Eleonora Abbagnato (Magazine – giugno 2008)

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La ballerina palermitana Eleonora Abbagnato mentre parla non sta ferma un attimo: si accartoccia su se stessa, stende una gamba, stiracchia un piede, fa scrocchiare un’anca. «Vuoi vedere i calli che mi sono venuti sulle dita dei piedi? Orribili. Non sono come quelli della Fracci, ma insomma… ». La incontro a Parigi, in un miniatelier stracolmo di stivali pitonati e impolverati artificialmente con tacchi e punte inverosimili.
Eleonora sta per compiere 30 anni (il 30 giugno), e da 16 vive in Francia. È uno di quei casi di espatrio vocazionale che ha portato al mega-successo. Una fuga dall’Italia gerontocratica e immeritocratica, che ha dato risultati strabilianti: dal 2001 è première danseuse dell’Opéra de Paris. Quando le chiedo se per caso non avrebbe potuto raggiungere gli stessi risultati restando in Patria, mi guarda come se fossi un marziano. Non che Abbagnato abbia un’adorazione particolare per la vita quotidiana parigina. «Qui sono tutti abbastanza stressati e poco ospitali. Mia madre sostiene che si viva proprio male». Ma se si parla di balletto, di danza e di arte…
L’Italia ti sembra così diversa dalla Francia?
«Non è diversa. È un altro mondo».
In che senso?
«L’Opéra qui in Francia è un tempio, una caserma e una miniera: sforna 140 balletti all’anno. Si sgobba».
Quanto?
«Io faccio almeno 7 ore di allenamento al giorno. Qui vengono i migliori coreografi del mondo: Pina Bausch, Roland Petit… C’è una scuola con maestri pazzeschi. Un internato che ospita decine di ragazzi. Il balletto è considerato importante. Siamo valorizzati».
Come?
«Be’, anche economicamente. Abbiamo un ottimo stipendio fisso, la tredicesima, le ferie pagate e la pensione a 42 anni».
Sembra un trattamento ministeriale.
«Un po’ lo è. Ma è anche un modo per farti capire che lo Stato e i francesi ci tengono».
In Italia…
«A parte che ormai nessuno va più a vedere i balletti».
Non esageriamo.
«Ma guarda che io lo capisco. Molte compagnie di ballo non sono all’altezza. E allora è meglio andare allo stadio. E poi manca un’Accademia vera».
C’è la Scala.
«La Scala ha un’ottima scuola diretta da Frédéric Olivieri. E una grande compagnia. Anche Aterballetto è una bella compagnia. Ma manca un’Accademia con tanto di internato».
Se dovessi consigliare al premier Berlusconi e al ministro della Cultura Bondi un modo per risollevare il balletto in Italia…
«E perché dovrebbero dar retta a me?».
Sei una tecnica del settore, di successo.
«Gli chiederei di cominciare a gestire i teatri con progetti culturali di lungo respiro, con corpi di ballo seri e stabili. E poi magari gli proporrei di farmi aprire un’Accademia, dove tirare su artisti di ogni tipo: ballerini, attori, cantanti, musicisti…».
Praticamente Amici, la trasmissione di Maria De Filippi.
«In un luogo di studio serio, le telecamere non ci dovrebbero entrare. Lasciamo perdere Amici».
Perché?
«È bello che ci sia una trasmissione in tv in cui si parla di danza, ma il problema è che poi la danza in Italia si riduce a quello. Mi dicono che c’è una ragazza, Ambeta, che è brava e che è una star di quel programma. Ma io non la definirei una ballerina classica. Non credo che abbia mai fatto un Lago dei cigni serio».
Sei un po’ invidiosa?
«No. In Italia spesso per ballerina si intende quella che sculetta in tv».
Ora non fare la snob che critica le vallette della tv italiana dal pulpito della Rive gauche.
«Ma figuriamoci. La tv deve essere svago e la tv italiana mi piace. Quella francese è noiosissima. Ma se l’arte per affermarsi deve piegarsi per forza ai meccanismi della tv, è un problema. A me in Italia mi conoscono solo perché sono andata a Ballando sotto le stelle, la trasmissione di Milly Carlucci, perché ho ballato la salsa con Massimo Ranieri su Rai1 e perché sono stata ospite di Pippo Baudo a Domenica In. Ho più fan in Giappone che a casa mia».
In Giappone?
«Certo. Lì ci accolgono come calciatori. Quando il corpo di ballo dell’Opéra di Parigi atterra a Tokyo ci sono centinaia di ammiratori che ci aspettano con striscioni, cori, ci tirano peluche e pupazzetti. Molti giapponesi si fanno migliaia di chilometri di volo solo per vedere un mio spettacolo. In Italia se non vai in tv non ti si filano proprio».
Tu, in tv, hai cominciato ad andarci prestissimo.
«Da bambina. Partecipai a una trasmissione con tanti altri piccoli fenomeni. C’era Pippo Baudo che presentava. Mi chiamavano la “nana prodigio”».
Conservi ancora la cassetta?
«Sì, sì. Avevo certe orecchie a sventola».
Quando hai iniziato a ballare?
«A tre anni. Mia madre vendeva vestiti e durante le ore di lavoro mi lasciava da una sua amica (Marisa Benassai) che aveva una scuola di danza due piani sopra al nostro negozio. Divenni maniaca del balletto».
Maniaca?
«Sì. A casa vedevo solo videocassette di vecchi balletti e li imparavo a memoria. A scuola quando mi chiamavano per interrogarmi mi mettevo a ballare».
Un’infanzia infelice?
«Direi di no. Ma pensavo solo a quello. Con le Barbie ci giocavo per simulare spaccate ed esercizi assurdi».
Le prime esibizioni?
«A otto anni cominciai a girare per concorsi, in tutta Italia. Ero ipercompetitiva. Volevo vincere sempre. Anche se in realtà, non ero dotatissima. E per questo mi massacravo di esercizi».
Tipo?
«Per farmi venire un collo del piede da vera ballerina chiedevo alle mie amiche di sedersi per ore sulle mie caviglie».
Una tortura.
«No. In realtà, gli esercizi più dolorosi all’inizio sono quelli per l’en dehors: il movimento che porta l’interno delle gambe verso l’esterno. La maestra ti si siede sulle anche».
È orribile.
«Capirai che oggi sono poche le ragazze disposte a fare bene tutto questo. La mia forza è stata proprio la determinazione: a 8 anni già stavo sulle punte. Di solito si fa a 12. Ho avuto anche la fortuna di avere due genitori che si potevano permettere di pagarmi stage e scuole di prestigio».
Quando hai capito che avresti fatto la ballerina?
«La svolta c’è stata a dodici anni. Quando mi hanno preso alla scuola di Montecarlo e ho lasciato Palermo».
Tua madre venne con te?
«No. Vivevo in collegio. Noi ragazze facevamo la spesa da sole. Alle mie compagne dicevo: “Non piangete quando siete al telefono con le mamme. Piangete dopo aver attaccato”. Io facevo così. Un giorno, poi, durante una di queste telefonate mia madre mi disse che Roland Petit era a Palermo per fare delle audizioni. Rientrai a casa e venni presa per fare la giovane Aurora nella Bella addormentata. Roland mi volle portare con sé in tournée per sei mesi».
A dodici anni?
«Sì. Poi fu lui che mi consigliò di andare a Parigi».
E da allora non sei più tornata?
«A Palermo ci vado appena posso. Ma effettivamente è da quando ho 14 anni che sono legata al casermone dell’Opéra de Paris».
I momenti più duri?
«Durante la crescita e la carriera subiamo parecchie pressioni, anche psicologiche. Maestri e coreografi, per forgiarti, ti portano al limite».
Un esempio?
«Ce ne sono migliaia. Punzecchiature. Commenti sul fisico. Provocazioni. Durante le prove di una Carmen, Roland Petit mi chiese davanti a tutti se ero in grado di fare un pompino. In quel caso credo che ci fosse pure un problema di rivalità: io ballavo ed ero fidanzata con un ballerino che gli piaceva parecchio. Poi c’è la competizione tra le ballerine».
È forte?
«Fortissima. Ma io mi sono un po’ stufata».
Ti senti arrivata?
«Be’, insomma, a diciotto anni già ballavo lo Schiaccianoci da solista».
Sei première danseuse, ma ti manca la nomina ufficiale a étoile.
«Già. Ma in Francia non è come in Italia. La nomina a étoile dipende dal ministero della Cultura. Se arriva bene, se no…».
Se no…
«Non voglio arrivare a 40 anni con una vita fatta solo di danza e balletti. D’altronde già ora faccio altro».
Ti riferisci alle comparsate in tv?
«E al cinema. Ho girato Il 7 e l’8 con Ficarra e Picone».
Una ballerina dell’Opéra che fa le commedie al cinema.
«Mi hanno criticata, infatti. Ma io mi sono divertita. Ficarra e Picone erano abbastanza stupiti dal fatto che per girare certe scene non avessi bisogno di troppi ciak».
Quando hai intenzione di smettere di ballare?
«Magari tra cinque anni».
Per tornare in Italia?
«Anche. Vorrei dei figli. E magari aprire una mia scuola di ballo a Palermo».
Hai un clan di amici?
«Qui a Parigi i due ballerini con cui ballo più spesso: Benjamin Pech e Hervé Moreau. Li adora pure mia madre. E poi Deborah, che si occupa anche della mia immagine. Quando usciamo insieme ci chiamano le Gine, perché facciamo le bambine sceme».
Ti sono rimasti dei vecchi amici italiani?
«Margherita, che è un’amica storica di Mondello, e Maria Evelina con cui ho cominciato a ballare a Palermo».
La cosa che ti manca di più dell’Italia?
«A parte il caffè, che qui è acqua sporca, sembra acqua di polipo, forse la genialità che incontri per strada. La capacità di adattarsi alle situazioni degli italiani. I francesi se la sognano».
Negli Stati Uniti: Obama o McCain?
«Boh, non ne ho idea».
Cultura generale. Il Primo articolo della Costituzione?
«Uhm».
Mi pare di capire che la politica non ti interessi.
«Zero».
Per chi voti?
«Ho votato Berlusconi per corrispondenza. Mi fa simpatia. E a Palermo Cammarata, che è un amico».
I confini dell’Afghanistan?
«Uhm».
Quanto costa un pacco di pasta?
«In Francia tantissimo. Ma io non ne posso fare a meno».
Espatriata tradizionalista.
«Sono specializzata in primi. Mia nonna ogni tanto mi fa arrivare pure il barattolone con i broccoli chiari, che qui non esistono. Li faccio arriminati, con uvetta e pinoli».
La canzone della vita?
«Ti sposerò perché… di Eros».
Ramazzotti?
«Sì, un grande. Vado a tutti i suoi concerti a Parigi. Ormai lo conosco bene. Una sera, ero a cena a casa sua con la mia amica Margherita e ci ha fatto un concerto privato. Mi sono messa a piangere».
Sai che cosa è YouTube?
«Certo. Un sito dove si cercano video».
Lo sai che se cerchi Abbagnato viene fuori Lapo Elkann?
«Lo so. E ti dico subito che non sono mai stata né con Lapo né con Matteo Marzotto».
I due flirt illustri che ti vengono attribuiti dai giornali scandalistici.
«Sono solo due amici. Lapo l’ho conosciuto tramite Renzo Rosso, patron della Diesel, che è il mio padrino. Mia madre…».
Citi molto spesso tua madre.
«Non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto se non avessi avuto la mia famiglia palermitana alle spalle».
Il segreto del buon espatriato quindi è il glocalismo?
«Sì. Puoi andare ovunque nel mondo, ma senza radici, affondi».
Il libro della vita?
«Il profumo, di Patrick Süskind. Talmente bello che gli vorrei dedicare un balletto».
La tua performance migliore?
«Una scena molto violenta nella Sagra della primavera, diretta da Pina Bausch: seminuda, ballavo sulla terra vera. Mia madre è uscita dal teatro perché era scioccata dalla mia trance».
Hai tic o riti particolari prima di entrare in scena?
«Certo. Dormo un’ora esatta e mi prendo le vitamine».
Il balletto indimenticabile?
«Non ce ne è uno solo. Ogni balletto ha avuto interpreti straordinarie. Il Lago dei cigni con la Makarova, Giselle con la Fracci, Romeo e Giulietta con la Ferri».
Tu a che cosa vorresti essere abbinata?
«Boh… Al festival di Sanremo… Ahahah. “Signori e signore, presentano… Eleonora Abbagnato e Pippo Baudo”».
Guarda che Pippo non fa più Sanremo, il prossimo anno il presentatore pare che sarà Paolo Bonolis.
«Noooo. Pippoooo».

Categorie : interviste
Commenti
pippo 27 dicembre 2015

Penoso che un’artista internazionale dimostri così scarsa plasticità intellettiva. Meno male quando si balla non si parla…

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