Luca Tiraboschi (Magazine – settembre 2008)

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Il segreto è tutto in un mazzo di fogli, zeppi di dati e grafici: i numeri Auditel spacchettati. La colonnina rossa, chiara, rappresenta le ragazze sotto i diciotto anni. Quella blu, scurissima, gli uomini più anziani. Quella gialla, i laureati… «Guarda qui. Floris ha solo i vecchi, noi invece…». Luca Tiraboschi, 45 anni, direttore di Italia 1, la tv giovane di Mediaset, mostra le cifre con una certa fierezza. Sono il suo impermeabile contro le critiche più feroci. Pensate che Bisturi sia stata una trasmissione trash? Date un’occhiata alla colonnina rossa. Non sopportate Lucignolo? La colonnina azzurra, i giovani, vi dà torto. Tiraboschi usa un gergo a metà tra il tecnico/ tv e il bergamasco. Una trasmissione che va bene è “larga”, una conduttrice non troppo pop è “stretta”, una fiction con super ascolti, “fischia”. Ex tennista, ex culturista (ancora abbastanza pompato), fumettista, scrittore, salutista e fumatore di pipa, mi riceve nella sua stanza multicolor zeppa di cimeli tv: la poltrona della Pupa e il secchione, il cactus di Colorado Café, le sedie della Talpa. A differenza del direttore di Canale 5, Massimo Donelli, Tiraboschi non ha appesa al muro la finta locandina della fiction Il capo dei capi, in cui il boss è un Piersilvio Berlusconi circondato da tutti i suoi dirigenti. In compenso davanti alla sua scrivania brillano ben undici schermi tv. Quando capisce che gli sto per rinfacciare alcune pecche del palinsesto, mi precede: «Ormai la tv è come il calcio. Tutti gli italiani pensano di saper gestire la Nazionale o il palinsesto di una rete». Gli faccio notare che la mattina del giorno in cui ci incontriamo, Italia 1 offre gli stessi telefilm di 20 anni fa.
Possibile?
«Si chiama Mattina cult».
Riciclo cult: ci sono ancora Starsky & Hutch e Supercar.
«Hanno riaperto le scuole e ora a casa ci restano quelli della mia età. È tutto calcolato».
È calcolato anche lo spostamento continuo di una trasmissione da un orario all’altro?
«A che cosa si riferisce?».
Sui siti specializzati molti telespettatori si lamentano per come lei gestisce certe serie tv. Una per tutte: Heroes, rimbalzata da un giorno all’altro, senza preavviso.
«I fan non hanno idea delle esigenze commerciali».
Quali esigenze?
«Cose ovvie. Se una serie va male, la sposto. E se un programma non funziona lo chiudo».
A causa di questi spostamenti qualcuno l’ha soprannominata Tira…pacchi.
«Pensavo peggio. Noi vendiamo spazi pubblicitari e se gli ascolti non corrispondono alle aspettative, Publitalia deve restituire i soldi agli investitori. Il che è una bestemmia!».
Il nome di una trasmissione chiusa per flop?
«Gliene dico due: Superstar con Michelle Hunziker e Comedy Club con Federica Panicucci».
Le capita di dover spostare anche trasmissioni che vanno troppo bene, o sbaglio?
«In quel caso il passaggio è da una rete all’altra: da Italia 1 a Canale 5. Zelig, Amici…».
Lei subisce questi scippi in silenzio?
«Io, per contratto, devo sviluppare programmi anche per Canale 5».
Ha mai provato a fare resistenza?
«Un minimo, con Dr. House».
Il cult della scorsa stagione.
«Me lo ero coltivato per bene. Avevo programmato un primo passaggio estivo di alcune puntate scelte. Poi è esploso: sopra il 18%».
E zac… è passato a Canale 5.
«Mi è dispiaciuto parecchio».
Chi le ha comunicato la decisione?
«È successo durante uno dei Comitati settimanali, le riunioni coi big del Biscione nella stanza di Piersilvio».
Ha già nel cassetto un nuovo Dr. House?
«Punto su Life. Uno strano investigatore».
Come trova le nuove fiction da lanciare?
«Ci pensa la squadra di Piercarlo Guglielmi».
A gennaio andrete in onda con Gossip Girl: un nome, un programma. Ora c’è Californication, serie praticamente hot…
«Già con la prima puntata ho pensato che forse era il caso di fare qualche taglio».
Perché?
«C’era una scena in cui il protagonista fa un sogno erotico mentre si trova in chiesa».
Apriti cielo.
«L’ho mandata così com’era. A mezzanotte».
Il Moige, l’associazione dei genitori, una volta vi ha denunciati per delle scene hard in Mai dire Grande fratello.
«Ci facessero mai un complimento per tutti i programmi per bambini che sono in onda».
Mandate in onda anche Lucignolo, dove l’inquadratura più casta è il décolleté di una spogliarellista.
«Lucignolo mica si chiama Lucignolo per caso. E comunque a me è capitato spesso di tagliare sequenze di cartoni animati come Futurama o i Griffin perché troppo offensive».
In Russia è stato vietato il cartoon South Park.
«Noi non abbiamo rinnovato il contratto. Ma solo perché SP era stretto. Ora ce l’hanno a Mtv».
I vostri rivali nel mondo dei teenager.
«I nostri che cosa? Guardi che Mtv è strettissimo. Il direttore Campo Dall’Orto è un amico, ma insomma… sbaglia: va alla ricerca di un pubblico che è lo stereotipo da barzelletta del giovane».
Lei con Bisturi, trasmissione splatter sulla chirurgia plastica, di chi andava alla ricerca?
«Bisturi è stato un cult tra le donne».
Buoni ascolti?
«Fischia. È una di quelle trasmissioni che ipnotizza anche chi sta lì e dice: “Ma guarda tu che orrore!”. Come Mister Olympia, quello dei culturisti. Le ripeto: nulla è lasciato al caso».
Ogni tanto sembra proprio di sì. Il lunedì siete passati dal bislacco Urban Legend alla serata Hot doc con tutte serie sui dottori: Grey’s Anatomy, Nip/Tuck e Californication.
«Siamo i primi ad aver pensato alle serate a tema. Il venerdì è tutto “crime” e il sabato sera family, coi cartoni».
I cartoni il sabato sera? Funzionano?
«Fischia e ri-fischia. L’idea mi è venuta da Blockbuster. Il sabato andavo a prendere un film e vedevo le famiglie con bambini che affittavano dvd. Ho pensato: “Glieli diamo noi i cartoni”».
La trasmissione prodotta da Italia 1 di cui va più fiero quale è?
«Gli Invisibili, con Marco Berry. L’ho ideata io».
Perché l’ha chiusa?
«Parlava di barboni. Gli sponsor non gradivano».
Un direttore di Rete non si può permettere un solo programma non gradito dagli sponsor?
«No. Non siamo mica il servizio pubblico».
Una cattiveria: la sua Italia 1 ancora campa con le idee dei precedenti direttori. LaGialappa’s, le Iene…
«Calma. Ho ereditato le trasmissioni, ma poi le ho valorizzate, gli ho dato forza».
È vero che stavate per perdere la Gialappa’s?
«Ho sentito che era partita una trattativa con Marano di Raidue. Ma sono ancora da noi».
Lei da bambino era teledipendente?
«No. La folgorazione avvenne da adolescente, con Mediaset. Era l’epoca del Drive In. Avevo il poster di Carmen Russo appeso in camera».
Malandrino. Studi?
«I miei genitori erano entrambi insegnanti. Io non ero bravissimo, ma neanche troppo scarso».
Ha mai fatto politica a scuola?
«No. Da adolescente pensavo soprattutto a giocare a tennis. Ero classificato. A un certo punto mio padre mi fece capire che era meglio studiare che scherzare con le racchette».
Il lavoro in tv quando è arrivato?
«A metà anni Ottanta. Proprio grazie a mio padre. Durante una seduta in una sauna incontrò un imprenditore che stava facendo partire Telemeridiana. Serviva gente. Papà gli disse che ero un appassionato del Maurizio Costanzo Show. Il giorno dopo ero in onda, come cronista sportivo».
Il primo servizio?
«Roba ultra artigianale. Un’intervista al calciatore Marco Simone, ex del Milan. Allora, giocava nella Virescit, una squadra bergamasca. Dopo altre esperienze, vidi un annuncio sul Corriere. Cercavano giovani laureati per un master».
Il famoso master di Publitalia, organizzato da Marcello Dell’Utri?
«Sì. Feci tutta la trafila per partecipare. Poi un giorno, nel 1988, mentre ero in Svizzera, arrivò sul telefono cellulare della macchina di un’amica la convocazione a Mediaset per un colloquio con Leonardo Pasquinelli».
L’attuale direttore generale della Endemol.
«Proprio lui, che allora era l’assistente di Giorgio Gori. Cominciai subito a lavorare come scenografo. Ero laureato in architettura».
Per quali trasmissioni ha disegnato le scene?
«Disegnato? Scherza? Il mio compito era di fotocopiare cataloghi di mobili di design. Dopo sei mesi mi trasferirono in produzione: curavo trasmissioni come Buona Domenica e Gommapiuma».
Berlusconi quando lo ha incontrato?
«All’inizio degli anni ’90. Impatto tragico…».
Perché?
«Durante una diretta di Buona Domenica arrivò una telefonata. Me la passarono dicendo che era il Cavaliere: chiedeva di fare un appello per adottare un cane trovato per strada dal figlio Piersilvio».
Lei scattò sull’attenti?
«No. Eravamo in un momento capolavoro della trasmissione: Toto Cutugno cantava, Solange piangeva… Credendo che fosse uno scherzo cominciai a insultare chi stava dall’altra parte del telefono. Lui mi disse di fare dei controlli».
E lei controllò?
«Sì. Era proprio Berlusconi. Cominciai a grondare sudore. Mi vennero le palpitazioni».
Una figuraccia.
«Un’ora dopo ero davanti al cancello di Arcore per prendere il cane e portarlo in studio».
Berlusconi le ha mai chiesto di entrare in politica?
«Io sto bene dove sto. Non escludo di provarci, prima o poi. Ma adesso…».
Deve ancora concludere la scalata.
«Quale scalata?».
Lei è a capo di Italia 1 dal 2002. Si dice che aspiri alla direzione di Canale 5.
«Ora non sono la persona giusta. C’è Donelli che va benissimo. Io potrei servire se si decidesse di riformare la rete».
A proposito di riforme. Chi vedrebbe bene a guidare la Rai?
«Maurizio Costanzo. Nessuno ne sa quanto lui di televisione».
Chi e che cosa ruberebbe alla Rai?
«Chi l’ha visto? E Fiorello, che è un mio amico».
Se è un suo amico perché non viene a Italia 1?
«Lui viaggia su dimensioni stratosferiche. Problemi di budget: noi spariamo col fucile col tappo».
Italia 1 è terza per ascolti generali, prima per i giovani tra 15 e 34 anni, e spara col tappo?
«Fiorello è da Raiuno, anche perché la sua capacità di improvvisare per 40 minuti si sposa male con la tv commerciale che ha tempi fissati per gli spot. Proprio per amicizia mi ha fatto un sacco di quegli sketchetti di presentazione: “Italia… uno!”. Lui su questa rete ci è nato: abbiamo fatto insieme il Festivalbar. A quei tempi mi imitava perfettamente. Una volta chiamò la mia segretaria spacciandosi per mio fratello Gino, che non esiste».
Lei a La7 ha già scippato…
«Chiambretti».
Volevo dire Paolo Calabresi, l’attore che faceva Italian job e che ora diventerà una Iena, ma… mi dica di Chiambretti.
«Nulla di definitivo, ci devo ancora parlare».
Tra le trasmissioni della Rai e di La7 che cosa non manderebbe mai in onda su Italia 1?
«Domenica in che è quanto di più lontano ci sia dal nostro pubblico. E Otto e mezzo: troppo verboso, troppo tecnico, troppo politico».
Perché nessuno riesce a fare un programma sulla politica per i ragazzi?
«Perché ai ragazzi della politica non gliene frega niente. Comunque ci stiamo provando».
Come?
«Vorrei fare una trasmissione che segua il modello di Studio aperto».
È considerato un tg leggero e fazioso.
«Balle. Ha funzionato come un cavallo di troia tra i ragazzi. Li ha avvicinati all’informazione».
Andrebbe più volentieri da Vespa o da Dandini?
«Da Serena. Brillante. Da Vespa non so se sarei a mio agio».
Troppi doppi petti?
«Be’ insomma, io non voglio abbandonare il mio lato fanciullesco».
Quello che le fa scrivere i testi dei fumetti Albert e Goccia nera.
«Quello che mi fa comprare tonnellate di storie di supereroi ogni mese».
Il suo fumetto culto?
«Savage Dragon, di Eric Larsen».
Berlusconi che personaggio dei fumetti le ricorda?
«Capitan America, la sentinella della libertà».
Veltroni?
«Pantera nera, per la sua passione africana».
A cena con Berlusconi o con Eric Larsen?
«Scherza? Con Larsen. Tutta la vita».
Negli Usa: Obama o McCain?
«McCain, senza esitazioni».
Il libro della vita?
«Le Favole italiane di Calvino».
La canzone?
«Le dico un cantante: James Taylor».
Un cantautore voce e chitarra. Il film?
«Nuovo cinema Paradiso, di Tornatore».
Una pellicola che su Italia 1 non si vedrà facilmente, o sbaglio?
«Mai. E non si vedrà nemmeno uno speciale su Calvino, né un vecchio concerto di James Taylor. Mica posso contaminare una tv per i giovani con i miei gusti personali».
E perché no?
«Noi lavoriamo per milioni di persone. Le posso fare un esempio che mi riguarda?».
Dica.
«Il mio terzo romanzo, Faccia di cuore, ha venduto circa 15.000 copie. È molto diverso da un libro di Moccia che vende un milione di copie».
E quindi?
«Io ho scritto una favola noir. L’ho fatto per me stesso seguendo i miei gusti. Se uno vuole fare milioni di lettori, fa Moccia».
Pare facile! Cultura generale…
«Possiamo evitare?».
No. Quanto costa un chilo di pasta?
«Lo so. Un euro e mezzo».
Quanti sono gli articoli della Costituzione?
«Ehm… non ho idea».
Centotrentanove. E quanti anni ha la Costituzione?
«Non so».
Sessanta. I confini di Israele?
«Boh… lo sapevo che su queste domande avrei dato una musata».

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Claudio 25 agosto 2011

Come cronista sportivo era uno scandalo …Claudio Boroni Bergamo

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