Federica Guidi (Magazine – giugno 2008)

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Fosse per lei parlerebbe solo di merito. Merito. Merito. Merito. Il merito come grimaldello per sradicare le pigrizie nazionali. Il merito come bilancia salariale. Il merito come rivoluzione generazionale. «Guardi che introdurre un principio meritocratico in Italia non sarà facile». Federica Guidi, 39 anni, neoeletta presidente dei giovani imprenditori, direttore generale dell’azienda di famiglia (la Ducati Energia), è figlia di Guidalberto, animatore spericolato della Confindustria degli ultimi quindici anni (ricordate la battaglia contro l’articolo 18?). Se le chiedi quale sia l’errore più grande della sua vita, risponde: «Aver sacrificato sull’altare dell’impresa il privato, gli affetti personali». La sua vita, effettivamente, sembra sin troppo votata al lavoro.
Quando la contatto per intervistarla è a Brescia, in giornata si deve trasferire a Palermo, per poi tornare a Modena e rientrare in fabbrica a Bologna. Il nostro colloquio si svolge in tre fasi: saluti e convenevoli all’hotel Gallia di Milano, domande sul suo lavoro in macchina (durante uno spostamento piuttosto lungo) e conclusioni seduti a un bar di Cernobbio. Chi si ferma è perduto. Lei non lo dice, ma questo è un po’ il motto con cui Guidi arringherà gli industriali juniores al convegno di Santa Margherita Ligure che si svolge in questi giorni.
Guidi, viva il merito. Ma sia il presidente della Cei, il cardinale Bagnasco, sia l’Istat fanno notare che in Italia c’è un problema serio di salari.
«È vero. E infatti la detassazione degli straordinari voluta dal governo è un buon inizio. Prima di ridistribuirla però, la ricchezza bisogna crearla».
Il ministro del Welfare, Sacconi, e il segretario della Cisl, Bonanni, anche per sostenere i salari, vogliono far partecipare i lavoratori agli utili e alla gestione dell’azienda.
«Su questo sono scettica. Mi sembra più urgente legare i salari alla produttività».
Come?
«C’è bisogno di un salto quantico…».
Quantico? Si spieghi meglio.
«Un cambio radicale della cultura sindacale e industriale. L’associazione dei giovani imprenditori cerca di elaborare soluzioni per il lungo periodo. Be’, se penso al futuro, mi piacerebbe lanciare la parola d’ordine per cui “anche i lavoratori devono diventare imprenditori di se stessi”».
Temo che il segretario della Cgil, Epifani, non sia troppo d’accordo.
«Lo immagino. Ma gli strumenti della contrattazione sindacale dovranno cambiare. In futuro nelle aziende ci dovrà essere una contrattazione praticamente ad personam, tra il datore di lavoro e il dipendente».
Suona un po’ paternalistico e pericoloso per i lavoratori.
«Si dovrebbero prevedere, ovviamente, garanzie minime stabilite a livello nazionale. In questo modo in azienda sarebbe possibile premiare chi lo merita».
E chi non lo merita?
«È l’altra faccia della meritocrazia».
Cioè?
«Se si introduce questo sistema è bene avvertire da subito che se qualcuno avanza, c’è anche qualcun altro che resta indietro e che avrà una qualità della vita e uno stipendio più bassi».
Una soluzione un po’ darwiniana. Selezione della specie?
«Ovviamente servirebbe anche un buon sistema di welfare, qualcosa che si ispiri alla flexsecurity danese. Bisogna rendersi conto che oggi il diritto al posto fisso è anacronistico, si deve lavorare per un diritto al percorso professionale».
È un po’ facile detto da un’industriale che viene da una famiglia come la sua.
«Io so di aver avuto una grossa facilitazione di partenza, ma da anni lavoro 12 ore al giorno».
Quando ha cominciato?
«Sin da bambina mi piaceva andare in fabbrica. Mio padre mi portava a vedere le fonderie di ghisa, gli altiforni. Da lì mi è rimasta la mania. A causa di questa passione, Matteo Colaninno mi chiama la “metalmeccanica”».
Scuole?
«Noi abbiamo sempre vissuto in campagna, a Montale di Castelnuovo Rangone. Siamo campagnoli. Ma ho fatto il liceo a Modena».
Si dice che fosse una secchiona.
«Da privilegiata, andare bene era un dovere».
Lei era adolescente negli anni dei paninari.
«Sì, ma ho sempre fatto vita casalinga. Zero discoteche. Mio padre mi diceva: “Tu certe cose non le fai e basta”».
E lei non si ribellava?
«Il più grande gesto di ribellione è stato farmi tre buchi per orecchio a diciotto anni. Ma chiesi il permesso a mamma. Andammo insieme. La prima uscita serale da sola l’ho fatta a 20 anni».
Ma scherza?
«Mio padre non mi mandò nemmeno a fare il viaggio della maturità con le amiche. In compenso mi ha tirata su un po’ come un maschiaccio. Andavamo a caccia insieme. Ricordo, a 4 anni, la prova di coraggio con mio nonno».
In che cosa consisteva?
«Un pezzo di strada nel bosco di notte, da sola».
Università?
«Cominciai con ingegneria, poi, un venerdì, mentre rientravo a casa in bicicletta, decisi di passare a giurisprudenza. Quella fu la svolta della mia vita. È lì che realizzai che avrei lavorato nell’azienda di famiglia».
Ci entrò subito?
«No. Prima mi specializzai. Poi ebbi una proposta di lavoro a tempo indeterminato in una banca d’affari. Allora mio padre mi disse che ero pronta per la gavetta in azienda. Per un anno sono tornata a casa piangendo. Era dura».
La leggenda narra della giovane Guidi con le mani immerse nell’olio lubrificante. Sembra un’immagine inventata per la stampa.
«Invece è tutto vero. Il primo incarico era all’inventario del magazzino. Ma ho tornito parecchi mozzi… Noi produciamo condensatori e sistemi di accensione. Sono stata alla linea industriale a seguire la fabbricazione dei pezzi per un bel po’».
Ora molti pezzi li produce in Romania, in Croazia e in India. Lei e suo padre avete più volte fatto l’elogio della delocalizzazione.
«Se non avessimo trasferito alcune produzioni non ci saremmo potuti permettere il centro di ricerca in Trentino per realizzare un nuovo motore ibrido. In Italia lavoriamo i prodotti più avanzati e tecnologici, ma non possiamo continuare a fare cose che in Cina fabbricano a prezzi stracciati. Se no si chiude bottega».
Delocalizzare è un escamotage per pagare meno i propri operai.
«Non si delocalizza solo per risparmiare. Noi siamo in Romania e in India anche per essere più vicini a certi mercati».
Uhm. Gli operai rumeni e quelli indiani hanno meno diritti.
«Vengono pagati meno che qui. Ma guardi che nel nostro capannone in India si lavora in grande sicurezza».
Siamo sicuri?
«Sì».
In Cina avete aperto qualche capannone?
«No. Perché lì, a differenza che in India, il rischio che ti copino un prodotto è altissimo e poi girando per le fabbriche ho visto certe cose…».
Tipo?
«Io non sono di stomaco debole, ma lì mi si è ribaltato. C’erano ragazzini di dodici anni che usavano resine tossiche per 24 ore al giorno».
Diritti zero. A proposito. Lei ha detto: «Per lavorare e raggiungere i miei obiettivi, ho temporaneamente rinunciato alla maternità». La maternità non dovrebbe essere un diritto delle lavoratrici?
«Certo. Ma nel mio caso ho preferito accelerare sul lavoro. Anche perché fino a qualche tempo fa guardavo le mie amiche assediate dai loro bambini e l’immagine non mi piaceva molto».
Una donna alla presidenza dei giovani imprenditori. Una donna, Emma Marcegaglia, leader degli industriali. Farete qualcosa anche per le lavoratrici?
«Una donna che lavora otto ore al giorno dovrebbe star sicura che i figli siano in un luogo accogliente».
C’è anche un problema di accesso al lavoro delle donne: quelle che vanno in maternità, poi fanno fatica a ripartire.
«È vero. Ma si dovrebbe anche ridimensionare il periodo di maternità. In alcuni casi si arriva praticamente a due anni. In due anni le aziende cambiano».
C’è chi sostiene che una soluzione potrebbe essere, incentivare le assunzioni con la detassazione dei contratti femminili.
«È una soluzione che non mi convince. Un po’ come le quote rosa in politica».
Le donne di Confindustria hanno un peso che le donne in politica si sognano.
«È vero, però le quote possono essere solo una soluzione temporanea».
Una donna in politica che le piace?
«Due: Letizia Moratti e Anna Finocchiaro».
Di entrambe si è parlato come possibili leader dei rispettivi schieramenti.
«Ce le vedrei bene. Non so se sia andata davvero vicina a questo incarico, ma Finocchiaro sarebbe un ottimo presidente della Repubblica: istituzionale, equilibrata e garbata».
A lei qualcuno ha mai offerto un posto in Parlamento?
«No. E ritengo che la mia organizzazione dovrebbe star lontana dai partiti».
Giovane imprenditrice. È vero che a 39 anni vive ancora a casa dei suoi genitori?
«Ho ristrutturato una stalla accanto alla villa dei miei. Ma non sono mica una bambocciona».
Il modello sembra un po’ Tanguy. Ricorda il sempre-figlio del film francese?
«Sto sempre fuori, per fabbriche, capannoni…».
Poi torna a casa e cena con papà e mamma?
«Ma figuriamoci. Il rito del pasto insieme, visti i ritmi di lavoro, non lo abbiamo mai avuto. Passo solo a salutarli e vado a casa mia. La sera, stremata, o leggo un libro o mi piazzo davanti alla televisione».
Che cosa guarda in televisione?
«I talk politici».
Nient’altro?
«Di tutto il resto mi importa poco. Guardo Otto e mezzo, Ballarò, Porta a porta, Matrix e poi mi addormento».
A cena col nemico?
«Alfonso Pecoraro Scanio. Vorrei proprio capire come ragiona».
Lei ha un clan di amici?
«Quelli antichi del liceo e delle vacanze in Versilia: Enrico, Roberta…».
Poi c’è il famoso/misterioso fidanzato di Faenza.
«Paolo. Ma sono amica anche di molti giovani imprenditori con cui ho lavorato per anni. Matteo Colaninno, per esempio…».
Colaninno ora è deputato del Pd.
«È una scelta che io non avrei fatto. E che all’inizio mi ha un po’ stupita. Ma poi conoscevo questa sua propensione e credo che abbia una passione sincera».
Si dice che lei sia più vicina al centrodestra che al centrosinistra.
«Be’, sì. Però se una scelta politica è di buon senso non mi interessa da che parte arriva».
Lei conosce personalmente Silvio Berlusconi?
«L’ho incontrato qualche volta».
È stato galante, come da fama?
«Scherza? Io sono una tipa che stimola poco le galanterie. Alcuni amici mi chiamano la Thatcher del Terzo millennio. Per me è un complimento. È una delle donne che stimo di più nella storia recente».
Se dovesse citare un’italiana?
«Nilde Iotti».
La comunista Iotti.
«Abbino il suo nome al periodo in cui ho cominciato a leggere i giornali».
Il suo rapporto con Marcegaglia?
«Ottimo. Era leader dei giovani quando sono entrata nell’organizzazione».
Il vostro primo incontro?
«A Roma. Il primo ricordo che ho di lei risale a una sua apparizione televisiva. Era fresca di nomina alla presidenza dei giovani e venne invitata da Lerner alla trasmissione Milano, Italia: si gettò nella mischia e io pensai: “Questo è il mio presidente”».
Mi faccia il nome del top tra i giovani manager/ imprenditori.
«Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, è un bell’esempio di manager».
Il libro della vita?
«La Divina commedia. Sembra strano, lo so. Ma dopo averla letta al liceo, l’ho ripresa e mi è piaciuta parecchio».
Il film?
«C’era una volta in America… Ammetto che non vado al cinema da quindici anni».
Come, scusi?
«Eh, sì. In mezzo alla settimana non ce la faccio e nei weekend chi mi propone di uscire mi fa un dispetto. Preferisco stare a casa con un dvd».
La canzone?
«Di tutto, di più. Faccio almeno 80 chilometri al giorno in macchina e ascolto molta radio».
Che cosa in particolare?
«La rassegna stampa di Bordin su Radioradicale e la Zanzara di Cruciani su Radio24».
Cultura generale. Che cosa è un podcast?
«Un file scaricato da Internet».
Sa quanto costa un pacco di pasta?

«Zero virgola novanta».
Lei cucina?
«Faccio delle ottime scrambled eggs col latte».
Uova strapazzate. Non un piatto complicatissimo.
«Mi vengono bene anche i primi. La carbonara su tutti».
I confini dell’Afghanistan?
«La geografia non è il mio forte».
Il primo articolo della Costituzione?
«Uhm».
L’Italia…
«…è una Repubblica fondata sul lavoro».
È anche democratica.
«Già. Ma guardi che questa cosa che è fondata sul lavoro andrebbe proprio rivalutata».

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