Raffaele Bonanni (Magazine – maggio 2008)

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Raffaele Bonanni, 58 anni, segretario generale della Cisl, abruzzese integrale (ogni tanto spara qualche verbaccio tipo andiedi per andai e stiedi per stetti), è l’orso valdisangrano del sindacalismo. Per farmi capire quanto poco sia verosimile la leggenda secondo la quale un giorno una collega della Cgil lo prese a cazzotti, mi mostra le mani, due palanche: «Ma le pare possibile? Guardi che io sono pesante». Lo incontro nel suo ufficio di via Po, a Roma. Mi accoglie in jeans e maglione blu. Su uno scaffale della libreria c’è un berretto dei Carabinieri (“L’Arma è la cosa più seria di questo Paese”). Al muro è appesa una gigantografia di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Br nel 2002 con cui Bonanni collaborò per molto tempo. Tra l’altro Bonanni è anche uno dei più accaniti difensori della famosa legge 30 sulla flessibilità del lavoro. La legge Biagi, appunto. Quella che ha introdotto tipologie contrattuali a tempo o a progetto, e che molti a sinistra considerano la norma che ha aperto alla precarizzazione del lavoro, soprattutto giovanile.
Bonanni, l’ha visto il film di Virzì Tutta la vita davanti?
«Non ancora. So che parla dei call center».
E dei precari. I sindacati oggi sono percepiti come organizzazioni che si occupano solo di pensionati e lavoratori ultra-garantiti. E trascurano i precari.
«È una sciocchezza».
Siete una casta: che perde iscritti e non è più rappresentativa.
«È una balla colossale. A proposito di casta, io sono castissimo. Davvero. Ma guardi che nell’ultimo anno siamo cresciuti di 80.000 iscritti».
Tutti pensionati?
«Solo una piccola percentuale. Le ricordo che la Cisl ha 305.000 tesserati extracomunitari. E la nostra coordinatrice delle donne, Liliana Ocmin, è un’ex clandestina, che ha fatto la colf e poi si è laureata».
I precari.
«Siamo l’organizzazione che se ne occupa da più tempo. Proprio con Marco Biagi. Mi faccia chiarire una cosa…».
Prego.
«Non sono le leggi a fare i precari. Il precario era una specie di lavoratore autonomo che però svolgeva mansioni da dipendente con stipendi da fame. Con la legge 30 si è definita la distinzione tra chi è autonomo e chi è dipendente. Il passo successivo è la battaglia sui contributi, che abbiamo già cominciato. Il mio slogan è: lavorare meglio, lavorare di più, guadagnare di più».
Ero rimasto a “lavorare meno, lavorare tutti”.
«Un lavoratore flessibile dovrebbe guadagnare di più. Ed è con l’aumento dei contributi che i precari possono ottenere prestazioni: formazione, cassa integrazione, malattia, maternità. Vorrei far notare, poi, che in Italia l’84% dei dipendenti è a tempo indeterminato».
È una percentuale ereditata nei secoli. Ormai il nuovo impiego è tutto flessibile.
«Non è vero. I contratti a tempo indeterminato crescono».
Mi spiega perché allora in Italia il precariato è sulla bocca di tutti?
«È uno di quei casi in cui l’informazione ha preso una opinione e l’ha trasformata in un fatto. Questo conveniva agli industriali, che appunto non volevano aumentare i contributi, e alla sinistra che ha eretto barricate ideologiche. La mia più grossa soddisfazione è stata vedere Cofferati ricorrere alla Biagi per i dipendenti del Comune di Bologna».
A prescindere dai contributi, i salari restano da fame.
«Il progetto di azionariato collettivo che la Cisl sponsorizza potrebbe influire anche sui salari».
Di che si tratta?
«Della legge che permetterebbe ai lavoratori di avere un peso sull’indirizzo e il controllo delle imprese, attraverso un pacchetto azionario».
Emma Marcegaglia, neo presidente di Confindustria, sembra scettica.
«Ha invitato alla cautela».
La Cgil vi segue su questa linea?
«Guglielmo Epifani ha fatto una piccola apertura. Ma molti a sinistra non ne vogliono sentir parlare».
Perché?
«Perché con i lavoratori che partecipano alla gestione di un’azienda cambiano i rapporti, si smussa l’antagonismo tra dipendente e datore di lavoro. Io non vivo per quell’antagonismo. Io so che tra imprenditori e dipendenti ci sono interessi distinti. E li voglio far convergere».
Lei è anche fan della convergenza tra Veltroni e Berlusconi.
«Certo. Col Paese in queste condizioni, una contrapposizione dura rende impossibili certi provvedimenti, soprattutto se impopolari».
Di che cosa parla?
«Della riduzione del numero dei porti e delle università. Della Tav, dei rigassificatori, del nucleare. E poi diciamo anche che la Cisl non considera nessun governo amico o nemico a priori».
Il 50% dei cislini ha votato Pdl.
«I nostri iscritti votano tutto l’arco costituzionale. Normale. Siamo 4 milioni e mezzo».
Tantissimi. Malgrado ciò, lei non sembra essere percepito come un “potente”.
«Sarà perché il potere si misura anche con lo stile di vita. E io faccio vita da monaco».
Non esageri.
«Mica frequento quel posto di moda… com’è che si chiama? Capalbio? Appena posso torno in campagna. Dove sono nato».
L’infanzia a Bomba, in Abruzzo?
«Mio padre aveva un piccolo emporio ed era un dirigente del Pci».
Anche lei ha un passato coi comunisti?
«Ero iscritto alla Fgci».
Aveva vent’anni nel ’68.
«Ricordo una manifestazione a Lanciano, la cittadina dove andavo a scuola, con le tabacchine in rivolta, delle autentiche energumene. Si stava molto in piazza».
Il primo lavoro?
«Con mio padre. Portavo le bombole del gas a domicilio. Papà voleva che restassi con lui a bottega. Mi rifiutai».
Ribellione generazionale.
«Cercai un posto altrove. Mi scontrai con il collocatore di un cantiere».
Con chi?
«L’uomo che assegnava il lavoro. Mio padre lo conosceva e gli disse di non prendermi. Diciamo che lo convinsi dopo un’accesa discussione. Ho fatto il muratore per 9 mesi: badile e gru. Una roba massacrante».
Nel sindacato quando ci entra?
«Dopo poco. Cominciai a organizzare i lavoratori».
Per conto di chi?
«All’inizio con la Cgil. Un breve periodo».
Quando passa alla Cisl?
«Praticamente subito. Politicamente sono un po’ un cane sciolto. E da ragazzo ero più socialista che comunista. Nella Cgil c’era un controllo ferreo su qualsiasi cosa, e io non ero ordinatissimo, quindi…».
Il primo sciopero?
«Nel 1970. Conservo ancora come una reliquia il contratto nazionale degli edili che uscì fuori da quella protesta. Io giravo per i cantieri con la mia Aermacchi Harley Davidson».
Che cosa sarebbe?
«Una motocicletta che uso ancora. All’epoca, insieme con un gruppo di amici, avevamo pure una rivista ciclostilata: Il Sangro proletario. All’inizio degli anni Settanta, poi mi trasferii in Sicilia».
Perché?
«Anche su suggerimento di Giuseppe Di Lello, magistrato anti-mafia, che era sindaco socialista di un paesino abruzzese. A mia moglie, con l’inganno, feci fare un viaggio di nozze allucinante a Palermo».
Ce lo racconti.
«Le dissi che ci saremmo riposati sulle spiagge di Mondello. Invece, passammo tre giorni in un cantiere occupato di Capaci».
C’è chi ha divorziato per molto meno.
«Palermo, molto prima che arrivasse il sindaco Leoluca Orlando, visse un grande fermento. Venivano ragazzi da tutta Italia: c’era Mauro Rostagno di Lotta Continua, ma anche giovani di Cielle. Nella sede del sindacato la sera allestivamo una scuola popolare. Poi ci divertivamo pure eh… Ma la città era dura: c’erano i caporali veri, i cantieri mafiosi dove si riciclavano i soldi della criminalità. Io ero amico di Ninni Cassarà, il capo della Mobile ucciso dalle cosche: giocavamo spesso a biliardo».
Lei polemizzò con Leoluca Orlando.
«E qualcuno mi chiamò sindakalista col kappa. Poi ci riappacificammo. Lui si proponeva come il campione dell’antimafia. E sembrava quasi che chi lo contestava fosse mafioso. Questo non lo accettavo. Ero e sono ultra-garantista. Con Sciascia partecipavo al comitato contro la legge Reale, quella anni Settanta, durissima e restrittiva sull’ordine pubblico».
A Palermo comincia la sua scalata nella Cisl. Si lega a D’Antoni…
«Il sindacato con me raddoppiò le tessere».
Ma allora è vero che lei è il signore delle tessere siciliane.
«Se uno controlla le tessere al Nord è un sindacalista e se lo fa al Sud è un signore delle tessere?».
Me lo dica lei.
«Per lo stesso motivo per cui al Nord certe pratiche si chiamano “esigenze democratiche” e al Sud “prassi clientelari”».
Si dice che lei sia amico tanto dell’ex presidente del Senato Pd Franco Marini, quanto del ministro del Welfare pidiellino Maurizio Sacconi.
«Sono rapporti diversi. Sacconi l’ho conosciuto tramite Marco Biagi. Con lui si era creato un gruppo di lavoro molto compatto di cui facevano parte anche Stefano Parisi, Natale Forlani e Michele Tiraboschi».
Mi faccia il nome di un politico illuminato.
«Mi interessa il percorso di Gianfranco Fini: un’evoluzione sincera e sofferta».
Qualcuno dell’opposizione?
«Be’, lo stesso Veltroni. Ci si è già scordati il coraggio che ha avuto ad andare da solo».
Dopo i politici… un imprenditore.
«Sarò banale, perché lo lodano tutti, ma la gestione Fiat di Sergio Marchionne…».
Lo cita perché è abruzzese come lei?
«No. Marchionne ha una visione, non è uno che pensa solo a risolvere le beghe del presente, guarda avanti».
A cena col nemico?
«Fausto Bertinotti. Siamo agli antipodi del sindacalismo, ma è simpatico».
Lei ha un clan di amici?
«No. Il tempo libero lo passo con mia moglie e i miei due figli».
Fa parte di una comunità neocatecumenale.
«Dal 1987. Tornato da un viaggio in Argentina, mia moglie mi disse che dovevo assolutamente conoscere delle persone. Così mi portò a una celebrazione».
Pare che sia un’esperienza totalizzante, una specie di setta.
«Attualmente sono un neocatecumenale un po’ light, leggero, per via del lavoro. Ma conto di tornare a frequentare la comunità con più assiduità».
Messa schitarrata o canto gregoriano?
«Scherza? Messa con chitarra. Ogni istante del rito neocatecumenale deve coinvolgerti completamente. Tra l’altro io suono durante le cerimonie. E sono un cantore».
L’errore che non si perdona?
«Per un bel po’ sono tornato solo due volte all’anno a Bomba: ho un po’ trascurato i miei genitori».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Entrare nel sindacato. Prima ero un ragazzotto di campagna che pensava a divertirsi e strimpellava la chitarra nel gruppo I Re della valle».
La vostra specialità quale era?
«Otis Redding».
È uno dei musicisti preferiti del ministro Roberto Maroni. Lui suona sax e tastiere.
«Con Roberto abbiamo ipotizzato di suonare insieme. Abbiamo un ottimo rapporto».
Con Maroni avete in comune anche una assidua frequentazione dei divanetti di Ballarò, la trasmissione di Floris.
«Mi invita anche Bruno Vespa».
Chi preferisce tra i due conduttori?
«Le confesso che non guardo le trasmissioni a cui partecipo».
Che cosa guarda in tv?
«Solo film e qualcosa su History Channel».
La Rai…
«Se la devono mantenere così com’è, allora è meglio venderla a un privato. Le parolacce, le tette e i culi li fanno meglio i privati».
Che fa, il bacchettone?
«Macché. È solo che la Rai deve tornare servizio pubblico. Come negli anni ’50 e ’60».
Rimpiange la tv pedagogica di Bernabei?
«Certo, ha educato intere generazioni».
Il palinsesto Rai di Bonanni?
«Ormai guardo solo i programmi di Piero Angela. Sulle tv regionali vorrei vedere le tradizioni locali. Musiche e teatri dialettali».
Roba da far scappare qualunque ragazzo.
«E chi glielo ha detto? I giovani crescono a seconda di come li educhiamo noi. Con mia moglie abbiamo deciso di parlare abruzzese in casa e ora i nostri figli conoscono un dialetto che gli appartiene, anche se in Abruzzo non ci vanno mai. Hanno imparato pure a cucinare i piatti tipici».
Uhm.
«Guardi che mio figlio conosce pure tutte le canzoni degli anni ’70. Le suoniamo insieme».
La canzone della vita?
«Viva l’Italia di Francesco De Gregori».
Il film?
«Lawrence d’Arabia. Lo avrò visto quaranta volte. Ho la cassetta e il dvd».
Presidenziali Usa: Obama o McCain?
«Obama. Che è borghese, ma è nero».
Cultura generale. I confini di Israele?
«Giordania, Libano, Egitto…».
E Siria. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e mezzo. Come un litro di benzina. Ma che pensava che non sapessi queste cose?».

Categorie : interviste
Commenti
paloma 4 febbraio 2010

quante BALLE………….

paloma 4 febbraio 2010

<> balle: piccolo grande amore di claudio baglioni………..

vz 6 febbraio 2010

@paloma: ???????

Domenico C. 23 agosto 2010

Ma signori cari, cosa possiamo attenderci da un sindacato, la CISL, che ha una struttura pidiellina in cui è confluita anche l’anima socialista di Bonanni. Antagonismo o affinità elettiva con il governo? Il discorso vale, ma solo in parte, per la UIL dove gli ex socialisti provano sincero affetto per Cicchitto e Sacconi….

Enrico 26 agosto 2010

caro Domenico,
veramente Bonanni ha detto di avere un passato figiciotto e cigiellino. Quanto ad alcuni della uil che provano sincero affetto per Cicchitto e Sacconi, non mi scandalizzo. C’è chi in altri sindacati prova ancora nostalgia per Stalin!!!!

stefano 7 settembre 2010

ringraziate … bonanni che assieme a biagi a svenduto il futuro delle nuove generazioni,ricordo che biagi percepiva contributi da varie aziende italiche come gran parte delle universita’ del paese…Il mercato del lavoro non puo’ avere come attenuante il costo eccessivo del lavoratore,creato da ste merde con tessera di sindacato in una mancata perequazione fiscale e retributiva.Nella cgil l’altra cima Trentin regalo’ ai padroni l’unico strumento retributivo reale(scala mobile) e come allorta un … come bonanni adesso ripete la storia:::Vai a lavorare Bonanni…

vz 9 settembre 2010

@stefano: Gentile Stefano, ho dovuto ripulire il suo intervento dagli insulti rivolti a Bonanni, Biagi e Trentin. Trovo che chi usa gli insulti per argomentare evidentemente di argomenti ne ha pochi. Il dibattito sul mercato del lavoro non si può certo esaurire nelle poche righe di un post. Immagino che con quella frase sul mercato del lavoro lei intendesse dire che non è giusto far ricadere sui lavoratori tutte le pecche del mercato del lavoro in evoluzione.
– Come la mettiamo col fatto che mentre noi discutiamo le aziende esportano le produzioni dove il costo del lavoro è inferiore e dove i lavoratori hanno meno diritti? Ovviamente non dobbiamo essere noi ad adeguarci ai costi e al difetto di diritti degli altri Paesi, ma credo che ci vorrà molto tempo prima che si trovi una soluzione giusta.
– Biagi: le sue accuse mi paiono un po’ vaghe e abbastanza ingenerose, viste che il giuslavorista a causa delle sue idee è stato assassinato.
– Sulla scala mobile: allora si pensò che da strumento per tutelare i lavoratori dall’inflazione, fosse diventato uno strumento che creava inflazione. ma anche qui teorie ed elucubrazioni fioccano da ogni parte.
grazie

Gio 2 ottobre 2010

Il percorso di Bonanni è fatto di accordi a scapito di lavoratori e di diritti calpestati.
Amico di di socialisti trasformisti e corrotti.
Sarebbe stato meglio se avesse prenso ad esempio alcuni democristiani o il suo predecessore Carniti.
E’ bene precisare che in Sicilia i sindacalisti fanno carriera adottando lo stesso sistema dei politici : il voto di scambio. (tessere co favori)
Conosco benissimo il sistema del tesseramento sindacale in alcune zone d’Italia.
Vi siete chiesti come mai molti dirigenti sindacali e segretari CISL provengono da anni dalla scuola ” Sicilia”?
Non basta essere amico di chi combatte le organizzazioni criminali, bisogna avere coraggio, dignità e non vendere chi si rappresenta per opportunismo personale.
Caro Bonanni sei il contrario del sindacalista, hai trasformato la CISL in un partito.
Sono convinto che presto arriverà la giusta ricompensa: la poltrona.
Amici della CISL con intelletto svegliatevi dal torpore!

Francesco Altamore 10 maggio 2013

… è passato del tempo… i commentatori del 2010 alzano ancora forche per Bonanni?

aLCIDES 14 agosto 2014

QUISIERA COMUNICARME YA SEA POR TE O CORREO CON EL SECRETARIO CILS MI COMPATRIOTA DON RAFAELLE BONANNI URGENTE,PARA PODER TENES UN CONTACTO,YA QUE YO SOY NIETO DE LUIGGI BONANNI NACIDO EN CHIETTI EN 1885.-ESPERO NOTICIAS.UN ABRAZO

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