Emilio Carelli (Magazine – aprile 2008)

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Butta continuamente l’occhio sugli schermi appesi a una parete del suo ufficio. Tortura il cinturino dell’orologio. Controlla le parole usate dai cronisti, le inquadrature, le informazioni che scorrono in sovrimpressione. Emilio Carelli ha 55 anni e da quattro dirige Sky Tg24, canale all news della piattaforma murdocchiana con più di due milioni di contatti al giorno. L’anno scorso ha vinto l’Oscar tv per il miglior tg, con una redazione composta in maggioranza da under 30. Ha fama di essere uomo pacato, equidistante… “lettiano”, nel senso di seguace della leggendaria moderazione di Gianni Letta. Ed è stato etichettato sia come berlusconiano, per il passato in Fininvest, sia come prodiano, perché l’ex premier scelse il suo canale come interlocutore privilegiato. I boatos pre-elettorali lo davano di ritorno a Canale5 nel caso avesse vinto il Cavaliere. Ora Berlusconi ha vinto.
Carelli, va a dirigere un tg di Mediaset?
«È solo un gossip».
Prima della maratona elettorale ha detto ai suoi giornalisti: «Fatemi fare bella figura, che se vince il Pdl torno al Tg5».
«Chi ha fatto la spia? Era uno scherzo, per sdrammatizzare… Li avevo visti preoccupati per le voci che girano».
Gira anche il nome del suo possibile successore: Antonello Piroso di La7.
«Sì, sì. Sono notizie prive di consistenza».
Se la chiamassero per la direzione del Tg5?
«Sarei lusingato».
E…?
«E basta. Ho sentito pure che mi avrebbero proposto il Tg2… Che c’entro io con la Rai?».
Me lo dica lei.
«Nulla. Non c’entro nulla. Il gossip sul ritorno al Tg5 almeno nasce dal fatto che dentro Mediaset ci sono stato più di vent’anni».
Dal 1980.
«Esatto. Il primo colloquio con Berlusconi avvenne il primo dicembre di quell’anno».
Racconti.
«Facevo le pubbliche relazioni per il Centro svizzero di Milano e contemporaneamente collaboravo con la cattedra di cinema e di comunicazione di Gianfranco Bettetini alla Cattolica. Ero appena stato a Berkeley per imparare l’inglese e una studentessa mi disse che c’era questo Berlusconi che aveva comprato molti format in America e gli serviva qualcuno che lavorasse per Tele Milano 58».
Lei aveva già ambizioni telegiornalistiche?
«Be’, sì. Mio padre, fattorino socialista alla stazione di Milano, mi aveva sempre fatto leggere il Giorno. Sin da bambino avevo il mito di Bocca e di Montanelli. Dopo la laurea avevo invia to il mio curriculum a decine di redazioni. Ma nessuno mi aveva mai risposto».
Berlusconi?
«Prima di parlare con lui, feci un chiacchierata con uno psicologo della Fininvest. Gli raccontai la mia storia, i miei studi giovanili dai salesiani. Quando quel tipo sentì la parola “salesiani”, mi bloccò: “Non c’è bisogno che dica altro”. Mi portò da Berlusconi».
Anche lui allievo dei salesiani.
«Già. Del Sant’Ambrogio, il mio stesso istituto. Il colloquio fu tutto un amarcord sui professori avuti in comune».
Il primo incarico?
«La produzione dei programmi giornalistici. Il primo fu Notizienotte condotto da Vittorio Buttafava. Nel 1983 arrivarono le grandi firme: Gugliemo Zucconi, Giorgio Bocca, Arrigo Levi…».
Nel 1984, invece, arrivò lo stop dei pretori a Berlusconi.
«Fu un trauma. Andavamo in onda su tutto il territorio nazionale grazie a un sistema di cassette registrate che venivano spedite nelle sedi di varie tv locali, e poi venivano fatte partire contemporaneamente».
Tecniche preistoriche.
«Per una emittente privata trasmettere in tutto il Paese era vietato. Così alcuni pretori decisero di spegnere i canali Fininvest. Clic».
Craxi si precipitò a salvare l’amico Berlusconi con un decreto ad hoc.
«Erano scese in piazza migliaia di persone per protestare. Io ero uno dei cronisti mandati a sentire i contestatori. A Torino, intervistai una mamma con un bambino in braccio che gridava: “Vojo i puffi, vojo i puffi”».
Non le sembrava assurdo che il premier facesse una legge ad hoc per un amico?
«Certo. Ma era strano anche vedere le tv spente per assenza di una normativa adeguata».
Lei quando va in video la prima volta?
«Con Parlamento In, accanto a Cesara Buonamici alla fine degli anni Ottanta. Nel frattempo mi ero trasferito a Roma. Curavo il programma di Gianni Letta: Italia Domanda».
È lì che diventa “lettiano”?
«Lettiano? Ho solo lavorato gomito a gomito con Gianni per cinque anni».
Il Gianni Letta giornalista/conduttore?
«Riusciva ad avere ospiti straordinari. Ma non si può dire che fosse un giornalista d’assalto».
Lei allora era anche vicedirettore di Italia1. Il direttore era Carlo Freccero.
«A quei tempi non avevo grandi contatti con Freccero. Ma Carlo lo ricordo bene all’Università. Anche lui assistente di Bettetini. Con Aldo Grasso e Tatti Sanguineti erano un gruppetto molto cinéphile. All’avanguardia».
Lei, invece, fece gruppetto con Enrico Mentana, Lamberto Sposini e Clemente Mimun nel 1992. I moschettieri del Tg5.
«C’era grande coesione. Mentana per me è stato un maestro».
Il momento più difficile di quel periodo?
«Quando Berlusconi annunciò che se fosse stato romano avrebbe votato Fini alle amministrative del ’93».
Oggi non suona così sconvolgente.
«Fini era ancora del Msi e non era stato sdoganato. Noi quattro avevamo tutti una solida tradizione antifascista alle spalle».
Poi Berlusconi scese in campo.
«Pensavo che per noi sarebbe stato un problema. Non lo fu. A livello istituzionale, però, ancora oggi, sul conflitto di interessi si dovrebbe fare una legge più chiara. Ma lo vogliamo dire?».
Che cosa?
«Che alla gente non gliene frega molto del conflitto di interessi».
Uhm. Berlusconi le propose di fare politica?
«Chi dava disponibilità era ben accetto. Io ci pensai seriamente».
Che cosa la frenò?
«Avrei dovuto lasciare definitivamente il giornalismo».
Perché?
«Se ti butti in politica poi non puoi tornare a fare la stessa professione, come prima».
Santoro, Badaloni e molti altri lo hanno fatto.
«Sono affari loro. Io non dico nemmeno per chi voto, per mostrare che faccio un prodotto indipendente».
Indipendente? Si dice che lei sia stato mandato a Sky Tg24 come sentinella berlusconiana: il Cavaliere da premier ha aperto il sistema tv all’ingresso di Sky e poi ha piazzato lei a presidiare il fortino.
«Frottole».
Come è arrivato alla direzione di Sky Tg24?
«Mi hanno trovato loro con una società di “cacciatori di teste”. Nel 2003 io ero direttore di Tgcom. Per quattro volte la mia segretaria filtrò la telefonata di una tipa che mi cercava con urgenza. La quinta volta me la passò. All’inizio pensavo di stare su Scherzi a parte».
E invece?
«Feci quattro colloqui che durarono ore e ore. A cinquant’anni mi sentivo uno scolaretto sotto esame».
Ha mai incontrato Rupert Murdoch?
«Sì. A New York nel palazzo della Newscorp. Mi venne incontro nell’atrio in maniche di camicia. Sapeva tutto su di me e sul tg».
Il consiglio murdocchiano?
«Mi disse: “Studia pure gli altri canali all news, ma alla fine cerca di fare una cosa italiana”».
All’inizio nel suo tg doveva venire pure Lilli Gruber.
«La trattativa saltò. Tutti mi dicevano: prendi dieci volti noti di Rai e di Mediaset, vedrai che andrà bene. Invece ho preso solo ragazzi, giovani e bravi».
È vero che chiama la redazione anche di notte per commentare un tg? E che interviene spesso anche sulle grafiche?
«Diciamo che sono molto attento al prodotto. Il mio ruolo è anche quello del manager: gestisco il budget del canale e ho 450 dipendenti».
I colpi giornalistici di cui va più fiero?
«Siamo stati i primi sulle due Simone e su Giuliana Sgrena, ai tempi dei rapimenti in Iraq. Primi anche sull’incidente della metro di Roma… ma c’è da dire che è quasi normale».
Perché?
«Siamo in onda 24 ore e abbiamo dodici postazioni mobili satellitari sul territorio. Per dire, Canale5 ne ha quattro».
La trasmissione che vi manca?
«Un talk mattutino domenicale con i protagonisti della settimana. Lo condurrei volentieri».
Che cosa non vedremo mai in un suo tg?
«Immagini troppo truculente o che possano offendere la sensibilità degli spettatori».
Il Tg5 di Mimun ha mandato in onda le immagini dei bimbi di Rignano.
«Una scelta che io non avrei fatto».
Che cosa altro non farebbe?
«I processi in tv. Per quelli ci sono le aule dei tribunali».
Parla delle serate da Vespa e da Mentana con le ricostruzioni e i modellini dei delitti?
«Come tg e come canale all news quelle cose non le faremo mai».
Mimun ha detto che per raggiungere gli ascolti di una edizione del suo Tg5, Sky Tg24 ci mette due settimane.
«Una battuta. Sarei un incompetente se puntassi agli ascolti delle tv generaliste. Il nostro obiettivo è la qualità».
Sembra la frasetta di uno spot. Lei ha trasmesso in diretta il matrimonio di Totti: ricerca della qualità o del gossip?
«Quello era un grande evento popolare. Come la cerimonia tra Carlo e Camilla».
Il meglio che c’è in tv?
«Faccio partire lo zapping da Raiuno, ma non incontrando nulla di eccezionale, mi fermo solo quando arrivo a History Channel, su Sky».
Snob e partigiano. Citi qualche programma della tv generalista.
«Striscia la notizia: ci trovo la denuncia e la sdrammatizzazione della denuncia».
Intervistato: da Floris o da Annunziata?
«Da Annunziata. È più cattiva».
Ospite: di Fiorello o di Bonolis?
«Di Fiorello. È il top, il nuovo Totò».
Lei ha un clan di amici?
«Ho amici non televisivi: Fabrizio che fa l’avvocato, Claudio, il dentista…».
Come è il suo rapporto con Berlusconi?
«Buono. Ci conosciamo da 27 anni, quindi… La sera della vittoria elettorale l’ho chiamato. È intervenuto in diretta da noi».
Un collega che considera lontanissimo dal suo modo di pensare?
«Ferrara col suo giornalismo militante».
L’errore della vita?
«A volte ho dato troppa fiducia alle persone».
Sul lavoro?
«Anche in amore».
In amore? Lei di solito non parla di queste cose.
«Le cose private è bene che rimangano tali».
Teme che le sue cose private potrebbero nuocerle professionalmente?
«No. Sono sempre stato riservato».
Un suo coming out potrebbe esserle dannoso?
«Sinceramente credo che agli italiani queste cose interessino poco».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Nel 1992, quando scelsi il Tg5 di Mentana, invece che il Tg su Italia1 di Emilio Fede. E sì che ci davano per spacciati in partenza».
Il libro della vita?
«I dolori del giovane Werther, di Goethe».
Il film?
«Ne dico due: Casablanca, che è un grande film d’amore, e Morte a Venezia».
La canzone?
«Blowing in the wind. La versione cantata da Joan Baez. Mi ricorda quando suonavo».
Lei suonava?
«Sì, la chitarra in un gruppetto. Robe sixties».
Cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e quaranta».
Il primo articolo della Costituzione?
«L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro».
È anche democratica. I confini dello Yemen?
«Mi mette in difficoltà».
Arabia Saudita e Oman.
«Non ne avevo idea».

Categorie : interviste
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