Giuseppe De Rita (Magazine – aprile 2008)

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Società poltiglia. Leader narcisi. E partiti contenitori. Giuseppe De Rita, 75 anni, padre-padrone del Censis, da più di cinquant’anni annusa, origlia e scruta il Paese. Il suo rapporto annuale sull’Italia è come un bollettino medico. Non si scappa. Quest’anno parla di un Paese mucillagine, fatto di coriandoli che stanno uno accanto all’altro senza toccarsi. Lo incontro nel suo studio romano del Censis, in un palazzetto tra la Salaria e la Nomentana. Sulla scrivania ha un grande crocifisso con accanto una scultura keniota che gli ha regalato una delle figlie. De Rita non risponde mai di getto. Così quando gli chiedo che cosa pensa di questa campagna elettorale dove si parla molto di sondaggi e di Alitalia, si ferma, aspetta una decina di secondi e poi cala la mannaia su una politica da cui si sente “molto lontano”.
Soffriamo di sondaggite?
«Sa… quando mancano i sensori».
Quali sensori?
«I partiti prima avevano una porosità che gli permetteva di sentire il Paese. Qualsiasi capocorrente diccì sapeva fiutare il suo territorio. C’erano quelli che si facevano 400 battesimi all’anno e così incontravano migliaia di persone, quelli con le clientele, quelli che “ricevevano” e raccomandavano…».
Non è proprio un elenco di attività virtuose.
«So bene che la politica di allora era piena anche di giochetti sporchi. Non sono mica nostalgico. Parlo solo di come queste cose funzionavano da termometro. La porosità».
E ora?
«Ora la politica non è più stesa in modo orizzontale nella società. I partiti non sanno più inglobare le piccole appartenenze. Si è andati verso strutture verticali, in cui si personalizza tutto. C’è il leader e poi ci sono gli elettori. E che cosa deve fare quel povero faraone che sta là sopra?».
Che cosa deve fare?
«Che si chiami Berlusconi, Bertinotti o Veltroni ricorre ai sondaggi. Ma nell’aggrapparsi ai sondaggi c’è una debolezza metodologica».
Perché?
«Da un po’ di tempo credo che sia scattato quello che Jean Baudrillard chiamava “lo scaltro genio dell’oggetto”».
Tradotto?
«Chi è intervistato dai sondaggisti tende ad assecondarli anche per liberarsi dalla scocciatura».
Le è capitato di mentire a un sondaggista?
«No, il mio numero non è sull’elenco».
I programmi sono figli dei sondaggi?
«Non sempre. Ma capita spesso che il leader ricorra al sondaggio e testi così l’impatto delle sue proposte».
C’è chi dice che Berlusconi sembri un po’ stanco in questa campagna elettorale…
«Ragazzi, ha settantun anni».
Troppi per avere una “visione” per il Paese?
«Penso che abbia ragione Savino Pezzotta quando dice che a settant’anni si ha un orizzonte corto».
Lei ne ha 75.
«Non aspiro a fare il leader».
Ma fa lo stesso mestiere da più di 50 anni. I suoi strumenti sono ancora validi per scrutare il Paese?
«Credo di essere ancora un buon interprete della società».
Torniamo ai candidati. Lei, un paio di mesi fa, ha detto: «Veltroni deve stare attento a non farsi logorare dai media».
«Veltroni è stato scelto perché rappresentava il nuovo. Una volta ho chiesto a un amico dirigente dei Ds: “Tutta questa fatica per fare il Pd e lo regalate a Veltroni?”. Mi ha risposto: “Walter è il più fresco”».
Walter è riuscito a non farsi logorare?
«Uhm. È partito troppo presto. Ha un’ottima capacità di tenuta, ma oggi i media vogliono un evento/notizia al giorno. Mantenere il ritmo per due mesi è impossibile. Un giorno le pensioni, l’altro i precari, ma poi…».
Poi?
«Se esageri gli eventi stessi cominciano a passare inosservati. E se abbassi il tiro con eventi minori, dai l’idea della stanchezza».
Bill Clinton ha detto che il candidato perfetto per la presidenza Usa è quello che gli elettori si terrebbero in casa come inquilino per quattro anni.
«In Italia non credo che vada così. Qui funziona di più l’arcana imperii. Il gioco di Berlusconi su se stesso serve a questo: le ragazze… l’Alitalia, l’amico Putin. L’elettore rimane meravigliato».
Lei ha parlato di candidati narcisi.
«Be’, per firmare un contratto con gli italiani come ha fatto Berlusconi o promettere di fare fuoco e fiamme durante il primo Consiglio dei ministri, come ha fatto Veltroni, la mattina ti devi guardare allo specchio con una certa soddisfazione».
Ha anche definito Pd e Pdl “partiti contenitori”.
«Dove non si riesce a sviluppare un senso di appartenenza. Per caso lei si sente appartenente al Pd o al Pdl?».
Anche la Dc era un partito contenitore. Dentro c’era di tutto.
«Il modello è quello. Ma la diccì era radicata nella società. Se tu il contenitore lo riempi con l’imprenditore, il generale, l’operaio… vai sui giornali, ma non crei appartenenza. E poi in quelle candidature c’è un problema».
Quale?
«È un tentativo di applicare alla politica l’et et della Chiesa cattolica. Ma con la politica mediatica di oggi non può funzionare. L’et et è una onnicomprensività che ha bisogno della ruminazione delle differenze nei secoli».
Binetti e Bonino ruminate nei secoli.
«Oggi le differenze esplodono a colpi di interviste. I partiti dovrebbero investire sull’elaborazione del futuro, invece sono presi a gestire l’evento quotidiano».
Il suo Censis sostiene che un italiano su tre decide all’ultimo per chi votare.
«Nell’ultimo mese».
Che cosa determina la scelta?
«L’italiano vuole contare. Gioca col suo voto».
Prevede una corsa al voto utile Pd-Pdl?
«No. Il gioco potrebbe essere quello di andare con i piccoli partiti, proprio perché i grandi contenitori non hanno creato appartenenza».
Si dice che queste siano le prime elezioni post identitarie. Con la cultura democristiana e quella socialista desaparecidas.
«Effettivamente faccio fatica a vedere nel piccolo partito di Boselli l’eredità del socialismo».
E Casini con l’Udc?
«Anche la Dc è finita. L’operazione centrista è stata fatta abortire dal duello tra Veltroni e Berlusconi».
I centristi…
«C’era stato un gran lavorio di Pezzotta, Tabacci e altri. Si erano trovati pure i soldi. Serviva solo più tempo. Se si fosse arrivati alle elezioni nel 2009…».
Hanno provato a coinvolgere anche lei?
«No».
In passato ci hanno provato più volte: lei era l’ideologo della Dc.
«Avevo un ottimo rapporto con Riccardo Misasi, che mi aveva chiamato nel ’70 nella segreteria tecnica del ministero dell’Istruzione. Ma non ho mai votato Dc».
Che cosa votava e vota?
«Il partito di Ferruccio Parri, il Psi… alle ultime non sono andato».
Negli anni ’80 era vicino a De Mita.
«Quando Misasi era all’ufficio economico della Dc».
All’epoca litigò con Beniamino Andreatta.
«Nel 1983 Andreatta, Fabiano Fabiani ed Eugenio Scalfari suggerirono a De Mita la linea del rigore. Ricordo una riunione a piazza del Gesù. Andreatta proponeva una patrimoniale l’anno per tre anni. Io dissi che era una cosa da pazzi, che gli italiani non l’avrebbero accettato. La Dc crollò di 6 punti»
La Dc le propose di fare il sindaco.
«Tre volte. La prima nel 1976. Incontrai il cardinal Ugo Poletti, vicario della Diocesi di Roma che mi disse: “Fallo per obbedienza”. E io: “Manco per obbedienza, Eminenza”. Nel 1981 ci provò il super andreottiano Franco Evangelisti. Mi chiamò: “A Derì, ci ho er disco verde de Giulio (Andreotti ndr)”. Rifiutai. Nel 1993 fu la volta di Mino Martinazzoli».
Un altro no?
«Già. Mino mi portò a cena con il cardinal Camillo Ruini, ma dissi di no».
Per fare il sindaco di Roma una visita al Vicario pare che sia utile.
«In quell’occasione Gianfranco Fini mi fece sapere che se mi fossi candidato lui avrebbe fatto un passo indietro. Dissi ancora no. Quel ’93 per me fu molto duro».
Come mai?
«Avevo l’incubo di rimanere per sempre un uomo attaccato alla Prima Repubblica. Pensavo di morire».
Addirittura?
«Sì. Un’altra volta mi è successo nel ’68. Io ero molto poco sessantottino. Anzi, pensavo che fosse tutta una vicenda interna ai figli della borghesia. Mi chiedevo: “Ma non è che sono superato? Sono out?”. Ora mi pare che i figli della grande borghesia siano tornati all’ovile».
Lei ha un clan di amici?
«Quelli di sempre, con cui ho fatto il liceo Massimo a Roma. La scuola dei gesuiti».
Dove andarono anche Gianni De Gennaro, Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo.
«Loro vennero venti anni dopo. E sono una generazione molto pompata».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Quando ho deciso di fare il Censis».
Nel 1964.
«Sì. Lavoravo alla Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, da 8 anni, quando Pasquale Saraceno, uno dei fondatori, mi comunicò che avrebbe mandato a casa tutto il mio gruppo di sociologi. Con Pietro Longo…».
Il leader socialdemocratico?
«Lui. Con Pietro e gli altri, decidemmo di metterci in proprio. Fondammo il Censis. Saraceno ci dava per spacciati».
Invece lei è ancora qui a far le pulci al Paese.
«Lavoravamo giorno e notte. Longo era un vulcano. La mattina stava con noi e il pomeriggio con Pietro Nenni, alla vicepresidenza del Consiglio. Eravamo inarrestabili, ma allo stesso tempo fu un periodo durissimo. Le ricerche te le pagavano dopo anni e io già aspettavo il terzo figlio».
Ora di figli ne ha otto.
«Io e mia moglie ne volevamo dodici».
Come si vive in dieci sotto lo stesso tetto?
«Ci si dividono i compiti».
È un piccolo esercito.
«Un gruppo faceva i letti, un altro comprava il latte… all’inizio il problema era la casa. Allora mica era come oggi che ci pensano i genitori a comprartela».
Lei ha detto che l’ignominia intellettuale del Paese la vede tutti i giorni in tv.
«Non ci vuole molto a fare questa valutazione».
La tv che le piace?
«Parla con me, la trasmissione di Serena Dandini, è dignitosissima».
Chi le sembra poco dignitoso?
«I quiz, il vallettame, i reality. E molte cose che si trovano su Internet».
Ma lei naviga on line?
«Per il web mi faccio aiutare».
Analfabeta informatico?
«Scrivo a penna su un blocco di carta».
Cultura generale. Sa che cosa è YouTube?
«Il sito coi video. Non saprei come arrivarci».
Quanto costa un litro di latte?
«Faccio la spesa, ma non guardo i prezzi».
L’ultimo articolo della Costituzione?
«Le disposizioni transitorie?».
No, il 139: la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. Il film
della vita?

«Un uomo tranquillo, di John Ford».
È lo stesso che ha scelto De Mita. La canzone?
«Teresa di Sergio Endrigo».
Il libro?
«Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen».
Davvero?
«Guardi che il premier inglese Benjamin Disraeli disse di averlo letto sedici volte».
Ultima domanda. Di tutti gli appellativi che le attribuiscono (il monaco delle cose, l’arciitaliano e via dicendo), quale preferisce?
«Il monaco delle cose. Rende bene l’idea della devozione e della fedeltà alle cose che vengono studiate. Mi potrei firmare così, come Giuseppe Gioacchino Belli si firmava “Peppe er tosto”».

Categorie : interviste
Commenti
aldo impagliazzo 5 dicembre 2014

vorrei la mail del dr.de rita giuseppe per inviargli una lettera
grazie

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