Ignazio Marino (Magazine – novembre 2008)

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Sembrano mani normalissime. Eppure quelle che ho di fronte sono mani che hanno effettuato più di settecento trapianti (700!), hanno salvato settecento vite, hanno fatto felici settecento famiglie. L’intervista comincia quando smetto di fissarle. Il senatore/chirurgo del Pd, Ignazio Marino, mi accoglie nella casa della madre, a Roma, in un salotto tutto velluti verdi e mobili antichi. Si considera un apolide, ha vissuto più di quindici anni negli Stati Uniti e, avendo la doppia cittadinanza, ha potuto votare Obama. Cattolico di rito scoutistico, non teme di dissentire dalle parole dell’attuale Pontefice in materia di medicina e di bioetica. E tantomeno di stroncare le idee sul testamento biologico della sua collega di partito, la teodem Paola Binetti: «La proposta dell’onorevole Binetti, che piace anche al sottosegretario del Pdl Eugenia Roccella, se approvata causerebbe disastri».
Perché?
«Perché, per esempio, impone la nutrizione e l’idratazione, che in certi casi sono veri e propri trattamenti medici, anche sui pazienti in stato vegetativo».
Lei è contrario?
«Sì. Una legge simile metterà i medici di fronte a un bivio: o infrangere la legge o infrangere il codice deontologico, che obbliga a rispettare le indicazioni date dal paziente. Molti di quelli del Pdl, seppur in buona fede, a volte sembrano più realisti del re».
Il re sarebbe il Vaticano?
«In Vaticano ci sono voci molto diverse tra loro».
Lei che cosa propone?
«Io non voglio una legge per staccare la spina. Piuttosto vorrei una norma per cui la volontà del paziente e della sua famiglia venissero rispettate. E fosse rispettato l’articolo 32 della Costituzione: quello per cui non si possono somministrare cure a chi non le vuole. Tra l’altro una legge simile metterebbe dei paletti allo status quo deregolato».
In che senso?
«Dalle audizioni tenute in Senato con gli operatori risulta che mentre parliamo, da qualche parte, in una sala rianimazione, c’è qualcuno che sta decidendo se proseguire una terapia o no, in scienza e coscienza, ma senza consultare nessuno. Da cattolico, le dirò di più…».
Mi dica.
«Abusare delle risorse mediche per tenere in vita un paziente diventa idolatria della tecnica e rinuncia alla carità cristiana».
Lei si è mai trovato di fronte a un paziente che rifiutava un trattamento?
«Certo. Anche casi estremi: un giovane testimone di Geova a cui dovevo trapiantare il fegato rifiutò l’intervento perché serviva una trasfusione, vietata dalla sua religione. Mi disse che preferiva morire piuttosto che essere dannato in eterno. Be’, è morto».
Ha letto le parole di Papa Ratzinger sui trapianti? Sostiene che bisogna essere cauti nel dichiarare la morte di un paziente.
«Non mi sento di commentare il Santo Padre. Ma insomma… Wojtyla nel 2000 intervenne al congresso mondiale dei trapiantologi proprio per ribadire che, con un encefalogramma piatto, donare gli organi è un atto di generosità ».
Lei opera ancora?
«Sì, il lunedì, a Negrar, vicino a Verona, in un ospedale pubblico classificato».
Quando ha capito che avrebbe voluto fare il medico?
«A diciassette anni già sapevo che avrei voluto trapiantare fegati».
A diciassette anni?
«Leggevo qualsiasi articolo sui progressi della scienza e della medicina: era il periodo del primo trapianto di cuore, del primo allunaggio…».
Aveva già una manualità prodigiosa?
«Facevo modellini: aeroplani, galeoni».
Studi?
«Prima a Genova, dove sono nato. Poi a Roma».
Dove?
«Al Tasso. Quella scuola fu uno shock per me e per la mia famiglia».
Perché?
«Era il ’69. Ed erano più i giorni in cui si occupava che quelli in cui si studiava».
Paolo Gentiloni, suo collega del Pd, era uno dei leader del Movimento studentesco.
«Non lo ricordo. Non facevo politica. E per farmi studiare i miei genitori mi misero in un liceo privato: dai Fratelli delle Scuole cristiane».
Università?
«Alla Cattolica di Roma. Al quarto anno misi i miei primi punti a un paziente. Ricordo anche la prima volta che presi in mano il bisturi: solo lì ti rendi conto che un errore di un millimetro può essere fatale».
Quando si trasferì negli Stati Uniti?
«Prima andai a Cambridge, l’unico posto in Europa dove si trapiantava il fegato. Alla corte di Sir Roy Calne».
Un super barone dell’Università inglese?
«Il contrario. Da lui ho imparato che rispondere a tutti, anche all’ultimo degli studenti, è un dovere civile. Durante la pausa di un’operazione, mentre ero in bagno, Sir Roy mi raggiunse per propormi di andare a Pittsburgh: la mecca dei trapiantologi».
Come fu l’impatto?
«Drammatico. Thomas Starzl, la leggenda, il primo ad aver mai trapiantato un fegato, uno che alza il telefono e parla con il presidente degli Usa, mi portò in sala operatoria già il primo giorno».
E come andò?
«Ruppi il filo di una cucitura. Una figuraccia. Ma ebbi modo di rifarmi e Starzl mi fece capire che mi apprezzava: quando dovetti rientrare a Roma perché era finita l’aspettativa con la Cattolica, fece di tutto per tenermi a Pittsburgh».
Cioè?
«Prima mi scrisse: “Non andrai da nessuna parte se continui con questo moto browniano”».
Moto…?
«Browniano: quando le particelle di materia si muovono a vuoto sprecando energia. Poi mi pianificò la carriera scientifica per una decina di anni, facendo anche proposte economiche importanti».
Accettò per quello?
«No. Perché l’attività clinica e la ricerca a Pittsburgh non avevano limiti. Lì il limite era il cielo, anche per i giovani ricercatori: se presentavamo un progetto interessante, venivamo seguiti. Ho cercato di importare il modello».
In Italia?
«Sì. In questi giorni, grazie a un comma che ho inserito in Finanziaria l’anno scorso, 32 ragazzi sotto i 40 anni riceveranno un assegno da 500.000 euro per un progetto di ricerca. Hanno partecipato al concorso in 1.720 e la selezione è stata a livelli altissimi. In Italia è una novità, altrove è una cosa comune».
A Pittsburgh…
«Poco più che trentenne, Starzl mi mise a capo del progetto per il primo trapianto da un babbuino a un essere umano».
Trapianto che lei ha effettuato?
«Sì. La prima volta il 28 giugno 1992. Dopo qualche anno andai a capo dell’unico centro trapianti del governo americano».
Com’è avere sotto i ferri la vita di un essere umano?
«Difficile. Io programmo ogni possibile imprevisto con la mia équipe, ma quando arrivo al momento di massima tensione, per un secondo penso sempre: “Ma chi me lo ha fatto fare?”. Lo stress è assurdo. Perdo un chilo e mezzo a operazione. Ma poi…».
Poi?
«Annunciare la riuscita dell’intervento ai parenti è un’emozione impagabile».
La gratitudine…
«A Natale arrivano centinaia di biglietti, da tutto il mondo, anche di persone operate venti anni fa. A volte esagerano».
Racconti.
«Nel 1995 feci un viaggio in Colombia. Il nono giorno di vacanza mi chiamò la mia assistente Scheryl per dirmi che c’era un problema».
Con degli ex pazienti?
«Sì. Due reduci del Vietnam a cui avevo trapiantato il fegato, chiamando l’ospedale, si erano convinti che non tornavo dalla Colombia perché mi avevano rapito: uno aveva preso una barca a Miami e l’altro aveva preparato i fucili».
Per fare che cosa, scusi?
«Per venirmi a salvare. Li chiamai e mi sentii dire: “Hi doc, we got the guns ready”».
Quando decise di tornare in Italia?
«Quando mi dissero che c’era un progetto per realizzare un centro trapianti in una zona del Paese dove non esisteva».
L’Ismett di Palermo.
«Esatto. Essendo stato scout per molti anni, avevo un legame fortissimo con il cardinale Pappalardo, palermitano, che era stato mio assistente spirituale. In Sicilia abbiamo effettuato il primo trapianto su un paziente sieropositivo».
Ci furono molte polemiche.
«L’allora ministro Sirchia, disse che ci sarebbero stati risultati catastrofici».
Invece?
«Il ragazzo operato sta bene».
Come e perché approdò in politica?
«Me lo proposero nell’estate del 2005, Giuliano Amato e Massimo D’Alema, con cui collaboravo alla Fondazione Italianieuropei».
Il rapporto tra la politica e la medicina in Italia e negli Usa…
«Negli Usa la politica è al servizio della medicina e tu non ci entri mai in contatto».
In Italia?
«I cervelli più brillanti devono perdere tempo ed energia per raccogliere appoggi politici. Se no non vanno avanti. E poi l’Italia è piena di baroni che stanno nel pubblico, ma operano soprattutto nel privato».
Non va bene?
«Detto tra noi: io li allontanerei, per fare posto a chi nel pubblico ci vuole lavorare per davvero».
Detto ciò, il sistema sanitario Usa non è in ottima salute.
«Ci sono 50 milioni di persone senza assistenza. O cambia il sistema o si rischia la rivoluzione. È una delle sfide principali di Obama».
Lei ha votato il candidato democratico.
«Sì. Pur conoscendo personalmente sia Bill che Hillary Clinton, ho votato Obama anche alle primarie. E la notte delle elezioni io, mia moglie Rossana e mia figlia Stefania, ci siamo commossi davanti alla tv».
Il Pd italiano fa bene a gioire per la vittoria di Obama?
«La storia di Obama porta con sé una lezione: primarie vere, primarie sempre».
È un messaggio per il leader Pd, Veltroni?
«Veltroni crede nelle primarie. E spero che alle prossime politiche punterà su questo strumento per favorire un ricambio generazionale: ci sono trentenni straordinari che hanno i numeri per assumersi grosse responsabilità. Dobbiamo dargliele».
Lei presiede una Commissione di inchiesta sul sistema sanitario italiano…
«Dobbiamo investire in valutazione e verifica dei servizi. Dobbiamo modernizzare il sistema».
Nella modernizzazione rientrano anche le chiusure degli ospedali?
«Sì. Se si prevedono soluzioni migliori per il territorio. Ma prima vanno trovate le soluzioni e poi vanno chiusi gli ospedali. Insomma, un ospedale come il Policlinico di Roma…».
Che cosa ha che non va?
«Decine di palazzine e decine di laboratori di analisi. Se lo si racconta a un manager americano, pensa che sia uno scherzo».
Perché?
«Oggi un policlinico universitario non può che essere un monoblocco con 400 posti letto e un unico laboratorio che dà in outsourcing la maggior parte delle analisi».
A cena col nemico?
«L’onorevole Paola Binetti».
Ma è una collega del Pd!
«Mi è capitato più volte di cenare con lei. In cuor suo non penso che si riconosca davvero nelle idee del Pd: ma la stimo, perché crede fino in fondo in quel che dice ».
L’errore della vita?
«Riguarda una paziente. Io non volevo portarla in sala operatoria, perché pensavo che non avrebbe superato l’intervento, ma i colleghi e lo staff sostenevano che ce la poteva fare».
Come è finita?
«Male. Non ce l’ha fatta».
Il film?
«Fragole e sangue, l’ho rivisto cinque volte».
La canzone?
«Imagine di John Lennon. Ho chiamato Imagine anche una onlus che si occupa di medicina infantile in zone povere del pianeta».
Ha anche una onlus?
«Come Clinton, credo che il XXI secolo avrà come protagoniste le organizzazioni non governative».
Il libro?
«Annibale di Gianni Granzotto».
Da medico: quanto costa un preservativo?
«Boh, circa un euro?».
Circa. I condom andrebbero distribuiti nelle scuole?
«Mi sono posto il problema la prima volta in Perù, dove la distribuzione avviene alle medie. Può turbare qualcuno, ma è l’unico modo per proteggersi dalle malattie. Non vedo nel futuro il genere umano che si astiene dal sesso».
I confini dell’Afghanistan?
«Pakistan, India…».
India no. L’articolo 9 della Costituzione?
«Non ricordo».
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. È così?
«L’accordo di Lisbona ci impone di portare l’investimento nella ricerca al 3% del Pil».
Sento che c’è un “ma”.
«Quando abbiamo firmato eravamo all’1,1%, ora coi tagli di Tremonti andrà pure peggio».
Colpa della crisi?
«Nel resto d’Europa si pensa che la crisi si possa sconfiggere anche investendo nella ricerca. Lo pensa pure Sarkozy, che non mi pare uno di sinistra».
Lei le guarda le fiction sui medici in tv?
«Uno dei miei migliori amici, Howard Doyle, fa l’intensivista, e ha lo stesso caratteraccio del Dr. House».
E.R. lo ha mai visto?
«Spezzoni: gli ambienti del pronto soccorso americano sono proprio così. E nel mio ospedale di Pittsburgh c’era lo stesso caos».
Perché secondo lei le serie tv “in camice” hanno tutto questo successo?
«Curiosità. Quando sono a cena fuori, le persone mi chiedono particolari su ciò che accade in sala operatoria. Le scelte più difficili…».
La sua scelta più difficile?
«Con una ragazza che era stata investita da una moto. Avevano provato a operarla in un ospedale. Ma le avevano richiuso l’addome e ce l’avevano spedita perché non avevano idea di come intervenire. Arrivò in elicottero. Io decisi di procedere con un’operazione che aveva un tasso di mortalità elevatissimo. Nel caos della sala chiesi il silenzio e dissi: “So esattamente che cosa devo fare”. Andò bene e la procedura usata l’abbiamo pure pubblicata».
Decisionista?
«Il mio decisionismo è stato preso in giro in Commissione sanità».
Da chi?
«Dalla senatrice del Pdl Laura Bianconi. Mostravo una certa insofferenza per le perdite di tempo e lei mi rimbrottò: “Presidente, qui non siamo nella sua sala operatoria”».

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