Carlo Sangalli (Magazine – luglio 2008)

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Carlo Sangalli ha settant’anni e ne dimostra una decina di meno. Si è fatto sette legislature (sette!) alla Camera con la Democrazia cristiana, dal ’68 al ’94, e dal 2006 governa la Confcommercio, un’organizzazione che ha 800.000 associati e la fama di non amare troppo i ministri delle Finanze. Ci incontriamo in piazza Belli, a Roma. Mi accoglie in jeans e camicia. Nella sua stanza trionfa un enorme poster del Milan. Sangalli sostiene di essere stato un buon mediano («Il lavoro paziente di chi ricuce tra difesa e attacco ») ed è conosciuto come buon mediatore: fu lui il primo a far sedere uno di fronte all’altro i candidati premier Berlusconi e Prodi, nella sala Orlando dell’Unione del Commercio di Milano. Era il 1996. Ora l’ex diccì ulula perché rinasca uno spirito costituente. «Se no, non si esce dalla crisi». Cita De Gasperi: «Politica significa fare». In tempi di crescita zero, Sangalli ha più volte lanciato un grido di dolore sui consumi scarnificati degli italiani, che ormai non si avvicinano più a un negozio se prima non leggono la scritta “saldi” stampata sulla vetrina. Quando gli chiedo se il crollo dei consumi non sia causato anche da certi prezzi assurdi, si piazza in trincea: «È il reddito disponibile che non è cresciuto e sono aumentate le spese fisse».
I “suoi” commercianti non c’entrano nulla?
«Direi proprio di no».
Lei lo sa quanto costa affittare un ombrellone e due lettini?
«No. Vado in montagna».
Spesso più di 20 euro, e non parliamo dei posti per ricchi. Non sa nemmeno quanto costa un litro di latte?
«Aspetti che ce l’ho scritto da qualche parte».
Non vale.
«Uhm, non lo so. Lo ammetto. In casa non sono io a fare la spesa. Giochi a parte, posso garantire che non sono i commercianti che si inventano i prezzi alti. Si sa che l’inflazione è importata. Il petrolio…».
Lo racconti a chi prima pagava un caffè 800 lire e ora lo paga un euro.
«Lo so, lo so. L’euro… Si doveva dare retta a Tremonti quando suggeriva di prolungare il periodo di doppia circolazione della lira con l’euro».
I commercianti non speculano?
«No. Anche i commercianti si sono visti raddoppiare gli affitti e le spese per luce e gas. Negli ultimi dieci anni c’è stata una crisi pazzesca soprattutto tra i piccoli esercizi. Hanno chiuso in 500.000».
E in quanti hanno aperto?
«Altrettanti. Vuol dire che molti negozi muoiono in culla. Le dico come si rilancia il Paese?».
Sentiamo.
«Riduzione della spesa. Riduzione delle tasse, perché se si paga meno pagano più persone. E lotta all’evasione».
Lotta all’evasione: i commercianti sono gli indiziati numero uno dell’evasione.
«Veniamo martellati ingiustamente. È una leggenda».
L’evasione è calcolata tra il 17 e il 30% del Pil. I lavoratori dipendenti sono controllatissimi, secondo lei chi evade?
«A parte che molti dipendenti fanno un secondo lavoro in nero… Ricordo un articolo del Corriere in cui si diceva che l’evasione va combattuta con un’azione che abbracci tutta l’economia italiana».
Io ricordo alcune tabelle del 2007: nessuna categoria del commercio risultava guadagnare più di 20.000 euro all’anno di media. La media dei venditori di automobili mi pare che fosse di 15.000 euro. Un po’ poco, no?
«Sì. Ma ho dei dubbi sul fatto che il grosso dell’evasione venga dai piccoli commercianti».
Quando non le fanno uno scontrino come reagisce?
«Non mi è mai capitato».
Non dica bugie.
«È così. Se mi capitasse chiederei spiegazioni. Ma su questa cosa degli scontrini sarei più cauto».
Sia cauto, ma non partigiano.
«L’assenza di scontrino prima di essere notificata, andrebbe anche accertata».
In che senso?
«Le consiglio la lettura del libro di Luigi Furini Volevo solo vendere la pizza».
Che cosa dice Furini?
«Racconta, per esempio, di un pizzettaro che regala al figlio della sua vecchia maestra un pezzetto di pizza rossa e quando la signora esce dal negozio senza scontrino, viene multato. Un’esagerazione, no?».
Credo che siano di più i casi di scontrini non rilasciati con dolo.
«Ma bisogna tener conto delle eccezioni, no?».
Basta che le eccezioni non diventino regola.
«Mi pare un po’ assurdo che, come accade oggi, se per tre volte vieni beccato che non batti lo scontrino di un caffè, mi chiudi l’esercizio».
È un provvedimento introdotto da Visco. Sbaglio o con Visco non avevate un buon rapporto?
«Sbaglia, Visco è venuto spesso a parlare alle nostre assemblee. Ma, insomma, i ministri delle Entrate in generale non sono amatissimi. Lei li ama?».
Apprezzo chi fa pagare le tasse a tutti.
«A Milano si dice “l’ha faa la finn del Prina”».
La finn di chi?
«Di Prina, era un ministro delle Finanze napoleonico che venne ucciso a ombrellate dai milanesi. Le assicuro, comunque, che di evasori tra i commercianti ne troverà sempre meno».
Ci pensa Sangalli?
«Evadere è un reato. Che tra l’altro costituisce anche concorrenza sleale nei confronti di chi paga le tasse. Uno dei nostri punti è far rispettare gli impegni fiscali. Ma…».
Ci avrei giurato. C’è un “ma”.
«Si deve pagare per quanto si guadagna, non per quanto lo Stato immagina che tu guadagni».
Lei si infervorava sulle tasse dei commercianti anche quando era un deputato diccì?
«Certo. Sono nelle associazioni legate al Commercio dal 1970».
Come ci è finito?
«Avevo una concessionaria Fiat a Sesto San Giovanni. Si chiamava la Padana. Dal ’95 sono presidente dell’Unione del Commercio di Milano».
Dal ’95? È ora di dimettersi: largo ai giovani.
«Per il momento non ci penso proprio».
Politica e commercio.
«All’inizio degli anni Novanta feci un intervento in Aula durissimo contro la Minimum tax proposta dalla mia stessa Dc».
Un piccolo conflitto di interessi.
«Il giorno dell’approvazione della legge, concluse gli interventi Gerardo Bianco che era capogruppo dello Scudo crociato. Chiesi la parola. Napolitano, presidente della Camera, mi disse: “Sangalli, lei è un deputato di lungo corso, dovrebbe sapere che non può aggiungere altro”. E io: “Ma guardi che parlo in dissenso”. In pratica ho chiuso la mia carriera parlamentare tra gli applausi dei missini e dei comunisti. Tra quelli del mio partito, invece, calò il gelo. Qualcuno applaudiva di nascosto sotto il banco, ma contemporaneamente scuoteva la testa in segno di disapprovazione. Roba da veri diccì».
Come è diventato democristiano?
«Era diccì anche mio padre, Vincenzo, che insegnava italiano e filosofia a Porlezza. Sono cresciuto lì, sul lago di Lugano. Nel dopoguerra ci trasferimmo a Milano».
Il suo primo ricordo politico?
«Con un compagno di scuola del Gonzaga, andai a vedere la chiusura della campagna elettorale del 18 aprile 1948. Mio padre, segretario provinciale, presentava De Gasperi ai milanesi, in piazza Duomo».
18 aprile 1948. Elezioni leggendarie. Le prime della storia Repubblicana (a parte quelle per la Costituente del 1946).
«Già. Non è un caso che nel 1964 io abbia scelto di sposarmi proprio il 18 aprile. Nel ’48 avevo 11 anni. Giravamo con dei grandi mascheroni con la faccia di Garibaldi, simbolo del Fronte popolare (Pci/Psi), se capovolgevi Garibaldi veniva fuori Stalin».
Il suo primo comizio?
«Alle elezioni del 1953».
A 16 anni?
«Sì, mio padre, mentendo, disse che non aveva voce e mi chiese di parlare al posto suo».
Era l’anno della legge truffa.
«Ma che legge truffa! Era una legge sacrosanta».
Nella Dc in che corrente stava?
«Ero andreottiano. La nostra corrente si chiamava Primavera. Come i giovani della Nazionale. Eravamo la destra del partito».
Andreotti: Belzebù, processato per mafia…
«Andreotti è una gran persona. Al mio primo intervento congressuale, che si tenne di notte, in pratica c’era solo lui ad ascoltarmi».
Lei ha fatto la sua prima campagna elettorale nel 1968.
«Alla Statale di Milano non riuscii nemmeno a cominciare l’intervento, per eccesso di fischi».
Comunque venne eletto.
«Il Corriere titolò: “Nenni il più vecchio, Sangalli il più giovane”. Con l’ingresso a Montecitorio finì la mia carriera calcistica: poco tempo e troppe contestazioni da parte dei tifosi comunisti».
Era forte?
«Giocavo nel Parabiago. Mediano».
Torniamo alla gavetta. Esperienze di governo?
«Sottosegretario al Turismo nel 1978. Ma poi non venni riconfermato».
Perché?
«Avevo spalleggiato Forlani alla segreteria, mentre gli andreottiani si erano schierati tutti con Zaccagnini».
Gliela fecero pagare?
«Evangelisti, il braccio destro di Andreotti, venne da me e mi disse: “La prossima volta che otterrai un incarico di governo, io sarò Papa”».
Zacchete. Inesorabile. Lei lo ha visto il film Il Divo?
«No. Ho poco tempo».
Andreotti e gli andreottiani ne escono maluccio. Si parla di clientele, di mafia, dell’omicidio di Pecorelli…
«A maggior ragione non lo vedrò. Andreotti è un amico».
Paolo Cirino Pomicino…
«Un altro grande. In Commissione Bilancio era eccezionale. Ogni volta che andavo da lui a chiedergli di inserire in Finanziaria qualche provvedimento per tutelare i commercianti, mi faceva il gioco delle tre carte».
Anche lei prendeva parte al famigerato “assalto alla diligenza”?
«Si cercava di portare a casa qualcosa, nell’interesse del Paese».
E certo. Tangentopoli?
«Ostrega. Non mi ha toccato. Un giorno si sparse la voce che ero stato iscritto nel registro degli indagati. Ero all’Hotel Nazionale, dove avevo incontrato Mario Segni e Gianni Rivera per parlare dei referendum. A mezzanotte squillò il telefono. Era Di Pietro. Si voleva scusare. E dirmi che io non c’entravo nulla con le indagini in corso».
Craxi è morto da esule o da latitante?
«Da esule».
Il Di Pietro politico: tribuno populista o paladino della giustizia?
«Diciamo che io certe cose sul Presidente del Consiglio non le direi. A prescindere dall’amicizia che mi lega a Silvio».
È molto amico di Berlusconi?
«Sì. Da più di 40 anni».
Come vi siete conosciuti?
«All’epoca ero consigliere comunale di Brugherio. Votai contro un progetto della sua Edilnord e un amico comune, Edoardo Peruzzi, mi disse che Silvio mi avrebbe incontrato volentieri. La scintilla scoccò appena ci dichiarammo entrambi milanisti».
Berlusconi le ha mai proposto una candidatura?
«Anche alle ultime politiche. Mi ha chiamato e mi ha detto: “Carluccio, un uccellino mi dice che fremi per tornare in politica”».
È vero che freme?
«La politica è una passione che non passa. A Montecitorio ci tornerei a piedi e di corsa. Ma gli ho detto di no per rispetto nei confronti della Confcommercio, che deve rimanere autonoma. Certo, quando in tv vedo l’Aula, cambio canale perché mi viene il magone».
Lei non va mai in tv.
«La mia storia televisiva l’ha descritta bene Bruno Vespa in uno dei suoi libri: un giorno il conduttore mi chiamò in trasmissione come ospite in rappresentanza di Confcommercio, io  non potevo andare e così mandai Michela Vittoria Brambilla».
Ex leader dei giovani di Confcommercio e attuale sottosegretario al Turismo del Pdl…
«…Michela sfondò. Bucò lo schermo. E da quel momento invitarono tutti lei».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Il matrimonio con mia moglie Rosanna, a 27 anni. Ora ho 4 figli e 12 nipoti. La cena di Natale è un po’ faticosa».
Ha un clan di amici?
«Ho molti amici in politica, ovviamente».
Tutti ex diccì?
«Non solo. Anche Fini, da quando era del Msi. E Bassanini, oggi del Pd. Poi ci sono due persone a cui sono molto legato: Franco Manzolini, un costruttore edile di Porlezza, che conosco da una vita, e Franco Giandonati, che mi è stato vicino anche nei momenti peggiori».
Quali momenti peggiori?
«Be’, anche quando sono stato iscritto nel registro degli indagati con Sergio Billè».
Una storiaccia di corruzione e appropriazioni indebite. Come è finita?
«Per quanto mi riguarda, tutto archiviato».
A cena col nemico?
«Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Due ex del Pci. Gli farei pagare il conto. E gli consegnerei io la ricevuta fiscale».
Il libro della vita?
«Sarò banale, ma dico I Promessi Sposi».
Il film?
«Non ricordo nemmeno l’ultima volta che sono stato al cinema».
La canzone?
«Quella del granello di sabbia».
Legata a un granello di sabbia, di Fidenco?
«Ti voglio cullare cullare…».
Che fa, canta? Cultura generale: i confini di Israele?
«Uhm… Oh mamma mia».
Quelli dell’Afghanistan?
«Iran, Pakistan… poi uno difficile che comincia per Uz…».
Uzbekistan. Il primo articolo della Costituzione?
«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Mi chieda anche l’ultimo. Lo so».

Categorie : interviste
Commenti
Paola Sangalli 22 dicembre 2013

Grande articolo , papà !
Sei forte !!!

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