Linda Lanzillotta (Magazine – ottobre 2008)

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Linda Lanzillotta arriva nel corridoio di Montecitorio dove abbiamo appuntamento con quattro borse di documenti appese alle braccia. Carte, fogli e cartelline le cadono da tutte le parti. «Ho appena avuto un incidente », sospira. «Mi hanno fracassato la Cinquecento rossa che mi ero regalata per consolazione, quando ho lasciato il governo». Ex responsabile degli Affari regionali, con Prodi premier, ora Lanzillotta per consolarsi ha anche il ruolo di ministro ombra della Funzione Pubblica. In pratica, marca stretto il ministro anti-fannulloni Renato Brunetta, per conto del Partito democratico. Mi travesto da “vignettista del circo mediatico” (così Veltroni ha definito chi ritiene il Pd in difficoltà) e faccio notare a Lanzillotta che il suo partito è un po’ traballante.
Quando dico la parola leadership, lei fa una smorfia. E quando le cito Arturo Parisi, fustigatore della segreteria veltroniana, sembra voler cambiare discorso.
Lanzillotta, che cosa succede?
«Succede che il Pd era partito bene. Sembrava destinato a portare un cambiamento. Poi la sconfitta ha portato la depressione e ci si è fermati».
Uno stop lunghetto. Sono passati quasi sei mesi dalle elezioni.
«Già. Dovremmo offrire una visione moderna al Paese. Invece ci arrotoliamo su noi stessi guardandoci l’ombelico. Piccole lotte di potere…».
Andrete avanti così fino alle prossime Europee?
«No. O elaboriamo idee nuove o ci inaridiamo definitivamente. E questo è un rischio che non possiamo correre: la mia generazione non avrà un’altra chance di costruire un partito per il cambiamento».
La sua generazione (i cinquanta/sessantenni) non ne ha già avute abbastanza di chances?
«Se vuole intendere che servirebbe un ricambio generazionale, mi pare che in Italia il problema non riguardi solo il Pd».
L’attuale classe dirigente del Pd lascia abbastanza spazi ai più giovani?
«Lo spazio uno deve prenderselo. O te lo prendi o non ce l’hai. Nessuno ti regala niente in politica».
Giovanni Bachelet, deputato Pd, qualche giorno fa sull’Unità faceva notare che per formare il vostro governo ombra i parlamentari non sono stati nemmeno consultati. Come ci si può fare largo così?
«In questi mesi è prevalsa una logica di cooptazione. Ora il partito dovrebbe diventare più contendibile».
Che significa contendibile? Faccia un esempio.
«Le primarie. Certo se continuiamo a fare primarie in cui si sa già chi vince prima di lottare… Ma a livello regionale mi pare che le cose stiano cambiando».
In Piemonte e in Sardegna quest’estate i democratici si sono azzannati tra di loro.
«Spesso le tensioni sono un elemento positivo».
Parisi, parlando di Veltroni, ha detto: «I leader sconfitti si fanno da parte».
«Veltroni ha fatto quel che poteva. E chiariamo una cosa: di leader non ce ne sono altri in giro. O c’è Veltroni, o c’è Veltroni».
Lei quando lo ha conosciuto Veltroni?
«Quando ero segretario alla Commissione cultura alla Camera. A inizio anni Ottanta. Lo sa che sono stata la prima a portarlo in America?».
Racconti.
«Organizzai un viaggio per i deputati della Commissione per conoscere i grandi network televisivi».
Qualche fuori programma?
«Andammo insieme al cimitero di Arlington. Alle 8 di mattina stavamo in silenzio davanti alla tomba di John Fitzgerald Kennedy».
In lacrime?
«Un’esperienza intensa, vissuta insieme. Emozioni vere, profonde».
Vede qualcuno farsi largo nel Pd per prendere il posto di Veltroni?
«Onestamente no».
Tra i cosiddetti giovani, si citano spesso Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma o la giovane promessa Maurizio Martina, segretario del Pd lombardo…
«Zingaretti? Martina? Sono bravi eh… Ma appartengono alla cultura politica degli attuali leader».
Gli stessi Veltroni e D’Alema…
«Vengono dall’apparato. Qui serve qualcuno che abbia un’idea per portare il Paese nel futuro: ambiente, grandi migrazioni, reti informatiche, enormi cambiamenti nei rapporti di forza globali. Qualcuno con un’agenda alternativa».
Per poi realizzarla insieme con chi? Con l’Udc? Con la sinistra radicale? Con l’Italia dei Valori?
«Penso che i socialisti debbano far parte della cultura del Pd».
Il Pd dovrebbe essere più vicino a Boselli o a Di Pietro?
«Ai socialisti. Quella dell’Italia dei Valori è una cultura più che altro populista».
Si accusa il Pd di aver ceduto il campo dell’opposizione a Di Pietro. Sul lodo Alfano per esempio…
«Urlare e vellicare la pancia populista del Paese non lo considero fare un’opposizione più forte. Noi dobbiamo proporre una prospettiva di cambiamento, anche perché non credo che questo governo realizzerà grandi riforme».
Lei è in contatto col ministro di cui è l’ombra?
«Con Brunetta? Certo».
Se i Di.Do.Re. (le unioni civili brunettiane) arrivassero alla Camera lei li voterebbe?
«Certo. Non sarebbero la migliore soluzione possibile, ma se aiutano la gente… Siamo pagati per risolvere problemi. La politica non può essere solo testimonianza ideologica».
Brunetta e i fannulloni.
«Brunetta ha il merito di aver messo al centro il tema della pubblica amministrazione e di aver ribaltato lo schema».
Quale schema?
«Ha cominciato a parlare ai cittadini e non più agli apparati. Anche il centrosinistra deve imparare a farlo. Lui ha posto un problema vero, quello dell’assenteismo. Detto tra noi, gli assenteisti spesso sono esuberi».
Lei li caccerebbe direttamente?
«No. Ma almeno bisogna chiedersi come mai anche senza un 30% di assenteisti gli uffici funzionano comunque».
Il problema è che molti uffici non funzionano, con o senza gli assenteisti.
«Esatto. Ma su come aumentare l’efficienza dei dipendenti e degli uffici, vedo Brunetta un po’ isolato. Alcuni provvedimenti sembrano più finalizzati a far quadrare i conti che a far funzionare la pubblica amministrazione. Questo governo fa lo stesso con la scuola. È l’unico in Europa a disinvestire nell’educazione».
Lei che scuole ha frequentato?
«Sono nata in Calabria, ma la famiglia si è trasferita subito a Roma. Andavo al liceo Tasso».
Lì ha fatto anche un po’ di politica?
«C’era il circolo della Quercia, però mi attirava poco: di politica sentivo parlare pure troppo a casa».
Perché?
«Mio padre, avvocato, era socialista. Mia madre, che lavorava per l’Enciclopedia dell’arte antica, era comunista. Si discuteva ».
Il suo ’68?
«Ero presente alle cariche di Valle Giulia. E mi feci un paio di mesi nell’Unione».
Quale Unione?
«L’Unione dei comunisti italiani, i marxisti leninisti».
I maoisti di Servire il popolo di Brandirali?
«Proprio loro. Ci entrai perché mi piaceva un ragazzo. Ma scappai subito. Avevo partecipato al Movimento studentesco per spirito libertario e quelli mi volevano imporre matrimoni proletari e autocritiche».
Il suo primo lavoro?
«In quel periodo scrivevo i trailer per i film dell’Anicagis, facevo sondaggi sui consumi negli alberghi e fabbricavo orecchini. Ne ho ritrovati alcuni: sono fantastici».
Immagino.
«Poi sono entrata al ministero del Bilancio. Ufficio legislativo. Lì ho conosciuto Giuliano Amato».
Com’era il Dottor Sottile agli esordi?
«Parliamo dei primi anni Settanta. Era brillantissimo. Mi fece appassionare al diritto. E in seguito mi presentò Franco Bassanini».
Con cui è attualmente sposata. Amato e Bassanini erano entrambi socialisti. Lei?
«Sono stata iscritta per pochissimo. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Poi con l’avvento del craxismo mi sono allontanata da quell’esperienza».
Non è che si innesca anche con lei una polemica come quella che ha investito Bassanini sul suo rapporto, più o meno solido, con Craxi?
«No. Io mi allontanai proprio dalla politica attiva. Il rapporto corrotto tra pubblica amministrazione e partiti per me era visibile e inaccettabile».
Visibile?
«Nel 1981 sono entrata alla Camera come funzionario. Sono stata anni in Commissione Bilancio e lì ho visto all’opera il consociativismo spartitorio».
È vero che una volta Nilde Iotti, leggendaria presidente comunista della Camera, intervenne per difenderla?
«Sì. Nel 1989. I capigruppo di Dc e Pci avevano dubbi sul fatto che una donna di quaranta anni potesse fare il segretario della Commissione. Iotti li mise in riga con una lettera».
Dopo Brandirali e il Psi, quando è tornata a fare politica?
«Nel 1993, come assessore al Bilancio di Roma con Rutelli, e con il movimento Cento città».
Come mai non aderì al Pds?
«La cultura che proveniva dal Pci mi sembrava poco coerente con la mia: liberale e pluralista. Tra l’altro non ho mai condiviso la retorica della “diversità comunista”. L’eccessiva intransigenza di Berlinguer gli impedì di confrontarsi davvero col riformismo».
Quanto ha contato per la sua carriera politica il fatto che in famiglia siete in due a fare questo mestiere?
«Per la carriera nulla. Bassanini, proprio quando Rutelli mi chiamò, dovette spiegare ai suoi amici del Pds che io non avevo a che fare “politicamente” con lui. Certo…».
Che cosa?
«In alcune occasioni c’è stato qualche vantaggio. Quando ero assessore al Bilancio e Franco era ministro qualche volta mi ha dato la possibilità di parlare col governo in modo diretto. Ma di raccomandazioni non ne ho mai ricevute».
In Parlamento per la prima volta nel 2006.
«Ma frequentavo Montecitorio da quasi 30 anni. Un vantaggio. Perché prima di orientarsi nel sistema della Camera un deputato novello rischia di perdersi».
Le sembra che si siano orientate le berluschine, le giovani parlamentari del Pdl?
«Mi infastidisce abbastanza il fatto che si enfatizzi solo l’inesperienza femminile».
Viriamo. Chi porterebbe nel Pd dal centrodestra?
«Maurizio Sacconi».
Temo che lui non ci verrebbe.
«È sicuramente un riformista. E apprezzo il lavoro che sta facendo con il suo “libro verde” del lavoro. Con Adolfo Urso, invece, ci troviamo d’accordo sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, più di quanto lui non lo sia con i suoi alleati della Lega e io con certi settori del mio partito».
Lei che tv guarda?
«Ascolto molta radio».
Quale?
«Soprattutto Radio24. La trasmissione più divertente è Jefferson Ming di Stefano Pistolini. In tv, invece, soprattutto film. L’intrattenimento ha una qualità pessima».
Esagerata.
«Per i 50 anni di carriera di Mina, ho rivisto alcuni pezzi cult di televisione».
Studio 1 e quelle robe lì?
«Rispetto a quei tempi il decadimento è totale».
La sua è nostalgia…
«…del come eravamo. Sì».
Politici in Tv: Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi.
«Sono cose che fanno male alla credibilità delle istituzioni e della politica. Al Bagaglino, io non ci andrei mai».
Neanche a Porta a porta a giocare a tennis come Amato o a cucinar risotti come D’Alema?
«Mai. Il rapporto coi cittadini migliora quando interpreti i loro problemi, non quando ti fai vedere che prepari la pasta. Ma forse sono io che sono un po’ rigida».
Lei ha la fama di essere duretta.
«Ho una lunga serie di epiteti».
Mastino, Thatcher, Lady di ferro…
«In realtà sono anche godereccia».
Ha un clan di amici?
«In politica Ermete Realacci e Paolo Gentiloni».
Noti anche per i loro tour enogastronomici.
«Appunto. La qualità della vita va curata. Mi piace la buona cucina… il bello».
E, notoriamente, anche il ballo. La canzone della vita?
«A whiter shade of pale, dei Procol Harum».
È il pezzo scelto da Veltroni per chiudere la convention del Lingotto, nel 2007, con cui si candidava a guidare il Pd.
«Giuro che non lo sapevo».
Il film?
«Via col vento o Morte a Venezia».
Il libro?
«Il giovane Holden e Anna Karenina. Leggo molto. Di me si dice che sono particolarmente secchiona».
Ecco l’esamino di cultura generale. L’ultimo articolo della Costituzione?
«Il 139. Sulla forma repubblicana non modificabile».
Quanto costa un litro di benzina?
«Circa un euro e mezzo».
I confini dell’Egitto?
«Oddio, la geografia. Israele… il Libano?».
No, la Libia.
«Il canale di Suez e… la Siria?».
No, il Sudan. Che cosa è un podcast?
«Un file scaricato da Internet. Mi occupo di innovazione tecnologica».
E ha un blog piuttosto trascurato.
«Lo so. L’ho abbandonato dopo la campagna elettorale».
Come fanno quasi tutti i politici.
«Mica ce l’hanno solo i leader la depressione post sconfitta».

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