Davide Rampello (Magazine – maggio 2008)

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Ti accoglie in giacca di velluto e camicia grigia, un po’ sgualcito: col sigaro acceso e un ciuffo bianco spettinato. Davide Rampello, 60 anni, è il presidente iperattivo della Triennale di Milano che ha inaugurato il Museo del Design, che ha appena presentato il progetto per quello di arte contemporanea (firmato Daniel Libeskind) e che, non contento dello spazio “off” in zona Bovisa, ne sta cercando uno ulteriore per «fotografia, televisione e web». Nella sua stanza non c’è un computer («Preferisco leggere!»), in compenso il tavolone centrale è stracolmo di fogli e disegni, libri e cartelle.
Ex regista della tv berlusconiana, ex curatore di mostre e organizzatore di eventi (dal fastosissimo Festino di Palermo al Carnevale di Venezia), è anche cuoco e cultore della buona ristorazione. Insegna “arte di massa” all’Università di Padova e, come si fa durante una lezione, anche durante l’intervista ogni tanto spara qualche frase a effetto: «Dio è un’idea formidabile dell’uomo», «la più grande opera di design sociale è il Diritto romano», «vorrei fare della Triennale una ecclesia laica». Rampello si autodefinisce un “umanista”. Quando gli chiedo se il termine serve a far scordare il suo passato “leggero” in Fininvest, lui rivendica gli anni alla corte del Cavaliere e dimostra una indifferenza granitica verso le critiche ricevute negli ultimi tempi.
Gliene cito qualcuna: Rampello, lei organizza mostre troppo leggere e pop.
«David Lynch e Renzo Piano le sembrano autori troppo pop?».
Ha voluto festeggiare in Triennale i venti anni di Striscia la notizia.
«A parte che Antonio Ricci, padre di Striscia, è un amico…».
Le pare un buon motivo?
«La cultura per me è anche coltivare gli uomini e Striscia è un programma intelligente che ha fatto molto… anche a livello di denunce. L’installazione di Margherita Panni, poi, con migliaia di schermi che proiettavano ogni singola puntata dall’Ottantotto a oggi, era un viaggio nel costume del Paese».
Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura milanese, ha criticato le scelte espositive alla Triennale Bovisa.
«Vittorio è un polemico da gara. Lo conosco dal 1978: io ero nel comitato organizzativo delle manifestazioni giorgionesche e lui tenne una conferenza sul fregio del Giorgione».
Sgarbi ha scommesso 5.000 euro sul fatto che il museo di arte contemporanea di Libeskind non verrà realizzato in tempi brevi.
«Li perderà. In privato è dolce. Ma quando si accende la telecamera è insopportabile».
Siete un po’ rivali?
«Diciamo che molti percepiscono me come assessore alla Cultura della città».
Lei ha detto: «Basta con la cultura trombona. Basta col virtuosismo intellettuale troppo spesso autoreferenziale».
«Esatto».
Un esempio?
«Penso anche al teatro… le compagnie stabili con i soliti Pirandello, le solite robe… legittime, per carità, ma con la Triennale voglio raccogliere giovani autori che raccontino, per esempio, come è la città oggi».
La Triennale non si dovrebbe occupare soprattutto di architettura e di design?
«La specializzazione non ha più senso. Non ci sono più le parrocchie, né le sezioni di partito, la società non ha più luoghi. Be’, vorrei che questa divenisse una chiesa laica».
Ambiziosetto.
«Vorrei che qui si riuscissero a rappresentare i vari aspetti della società. Bisogna dare spazio a nuove esperienze. Ora, per esempio, apro la Bovisa a una comunità libera di artisti che lavoreranno da noi».
Quando è stato nominato presidente si è detto che non aveva i numeri e che era solo un uomo di Berlusconi.
«A parte che non sono uomo di nessuno, quelle sono polemichette, classici capricci».
Alla presidenza della Triennale come ci è arrivato?
«Mi ha voluto l’ex sindaco Gabriele Albertini».
Vabbè, ma il fatto che lei fosse uno dei registi storici di Berlusconi non c’entra?
«No e no. Albertini mi ha preso perché pensava che da manager potessi fare, realizzare…».
Dopodiché lei effettivamente viene dal mondo Fininvest.
«Quello è stato uno dei periodi più intensi e belli della mia vita. Mi contattò Fedele Confalonieri, alla fine degli anni Settanta».
Lei prima che cosa faceva?
«Studiavo. Ero stato molto nell’Europa dell’Est».
Per infatuazione gruppettara marxista?
«Macché, per interessi artistici. Lì per campare ho pure guidato camion che trasportavano carne. A metà degli anni Settanta, invece, cominciai a lavorare un po’ in Rai. Poi nelle tv locali meneghine: Telealtomilanese e Antenna 3, come regista. Mentre ero ad Antenna 3, tra l’altro, presi come assistente di studio un giovinetto che si presentò a un colloquio con in testa un berretto buffo: Marco Bassetti».
Che ora è un super big della Endemol, la casa di produzione planetaria (Grande Fratello ecc.) acquisita da Mediaset. Il suo esordio al fianco di Berlusconi?
«La regia per il pupazzo Five e Pop Corn. E Premiatissima, Risatissima… In quel periodo in pratica vivevamo ad Arcore».
Oltre a lei, chi c’era?
«Il Dottore (allora lo si chiamava solo così), Valerio Lazarov e Carlo Freccero. Berlusconi era una spugna. Ti tramortiva con raffiche di domande. Poi quando una trasmissione andava in onda cercava di capire se piaceva ai domestici, all’autista… Per dire: quando Confalonieri diceva: “A me è piaciuta”, lui si preoccupava».
Com’era il giovane Carlo Freccero?
«In perenne antagonismo psicologico con Berlusconi. Probabilmente voleva essere considerato di più, anche economicamente. Lavorava fino a notte fonda per comporre i palinsensti, per infilare la trasmissione giusta al posto giusto. In questo è insuperabile. Se gli dai un copione, invece…».
Che cosa?
«Be’, insomma, Carlo è il re della controprogrammazione, ma non sa riconoscere quando il copione di una trasmissione è buono».
È vero che, allora, lei svelò a Berlusconi che aveva in casa un Canaletto falso?
«Gli feci notare alcuni particolari stonati».
Come ci rimase?
«Ma guardi che in quel periodo a Berlusconi dei quadri e della villona non importava nulla. Sarebbe stato tranquillamente nella cella di un frate».
Sicuro?
«Lo sfarzo gli serviva per la rappresentazione di sé come grande innovatore».
Fino a quando ha lavorato per Berlusconi?
«Fino alla fine degli anni Novanta».
Sempre come regista?
«No. Dopo l’organizzazione delle serate inaugurali di La Cinq e di Telecinco (1986 e 1990 ndr), ho praticamente lasciato la regia. Era cambiato il clima. Prima di dirigere la comunicazione globale di Fininvest, ho cominciato a collaborare con Marcello Dell’Utri. Alla formazione dei quadri di Publitalia».
La prima fucina dei berluscones in politica.
«A quei tempi era semplicemente una concessionaria di pubblicità. Dell’Utri era uno che non ti prendeva se non avevi fatto il liceo classico, perché pensava che il venditore dovesse interloquire coi massimi livelli delle aziende nazionali. Ai nostri corsi e alle nostre convention venivano a parlare Armando Torno, Franco Loi, Massimo Cacciari».
Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
«Aspettiamo l’appello».
Lei lo crede innocente?
«Assolutamente. È un mio amico. E questa vicenda lo ha azzoppato. Sono certo della sua estraneità a quei fatti».
Nel 1993 Dell’Utri propose anche a lei di entrare in Forza Italia?
«No. Ero contrario. Con Fedele Confalonieri facevo parte delle colombe. E poi Dell’Utri aveva una strategia: nel partito dovevano andare solo le seconde file, per non togliere talenti all’azienda».
Parliamo di Giancarlo Galan, Gianfranco Micciché…
«No. Micciché era un’intelligenza vivida. Dell’Utri ci teneva. La sa una cosa?».
Mi dica.
«Berlusconi una sera ci disse che aveva deciso di rinunciare al progetto politico di Dell’Utri».
In che senso, scusi?
«Nel senso che non voleva più andare avanti con Forza Italia».
E che cosa gli fece cambiare idea?
«Lo stesso Dell’Utri, credo. Gli disse che lui lo avrebbe comunque aspettato la mattina dopo con i suoi nella sala riunioni del Jolly Hotel di Milano 2. E Berlusconi si presentò. Ma alla fine molte delle idee di Marcello sul partito sono state disattese ».
Perché, secondo lei?
«Perché Berlusconi ha in mente di pensare a tutto lui. E questo è il suo limite».
Dell’Utri…
«Con Marcello ho in comune pure la passione per i libri».
Anche lei antiquario e collezionista?
«A me interessa più il contenuto che non l’oggetto. Ho soprattutto dizionari, dal ’500 a oggi. Lavoro molto sulle parole, sulle etimologie. E poi libri di cucina».
Lei ha incastonato in ogni spazio della Triennale un angolo mangereccio.
«Molto più di un angolo. Il Coffee Design del cuoco Carlo Cracco è stupendo».
Lei ha fama di cuoco sopraffino. La specialità di Rampello?
«Improvvisare in casa d’altri quando il frigo è vuoto».
Una improvvisazione memorabile?
«A casa di Cino Tortorella».
Il mago Zurlì.
«Feci una pasta con erbe ed erbacce prese nel suo orto. Una glassa d’aceto e via andare».
Il ristorante della vita?
«Negli anni Ottanta, Gualtiero Marchesi mi chiamava una volta a settimana nel suo locale di via Bonvesin della Riva per assaggiare le nuove creazioni. Alcuni piatti erano pezzi di design».
Il pezzo di design più rivoluzionario?
«Prendere in mano il telefono Grillo per la prima volta mi fece una bella impressione».
L’architetto che vorrebbe vedere nel centro di una grande città italiana?
«Kengo Kuma, il giapponese. Molto raffinato».
Lo sa che il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, da candidato disse provocatoriamente che avrebbe voluto smontare e trasferire la teca dell’Ara Pacis di Richard Meyer?
«Posso dire che è una cosa da pazzi? Tra l’altro mi dispiace che Rutelli non abbia vinto. L’estate scorsa mi propose come presidente della Biennale di Venezia. La candidatura credo sia stata bocciata in Commissione cultura alla Camera».
Lei ha detto: «La politica non esiste in quanto tale, esistono gli uomini». Il politico meno sensibile all’arte che ha mai incontrato?
«Rocco Buttiglione. Quando era ministro con lui ho avuto un rapporto non positivo».
Ha un clan di amici?
«Ho amici di lunga data: il poeta Franco Loi, il filosofo Giorgio Gargani e il mio antico direttore della fotografia Aldo Solbiati. Con Aldo curavamo l’immagine televisiva di Berlusconi. Ha presente la calza?».
Quella leggendaria che ringiovaniva Berlusconi nei video?
«Un grigio fumé di Christian Dior. La prima volta la usammo nel salotto di Arcore per i saluti di Natale di Silvio ai suoi telespettatori. È un trucco del cinema».
Si dice che dal cinema lei abbia preso per primo pure le camere a mano, le steadycam.
«Ho questo primato mondiale. Vedendo Shining, di Kubrick, ero rimasto folgorato da certe inquadrature e decisi di provare a trasferire quella tecnologia in tv. Ora se ne fa un certo abuso».
Il film della vita?
«Andrej Rublëv di Tarkovskij».
Il libro?
«Il Maestro e Margherita di Bulgakov».
E la canzone?
«Com’è che si chiama quella di Battisti che fa… e guidare a fari spenti…?».
Emozioni. Domande di cultura generale: i confini dell’Afghanistan?
«…Uhm… Pakistan… Iran…».
Quanto costa un litro di latte?
«Non lo so di preciso. Faccio la spesa quando devo cucinare, per il resto ci pensa la signora che mi aiuta in casa».
Quanti articoli ha la Costituzione italiana?
«Un centinaio?».
Centotrentanove.
«Uhm, che domande!».

Categorie : interviste
Commenti
Alfredo Murroni 6 giugno 2014

Grazie per avermi dato questa opportunità: Penso, leggendo questa intervista che il nostro amatissimo Davide abbia dimostrato con grande chiarezza di essere una delle persone più preparate d’Italia, nell’arte in generale ma sopratutto nell’arte del vivere oggi, con la consapevolezza delle conoscenze di ieri, l’umiltà e la passione che fuoriescono dalle sue risposte, mi danno la certezza di conoscerlo bene anche se non ho mai avuto il piacere di incontrarlo. Mi piacerebbe però e so che avrei molte cose da imparare da uno come Davide. Se qualcuno potesse mettermi in contatto con lui, gliene sarei molto grato. Grazie ancora e buona vita a tutti. Alfredo

Sandro 20 ottobre 2014

IL MUSEO LIBESKIND non si è mai piu fatto.

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