessari e benvenuti, è arrivata anche una velocità della vita eccessiva, barbara ».
Zingaretti/Montalbano sa indicare un colpevole per tutto questo?
«Il mercato ha molte responsabilità: non ci si domanda mai se questa corsa al consumo continuo di beni e informazioni, ci porti alla felicità. E guardi che glielo dice un patito di gadget».
La leggenda narra di uno Zingaretti star di una tribù ugandese perché aveva introdotto nel villaggio una tenda/giacca…
«Raccoglieva pure i raggi del sole conservando il calore».
Visto quel che dice pensa mai alla fuga?
«Dall’Italia? Mai. È comunque il posto più bello dove stare. È il mio Paese».
Patriota.
«Sono più patriota di molti che lo sbandierano. Dopodiché, da un po’ di tempo, sto pensando alla possibilità di vivere senza il mio lavoro».
Per mettersi a fare che cosa?
«Magari il contadino. Oppure potrei aprire un piccolo resort».
Fuga dalla città. Mi pare che lei non veda grandi segnali di speranza all’orizzonte.
«Di che tipo?».
Che ne so, nel mondo politico?
«Non mi viene in mente niente».
Lei ha mai fatto politica?
«Da ragazzo. Vivevo nel quartiere della Magliana, ma militavo a Monteverde, nel Pdup».
Il Partito di Unità proletaria.
«Con Luciana Castellina e Lucio Magri. Io fondamentalmente mi divertivo. Ero un compagno anomalo».
Perché?
«Giocavo a pallone. A diciassette anni andai al Rimini, in serie B. Rientrai a Roma perché nel frattempo avevo vinto il concorso per entrare nell’Accademia di Arte drammatica».
E la politica? Ha mai pensato di proseguire quella strada?
«Mai».
Berlusconi, Veltroni…
«Non mi piace parlare dei politici».
Suo fratello Nicola, del Pd, è presidente della Provincia. Lei ha sponsorizzato la sua candidatura?
«Ho partecipato a una sola serata, a Frascati. Fare di più sarebbe stato scorretto».
I suoi esordi da attore.
«I primi soldi li ho visti con uno spettacolo di Ronconi, la Santa Giovanna con Adriana Asti».
Che ruolo aveva?
«Il boia. Ricordo ancora le battute. Un prete mi chiedeva: “La forca è pronta?”. E io: “Sì, signore”. “E la condannata l’ha vista?”. “Sì, signore”. Immobile su una scala».
Ha avuto dei maestri?
«Sì. A parte Ronconi e la Asti, Peter Stein, Marisa Fabbri e Umberto Orsini. Stavo ore a guardarlo per capire come facesse a far scattare la risata o il moto di commozione nel pubblico».
Come faceva?
«Usando perfettamente le pause e i tempi in scena».
Nello spettacolo, in politica, nel giornalismo, di persone che hanno voglia e capacità di essere maestri se ne vedono poche.
«In giro ci sono soprattutto seconde e terze file: autorità senza autorevolezza. Ma da un momento di crisi come questo potrebbe pure nascere una generazione che si rimbocca le maniche e decide di fare tutto da sola».
Parla anche degli studenti in piazza contro la Gelmini?
«Questi giovani mi piacciono. Ammiro molto il fatto che siano restati anche sotto la pioggia per ore e ore pur di manifestare le loro idee».
Come ha incontrato Montalbano?
«Andrea Camilleri era un mio professore in Accademia. Un giorno in libreria vidi questo suo libro. Lo presi per curiosità. Rimasi folgorato. Mi informai pure per comprarne i diritti, ma ero abbastanza squattrinato. Era il periodo in cui durante le tournée dormivamo negli albergacci per prostitute: abbastanza rumorosi».
Le capita spesso di leggere libri e di volerne comprare i diritti?
«Mi è successo anche con Doppio sogno di Schnitzler. Quando mi arrivò la lettera che mi avvertiva che li aveva già presi Kubrick fu un colpo. Comunque appena seppi che qualcuno voleva fare un film su Montalbano mi feci avanti. I provini durarono mesi».
Nella terna finale eravate: lei…
«Gli altri non li dirò mai».
Mi risulta fossero Antonio Catania ed Ennio Fantastichini.
«Non confermo. Non sarebbe carino. Tra il momento della firma e quello dell’inizio delle riprese trascorsero altri mesi. Ero terrorizzato».
E indebitato…
«Be’, le riprese non partivano e io non è che avessi tutte queste riserve».
Con Montalbano sono arrivate molte altre proposte?
«Sì. Anche non cinematografiche. Mi hanno offerto pure un grande talk in tv, ma ho rifiutato».
Per snobismo?
«No. Perché avrei tradito l’affetto di chi mi segue come attore».
Essere Montalbano è una svolta economica?
«Non quanto pensano in molti. È una svolta perché ti dà successo e visibilità e quindi la possibilità di scegliere tra i molti ruoli che ti propongono».
La scelta chiave della sua vita?
«Lasciare il calcio per l’Accademia».
Rimpianti?
«No. Ma ero un buon mediano».
Ha fama di cagnaccio.
«Durante le partite di beneficenza la mia competitività rasenta il ridicolo».
Una volta ha tartassato di calci uno dei figli di Gaucci, l’ex presidente del Perugia.
«Aveva torto lui. Era iper allenato, giovane e forte e si è messo a fare il fico con noi. Gli ho dato un calcione e gli ho detto: “Guarda che ti fai male”».
Una minaccia.
«Ci sono regole da seguire, e tra queste, il rispetto dell’avversario».
Lei è tifoso?
«Della Roma. Ma ammetto che questo calcio non lo amo. Queste star che festeggiano i gol a torso nudo con balletti e mossette per pubblicizzare i propri muscoli non mi piacciono».
Ha un clan di amici?
«Non un clan. Ho quattro-cinque amici veri, che non c’entrano nulla uno con l’altro».
Sono colleghi attori, vip o showmen?
«No. Non frequento quel mondo».
Il libro della vita?
«Teresa Batista stanca di guerra di Jorge Amado: un regalo della mia prima fidanzatina al liceo. Ma poi ce ne sono mille altri. Trascrivo su un taccuino le frasi più belle».
Per citarle al momento giusto?
«No. Per godermele quando vado a rileggerle».
La canzone?
«Ho una cultura musicale pari a zero. Da ragazzo consideravo le note dei Led Zeppelin un rumoraccio. Meglio i cantautori italiani».
Un nome e un titolo.
«Colleghi trascurati di Paolo Conte».
Il film?
«Il Cacciatore di Michael Cimino».
Sulla guerra in Vietnam.
«È la più bella storia sull’amicizia e sulla perdita dell’innocenza, che sia stata filmata».
Domande finali. Quanto costa un litro di benzina?
«E che ne so? Faccio il pieno e via».
Chi è il ministro ombra degli Interni?
«Chi potrebbe essere? Boh…».
Marco Minniti. Quanti articoli ha la Costituzione?
«Non so. Ma ho riletto da poco i principi fondamentali».
Ha dei riti familiari?
«Un pranzo a settimana con i miei genitori e i miei fratelli».
È vero che è l’unico un po’ bassetto della famiglia?
«Mio padre e i miei fratelli sono altissimi. Mia madre è come me».
Si dice che sua madre si presenti nei negozi dicendo: «Sono la mamma di Montalbano».
«Per divertimento. Ha continuato a farlo anche mentre andavano in onda le repliche. Figuriamoci ora».

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