Gianni Petrucci (Magazine – maggio 2008)

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Finita l’intervista il rituale impone un piccolo tour nel fascistissimo palazzo del Comitato olimpico nazionale. Giovanni “Gianni” Petrucci, 62 anni, presidente del Coni, papà di tutti gli sportivi italiani, si muove attraverso questi corridoi come se fosse a casa sua. Mi porge una delle quattro copie della Coppa del mondo del 1982 («Senta quanto pesa »), mi mostra con una certa fierezza il prototipo in ottone della scritta Italia realizzata dallo scultore Pomodoro che i nostri campioni avranno stampata sul petto questa estate a Pechino, passa in rassegna tutte le torce olimpiche dal 1936 a oggi e si lascia come ciliegina finale lo stanzone delle assemblee. Quando ci entriamo mi indica un affresco gigante. C’è un enorme Mussolini che passa in rassegna le truppe.
Mi chiede: «Indovini chi ha fatto ristrutturare quest’opera? ». Si auto-risponde: «D’Alema, quando era premier. Non sa le battute quando abbiamo inaugurato la sala». Petrucci naviga nelle acque delle federazioni sportive da decenni. È stato ai vertici del calcio e del basket. Democristianamente, molto democristianamente, è riuscito a galleggiare in tutti questi anni e ora si appresta a portare per la terza volta alle Olimpiadi gli atleti italiani.
Le Olimpiadi delle polemiche cinesi.
«È da tre mesi che mi chiedono del boicottaggio alla Cina».
Lei ha detto che gli atleti non potranno portare magliette con su scritto “Cina boia”.
«Ci mancherebbe. E poi non lo dico mica solo io, ma anche la Carta olimpica».
Che cosa succede se un atleta sul podio fa qualche gesto di contestazione?
«Il Comitato olimpico internazionale (Cio) lo squalifica e gli toglie la medaglia».
Se è un italiano il Coni che cosa fa?
«Ovviamente, non assegna il premio in denaro».
E se un atleta mentre è in Cina manifesta a favore del Tibet fuori dal “territorio olimpico”.
«Ognuno può esprimere le sue idee».
Sicuro? La sezione italiana di Amnesty International ha detto che il Coni ha fatto pressioni su alcuni atleti perché non facessero da testimonial pro-Tibet.
«Abbiamo chiesto ad Amnesty di fare i nomi di questi atleti, ma non sono venuti fuori. L’equivoco è stato chiarito. E poi guardi che il maratoneta Baldini è appena stato in Cina e durante una conferenza stampa ha detto che la situazione del Tibet è molto triste».
La tuffatrice Tania Cagnotto ha detto: «Del Tibet si sa da anni. Se si è deciso di assegnare le Olimpiadi a Pechino si vada e basta».
«Mi pare una posizione dura e anche giusta».
Giusto assegnare le Olimpiadi a Pechino?
«Sì. Le ricordo che 9 anni dopo i Giochi di Mosca, è caduto il muro di Berlino».
Le ricordo che molte nazioni boicottarono quelle Olimpiadi a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.
«Vabbè. Vedrà che anche in Cina lo sport lascerà un’impronta».
Dopo le Olimpiadi 2008 scade il suo mandato. Si ricandiderà alla presidenza del Coni?
«Sì. Se sarò in forma».
Si dice che Giovanni Malagò punti alla sua poltrona.
«È un suo diritto».
Se dovesse lasciare il Coni che cosa si metterebbe a fare?
«Mi piacerebbe fare il giornalista».
Lei quando e come è entrato al Coni?
«Nel ’67, grazie a una segnalazione di uno zio. Ho cominciato con la federazione tiro a segno».
Precedenti da sportivo?
«Giocavo bene a pallone, nel Valmontone. Ma con le istituzioni sportive avevo poco a che fare. Mio padre era sarto e aveva un negozio per divise da cameriere su misura».
Ha mai pensato di seguire le orme paterne?
«No. Non volevo fare il commerciante».
Saprebbe cucire qualcosa?
«Niente di niente. Tra l’altro non so se l’ha notato, ma io mi vesto sempre allo stesso modo. Sono un po’ grigio, in questo».
Scuole?
«Dai salesiani».
Come Berlusconi. Ne avete mai parlato?
«No. In compenso ne ho parlato con il Cardinale Tarcisio Bertone alla Segreteria di Stato vaticana, andavamo nello stesso istituto. Guardi…».
Porta i santini nell’agenda?
«È Don Bosco. Che io sia un cattolico praticante è cosa nota».
Ha istituito la messa degli sportivi.
«Che c’è di male? La celebra Bertone stesso: è il Natale degli atleti».
Sembra un po’ una trovata di marketing cattolico.
«È una cosa in cui credo».
Il suo ’68?
«Ero un po’ tonto in quel periodo».
In che senso?
«Ero tutto casa, chiesa e lavoro».
Ha mai fatto politica da giovane?
«Eh certo! Portavo il pranzo ai rappresentanti di lista democristiani durante le elezioni».
Come le donne del Pdl nell’immaginario berlusconiano.
«Calcoli che io ho cominciato la mia carriera come sindacalista della Cisl. E la mia fortuna è stata di incontrare Franco Marini».
Quando è avvenuto l’incontro?
«Nel 1969. Lui era segretario aggiunto Cisl del para-Stato. Sapeva che lavoravo al Coni e che cercavo di risollevare le sorti del sindacato in quella sede. In pratica mi spronò ad andare avanti. Lui è stato importante per tutto il mio percorso».
Nel suo percorso lei è stato pure vice-presidente della Roma.
«Per pochi mesi».
Ma lei è tifoso della Lazio.
«Che c’entra? Una cosa è il lavoro, un’altra la passione. Mentre ero alla Roma ci fu un derby che finì 1 a 1. Scrissero: “Petrucci ha gioito due volte. Al gol giallo-rosso e a quello bianco-azzurro”».
Era la Roma di Ciarrapico.
«Matarrese, allora presidente della Federcalcio, di cui io ero segretario, me lo chiese per aiutare Ciarrapico, che di pallone sapeva poco».
In realtà, si dice che Matarrese la voleva allontanare perché lei gli faceva ombra.
«Sono favole».
Alla presidenza del Coni ci arrivò con la caduta di Mario Pescante nel 1999. È vero che siete in pessimi rapporti?
«Altre favole».
Non è che lo dice perché Pescante probabilmente si occuperà di sport nel prossimo governo Berlusconi?
«No. Mario è stato mio testimone di nozze».
Ah, ecco. È vero che lei ha scritto una lettera a tutti i candidati premier e solo Berlusconi le ha risposto?
«Sì… ecco il testo. Berlusconi e Gianni Letta hanno sempre manifestato una certa sensibilità per le nostre sorti. Sono loro che hanno introdotto un finanziamento di 450 milioni di euro per il Coni».
Petrucci marinian-lettiano. È giusto dare tutti questi soldi a un baraccone come il Coni?
«Il Coni non è più un baraccone. Ed è giustissimo finanziarlo. Dopo la crisi del Totocalcio ci siamo ritrovati senza la carta per le fotocopie. Oggi è un modello riconosciuto in tutto il mondo».
Addirittura?
«È così. Negli ultimi anni ci sono state grosse evoluzioni: è stata creata la Coni servizi spa, un’idea di Giulio Tremonti e la gestione finanziaria è stata affidata a manager come Lello Pagnozzi e Ernesto Albanese. Bravissimi. Ora i conti sono praticamente a posto».
E allora perché il ministro Giovanna Melandri voleva riorganizzare la struttura del Coni?
«Lo chieda a lei».
Non siete in buoni rapporti, o sbaglio?
«All’inizio non andava male. Poi abbiamo capito di essere molto diversi».
Non è che il ministero per le attività sportive le faceva un po’ ombra?
«Macché, io rispetto sempre le istituzioni. Certo, fino a quando non cambierà la legge, sarà il Coni a essere il vero ministero dello Sport italiano».
C’è un’indagine della Procura di Bologna che la riguarda. La accusano di aver fatto pressioni sulla giustizia sportiva per favorire la Benetton Treviso.
«È stato tutto archiviato. Aspetti che le leggo la sentenza…».
Una malignità: lei è amico di Gilberto Benetton. Nel 2000 i nostri atleti andarono alle Olimpiadi di Sydney vestiti Benetton…
«Ci fu una regolare gara d’appalto… Ho capito come fa lei… prima mi fa le domandine sulla vita privata e poi spara tutte le cattiverie».
Passiamo agli sportivi. Chi è l’atleta simbolo del calcio italiano?
«Paolo Maldini. Che tecnicamente non è Maradona, ma ha un’immagine esemplare di serenità sportiva».
Il più grande fenomeno in assoluto dello sport italiano?
«Josefa Idem, la canoista. Quando si arriva alla settima olimpiade a quei livelli si è davvero grandi».
Petrucci padre politico dello sport nazionale. Le dico il nome di un politico e lei mi dice a quale sportivo corrisponde. Berlusconi…
«Rieletto premier per la terza volta, un personaggio straordinario, come Fabio Cannavaro, il capitano della Nazionale».
Gianni Letta?
«Marcello Lippi: l’allenatore della Nazionale campione del mondo. Crea il gruppo mediando».
Gianfranco Fini?
«Fini è Massimiliano Rosolino, il nuotatore. Entrambi in un momento difficile per il Coni ci hanno aiutato».
Umberto Bossi?
«È Sergio Campana».
Cioè?
«Il sindacalista dei calciatori. La coscienza critica».
Pier Ferdinando Casini?
«Potrei dire Kakà per la religiosità, ma indico Aldo Montano».
Il bello.
«Ma no, Montano, come Casini si butta su qualsiasi impresa con grande passione».
È vero che l’Udc di Casini la voleva candidare?
«È roba vecchia. Parliamo d’altro».
Continuiamo con le similitudini politici/sportivi. Veltroni?
«È Gianmarco Pozzecco, un grande playmaker della Nazionale di basket, che però sa ricoprire tutte le posizioni. Con Walter ho un buon rapporto».
A parte Melandri, mi pare che lei sia amico di tutti.
«Veltroni, a Roma, è stato sempre disponibile quando c’era da organizzare un evento sportivo».
Continuiamo con il gioco: D’Alema?
«È Pierluigi Marzorati. Uno stratega dei canestri, molto intelligente».
Prodi?
«Paolo Bettini, il ciclista. Entrambi passisti con una costanza e una forza di volontà incredibili».
Bertinotti?
«Demetrio Albertini, milanista e neo sindacalista: l’ex leader di Rifondazione tifa rosso-nero, no?».
Lei ha un gruppo di amici?
«No».
Non ha amici?
«No. Sono un solitario. Zero mondanità e il generone romano non l’ho mai amato».
A cena col nemico?
«Non ci andrei. E non saprei chi definire nemico».
Giovanna Melandri?
«Non credo che verrebbe a cena con me».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Quella di entrare nel mondo dello sport. Siamo considerati più muscolari che non intellettuali, ma le emozioni che dà lo sport… Cos’altro te le dà?».
Il cinema?
«È un’altra cosa».
Il film della vita?
«I soliti ignoti. Ma poi sono maniaco di Alberto Sordi e Carlo Verdone».
Altre manie?
«Fiorello. Il più grande di tutti. Lo vedo praticamente tutti i giorni in un ristorante del quartiere Prati. Gli ho pure suggerito qualche gag».
Il libro della vita?
«Visti da vicino, di Giulio Andreotti».
Un omaggio a un altro politico che le è sempre stato amico?
«Amo le biografie e i ritratti politici».
Cultura generale. Sa che cosa è YouTube?
«Sì. Ma io scrivo ancora tutto a penna».
I confini della Birmania?
«Uhm».
Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia. Quanti sono gli articoli della Costituzione?
«50? 80? Di più?».
No, 139. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e ottanta».
Un po’ di meno.
«Sì, ma almeno questa me la dia buona. Bevo il latte “alta qualità”, costa un po’ di più».

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