Luca Zaia (Magazine – luglio 2008)

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La stretta di mano ce l’ha contadinesca. Scrocchianocche. Luca Zaia, 40 anni, cresciuto a Bibano di Godega di Sant’Urbano (un paesotto del Trevigiano), è il ministro zappante dell’Agricoltura. Scarpe a punta e capelli lucidi. Quando si dice che la Lega è un partito che sta sul territorio, ci si riferisce a quelli come lui. Non ha idea, o finge di non averla, di ciò che succede nei palazzi romani, è molto poco interessato alle alchimie partitiche e correntizie, ma gira come un forsennato per fattorie e aziende locali. Riceve decine di questuanti e sostiene di rispondere a tutti («Faccia un’indagine se non ci crede»). Ha esordito in politica come consigliere comunale del Carroccio a 23 anni. A 30 era il più giovane presidente di provincia d’Italia (a Treviso), e a 38 era vicegovernatore del Veneto. Lo incontro a un raduno di agricoltori. Fuori dalla porta della stanzetta dove si tiene l’intervista c’è una lunga fila di persone che lo vogliono salutare. «Con alcuni faccio anche lo psicologo», spiega. I detrattori, racconta lui stesso, sostengono che i suoi successi siano frutto di trovate mediatiche. Effettivamente, in passato, si è parlato di Zaia soprattutto per le polemiche contro un parroco che voleva concedere degli spazi a una moschea («Anarchico!»). Perché a Treviso aveva assunto sei muli per sostituire i tagliaerbe. E perché aveva spedito nello spazio una manciata di semi di radicchio. Ora, da ministro, si è gettato con efficientismo rurale nella mischia nazionale fatta di bufale, brunelli e ogiemme. A più di un cronista ha detto: «Sono un ministro che si sporcherà le scarpe ». Quando gli chiedo se questa insistenza sulla contadinaggine non sia l’ennesima trovata di marketing, sorride, apre il palmo della mano destra e, fiero, mi mostra i calli: «Questi me li sono fatti col forcone, spalando il letame del mio cavallo». Con altrettanta fierezza difende la decisione di togliere la livrea ai suoi uscieri ministeriali: «Perché quell’abito è un simbolo di servaggio».
Se non è una trovata mediatica questa…
«È stata una scelta democratica».
Glielo ha spiegato pure il Foglio di Giuliano Ferrara che la livrea serve a incutere rispetto per quelle istituzioni di cui gli uscieri sono custodi. È un simbolo.
«È il simbolo di uno Stato ottocentesco. Uno Stato moderno ha bisogno di altri simboli: l’efficienza e la trasparenza».
Trasparenza: lei era il vice del governatore veneto Galan. Stella e Rizzo, nel libro La Casta, hanno descritto il parco macchine principesco riservato agli assessori della vostra regione.
«Difendo la scelta di prendere in affitto quelle macchine: erano soprattutto sicure. Dopodiché io non ne ho mai fatto uso. Tuttora vado in giro senza scorta e senza auto blindata».
In compenso, con la sua di auto ci corre un po’ troppo…
«…quando mi hanno fermato e multato?».
Andava a 183 km/h.
«Ho pagato subito la contravvenzione. E la stampa mi ha crocifisso».
Lei era noto per le sue campagne sulla guida sicura.
«È stato l’errore più grande della mia vita politica».
Altri errori?
«Uno non politico: l’acquisto di un casale in collina. Non capivo perché era da sette anni all’asta e nessuno lo prendeva. Dopo essermelo aggiudicato mi hanno detto che ci sono i fantasmi».
Vive in una casa infestata dagli spiriti?
«No. Vivo con mia moglie in paese, in un appartamento di 58 metri quadrati».
Austerity padana?
«Quando vengo a Roma ho una stanza all’Opera romana pellegrinaggi. L’ho rimediata tramite un amico trevigiano: monsignor Liberio Andreatta. Ma guardi che non sono un bacia banchi».
Infanzia in parrocchia?
«No, in officina. Mio padre era meccanico».
E lei lo aiutava?
«Dopo la scuola. D’estate, invece, stavo nei campi a trebbiare».
Ha visto le foto del Di Pietro trebbiatore?
«Di Pietro ha capito che il radical-chic non riempie le urne».
Lo ha capito anche la Lega.
«Io ho zii e nonni contadini. A casa mia c’era un tavolo di otto metri. Si mangiava tutti insieme. La famiglia contadina ti insegna a essere solidale. Se fossi cresciuto nei salotti romani…».
I leghisti non hanno fama di essere molto solidali, soprattutto con gli extracomunitari.
«Da presidente della provincia di Treviso proposi agli extracomunitari dei mutui a tassi super agevolati per la casa. Più solidale di così. Ho organizzato corsi di formazione. Le donne si presentavano in chador. A proposito, ribadiamolo».
Che cosa?
«Che il velo andrebbe vietato. Chi viene a vivere da noi si deve adeguare alle nostre regole».
È favorevole a concedere il voto amministrativo agli immigrati?
«Sono favorevole a concedere la cittadinanza dopo dieci anni di permanenza e dopo un esame sulla lingua e la tradizione italiana».
C’è chi pensa: leghista uguale razzista.
«Macché. La Lega capisce le esigenze della gente perché ci vive in mezzo. Quando si sta nelle gabbie dorate a Roma certe cose non si percepiscono».
È favorevole a prendere le impronte ai bambini rom?
«Se avessi dei figli gli farei registrare pure il Dna. Per dare l’esempio».
Lei a Treviso ha sponsorizzato le ronde.
«Certo. Le ronde sono un deterrente».
Ronde e rotonde. I suoi cavalli di battaglia.
«Con le rotonde al posto dei semafori ci sono 120 morti all’anno in meno sulle strade trevigiane».
Come è diventato leghista?
«Gian Paolo Gobbo, uno dei leader storici della Liga Veneta, era un fornitore di attrezzi e faceva proselitismo tra i meccanici. L’ho conosciuto nell’officina di mio padre. Dopodiché, alla fine degli anni 80 dalle mie parti non si poteva non essere leghisti e un po’ incazzati».
Perché, scusi?
«Ricordo un giorno una fila eterna sotto la pioggia alla motorizzazione per la revisione delle macchine. I meccanici trattati malissimo da questi funzionari statali svogliati, arroganti e maleducati. Pensai: “Scene così non si devono vedere più”. Poi c’era la questione della lingua».
Volevate che si insegnasse il dialetto nelle scuole?
«Volevamo che i professori non ci trattassero come analfabeti perché parlavamo veneto. Credo che questo non sia molto chiaro nel resto del Paese: in Veneto si parla veneto».
Mica tutti.
«Sette su dieci. C’è una citazione delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar che rende l’idea. Adriano dice una cosa tipo: “Il mio epitaffio sarà scritto in latino, ma io ho sempre pensato e governato in greco”. Metta italiano al posto di latino e veneto al posto di greco, e il gioco è fatto».
Vuol dire che lei pensa e sogna in trevigiano?
«Certo. E poi diciamo che non mi è naturale parlare in italiano».
Che scuole ha frequentato?
«Quella di enologia a Conegliano. Andavo bene. Ho una memoria prodigiosa. Però irrequieto».
Un discolo?
«Non riesco a stare per troppo tempo seduto. Anche le riunioni di lavoro le farei tutte in piedi».
Un po’ stancante.
«Durerebbero poco. Tanto si sa che dopo una prima parte operativa si cominciano a sparare solo puttanate».
Era adolescente a metà anni 80. Paninaro?
«Mia madre ha mangiato la carne la prima volta a vent’anni. Le assicuro che certe fighettate non potevo permettermele. A scuola i paninari c’erano. C’erano pure i socialisti e i repubblichini».
Intende dire i nostalgici di Salò?
«No, intendo i lettori della Repubblica, vicini alla sinistra. I veraci vicini alla Lega all’inizio erano insignificanti. Poi l’onda cominciò a crescere».
Quando si rese conto della forza della Lega?
«Una manifestazione a Codogné, nel 1990. Protestavamo contro una soggiornata, una donna di mafia ai soggiorni obbligati. Arrivò Bossi».
Lei rimase folgorato?
«È un animale politico. Uno che ascolta le istanze del popolo. La gente dà l’input, lui cerca e trova la soluzione».
Quando lo ha conosciuto meglio?
«Gli ho stretto la mano a Pontida, nel 1993. A tavola insieme però ci sono stato la prima volta per la mia candidatura alle provinciali».
È vero che ha fatto il Pr in una discoteca?
«Guardi, io volevo fare il veterinario e occuparmi di cavalli. Ero studente/lavoratore e ho sempre fatto mille lavori anche paralleli all’impegno in politica. Ho lavorato per un’azienda che puliva pelli. Ho commerciato il prosecco. E poi, sì, organizzavo serate per la discoteca Manhattan di Sant’Urbano. Feci venire pure Fiorello, quando non lo conosceva ancora nessuno. La passione per le feste era nata sui banchi di scuola».
In che senso?
«Alle superiori, ogni anno si faceva un mega-party, i Baccanali, e io ero particolarmente portato. Sono talmente affezionato a quel mio vecchio istituto, che ho chiesto di poter usare un loro spazio, una stanza, per ricevere».
Per fare che cosa?
«Ricevere i cittadini. Domani per esempio ricevo dalle 10 alle 13. Dieci minuti a persona».
Una pratica dal sapore democristiano.
«La gente ha bisogno di confrontarsi. E poi dipende dall’argomento delle visite. Io non accetto curriculum buttati sul tavolo. Vengono persone con problemi di salute. Roba importante. Sanno che io non sono uno da raccomandazioni».
A proposito, Berlusconi, intercettato…
«Ma sa quante telefonate e segnalazioni riceve un amministratore?».
Il lodo Schifani…
«Ne ho parlato ieri con alcuni contadini alla festa della trebbiatura. Mi hanno detto: “Di Pietro ghe va in mona, abbiamo i numeri, ’ndemo avanti”. Della serie: il Paese ha altre priorità, e se si va in guerra non si fanno prigionieri».
La Lega ha sempre fatto della legalità una priorità. Ricorda il suo collega leghista Luca Leoni Orsenigo?
«No, che cosa fece?».
Nel 1993 sventolò un cappio nell’Aula della Camera, per protestare contro la corruzione.
«Mi pare che parliamo di reati di diversa gravità».
Nel caso del cosiddetto processo Mills il reato che i pm contestano al premier è di concorso in corruzione in atti giudiziari.
«Guardi. Chi è accusato di certi reati deve essere processato. Ma vista la sovraesposizione di certe cariche istituzionali, alcuni procedimenti possono essere rimandati».
Sembra un po’ una difesa da buon alleato. Lei è mai stato indagato?
«Come ogni buon leghista ho ricevuto il mio avviso di garanzia per un blocco stradale: una protesta per le quote latte. Un argomento di cui mi occuperò anche da ministro».
Zaia in rapida ascesa: in pochi anni da assessore provinciale a ministro. Nel 2010, in Veneto si vota per le Regionali. Sarà lei il candidato della Lega?
«Io sono a disposizione di Bossi. Se lui mi chiama… Però una cosa è certa».
Quale?
«Il prossimo presidente del Veneto sarà leghista».
E il prossimo leader della Lega? Nel Carroccio non discutete mai di questo argomento.
«Perché non è un argomento in discussione».
Lei ha un clan di amici?
«Gli stessi da sempre: Giovanni che fa il contadino. Paolo che è medico».
A cena col nemico?
«Carlo Petrini, di Slowfood. So che è di sinistra. Ma d’istinto sento che c’è qualcosa che ci accomuna».
A tavola con Veltroni o con Napolitano?
«Con Napolitano!».
Una volta ha sussurrato al presidente della Repubblica: «Si ricordi che il Nord ne ha le palle piene».
«Credo di averlo detto a Ciampi».
Lei ha anche fischiato l’Inno nazionale.
«Era un periodo in cui c’era troppa retorica sull’Inno. E il troppo stroppia».
Anche i commenti grevi di Bossi sul Tricolore stroppiavano.
«Ma lei pensa che se Roma ci concedesse un federalismo vero…».
A Roma la Lega ci sta da 15 anni. E ora governa.
«E infatti… quando ci sarà il federalismo non credo che avremo problemi con l’Inno o col Tricolore. Pensi agli Stati Uniti federali…».
Negli Usa: Barack Obama o John McCain?
«McCain. C’è bisogno di uno con le palle».
Cultura generale. Immagino che lei sappia quanto costa un litro di latte.
«Certo, un euro e trenta».
I confini dell’Afghanistan?
«Ci provo… Iraq…».
No.
«Pakistan, Iran e… boh».
Che cosa è un podcast?
«Un pod… ché?».
È un file scaricato da Internet.
«Sono poco tecnologico. Mi sono rotto di perdere tempo a studiare manualetti di istruzione».
L’articolo 5 della Costituzione?
«Mi aiuti».
La Repubblica, una e indivisibile…
«…ah sì, riconosce e promuove le autonomie locali».
La canzone della vita?
«Il Romeo e Giulietta di Ciaikovskij».
Il film?
«Non vorrei sembrare troppo paraculo, ma direi… L’albero degli zoccoli».
Il film di Olmi: contadinesco e in dialetto padano.
«Andrebbe studiato».
Il libro?
«Le memorie di Adriano».
Le è proprio rimasto impresso, eh?
«Le faccio un’altra citazione: “Il vero luogo natio è dove l’uomo pone lo sguardo per la prima volta su se stesso”. Ultra-leghista no?».
E se è un extracomunitario a porre in Italia il primo sguardo su se stesso?
«L’importante è che aspetti dieci anni per diventare cittadino».

Categorie : interviste
Commenti
lia 24 aprile 2012

Dopo quasi 4 anni, rileggere questa intervista mi fa stare bene pensare che Zaia sia il governatore della mia regione.

agostino filippetto 13 ottobre 2012

che dire,con tutto quello che si sente in questo periodo,di ruberie e magna magna,avere una persona come zaia pulita in tutto che nel suo dna ce l’amore x il popolo veneto e non solo veneto secondo me lo vedrei come presidente della republica. ciao luca

Bruno 19 maggio 2015

Zaia forever

Piero 22 febbraio 2017

Luca, NON LASCIARCI SOLI. I veneti hanno un importante traguardo da raggiungere e solo con Te al comando abbiamo speranze di arrivarci. il referendum prox sull’autonomia potrebbe essere l’inizio della fine del magna-magna romano…perchè altri ne seguiranno e ne risentirà tutta la nazione…in meglio.GRAZIE.ciao

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