David Remnick (Magazine – gennaio 2008)

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Albert Einstein è a letto con una biondona. La tipa sbuffa, è insoddisfatta. Il genio scapigliato si gira verso di lei, stupito: «Poco? Lo dici tu che è durato poco!». Ecco la teoria della relatività cartoonizzata dagli illustratori del New Yorker. Finita quest’ultima clip, nella grande sala dell’Auditorium, a Roma, si accendono le luci e comincia la lezione di giornalismo di David Remnick, editor-in-chief del settimanale newyorkese più amato dall’intellighenzia Usa. Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, la rivista che ha organizzato l’incontro, lo presenta così: «Per noi è come avere sullo stesso palco i Beatles e i Rolling Stones». Ex reporter del Washington Post, premio Pulitzer nel ’94, Remnick è alla guida del New Yorker dal ’98. Alla platea romana spiega il piccolo miracolo di questo settimanale che mentre la stampa del pianeta è in crisi, aumenta le vendite («Più di un milione») facendo l’opposto di quel che fanno gli altri: zero star dello showbusiness in copertina, niente titoli sparati, illustrazioni rigorosamente in bianco e nero, pagine fitte fitte, e inchieste lunghe anche venti pagine. Tra le altre, la settimana scorsa ne è uscita una su Beppe Grillo. Quando un ragazzo durante la lezione gli chiede se la politica fa pressioni sul suo giornale, Remnick, prima piazza la battuta («Ricevo qualche lettera dal Pentagono che non farei leggere a mia madre») e poi spiega il suo segreto: un editore invisibile e i fact checkers. I verificatori dei fatti. Incontro Remnick, in una trattoria vicino a piazza Vittorio. Sneakers ai piedi, jeans larghi e impermeabile marrone. Ha 49 anni e la consapevolezza di essere considerato un genietto (fortunato?) del nostro mestiere. La prima cosa che chiedo è proprio di spiegarmi come funzionano questi fact checkers. Lo fa mentre azzanna un pezzo di coniglio con patate.
Che differenza c’è tra un fact checker e il redattore di un giornale?
«C’è molta differenza. Ho una squadra di venti ragazzi di circa vent’anni, ben istruiti, che controllano ogni riga riportata dai giornalisti o dagli scrittori».
Fin qui…
«Aspetti… Vengono passati al setaccio pure i fumetti e le poesie inedite. Non solo. I fact checkers chiamano le persone citate negli articoli e chiedono di confermare se è vero che hanno detto determinate cose».
In pratica ogni intervista viene fatta due volte.
«I fact checkers risentono pure le fonti anonime: dei servizi segreti, della Casa Bianca…».
E le fonti si prestano al controllo?
«Certo. Si sentono tutelate».
Non rischiano di essere smascherate?
«Assolutamente no. Io so comunque tutti i nomi delle fonti anonime del mio giornale. Se un giornalista scrive cose false, rischio la galera pure io. Con i fact checkers dormo meglio la notte. Qualche smentita arriva lo stesso, ma quei ragazzi sono un investimento azzeccato. Meglio di certi subprime».
Il New Yorker: articoli interminabili e disegni in bianco e nero.
«Spero non voglia dire che siamo noiosi. Harold Ross che ha fondato il settimanale nel ’25 lo chiamava our comics weekly. Uno dei momenti più belli della settimana per me è proprio la scelta delle vignette».
Dopodiché un po’ di snobberia c’è.
«Insinua che i nostri lettori siano molto istruiti? Lo ammetto. Sono colpevole. Ma guardi che mica ci sono solo pezzi di dieci pagine. Certo, non seguiamo il diktat di Rupert Murdoch per cui sul Wall Street Journal nel weekend non ci devono essere articoli lunghi».
È vero che ai suoi collaboratori concede anche sei mesi per fare un’inchiesta?
«È un tempo che si devono guadagnare. Elizabeth Kolbert si è appena presa un anno per scrivere tre pezzi lunghi sul global warming».
Un settimanale così potrebbe esistere se non avesse dietro un gruppo gigantesco come la Condé Nast (lo stesso di Vogue)?
«Nei primissimi anni della mia direzione il giornale era in perdita e S.I. Newhouse, l’editore, non ha mai perso la fiducia. Le racconto un aneddoto per farle capire che tipo di rapporto abbiamo».
Prego.
«Appena arrivato alla direzione del New Yorker mi portarono un’inchiesta piuttosto delicata sulle mazzette di Saddam Hussein al premier russo Evgenij Primakov. Io ero abituato alla regola del “niente sorprese”…».
Che regola è?
«Quella che c’era tra Dan Bradley e Katharine Graham, direttore ed editore del Washington Post ai tempi del Watergate: avvertire sempre prima di sganciare una bomba. Abituato a quella regola andai da Newhouse e gli raccontai di Primakov. Ci fu un lungo silenzio e poi mi disse: “Mi pare una bella storia. C’è altro di cui mi vuoi parlare?”. Lì realizzai che la rivista era nelle mie mani e in quelle dei miei collaboratori. Niente direttive del marketing né focus group sul gradimento dei lettori. Una situazione da Alice nel Paese delle meraviglie, no?».
Abbastanza.
«So di essere fortunato. Non ho chiamato Newhouse nemmeno quando abbiamo pubblicato l’inchiesta di Seymour Hersh su Abu Ghraib: una storia che ha contribuito a distruggere la forza morale degli Stati Uniti».
Una storia che le ha fatto cambiare idea sulla guerra in Iraq.
«La mia immagine di sostenitore sfegatato della guerra è falsa».
Ma si schierò per l’intervento, no?
«Prima dell’attacco all’Iraq ho solo scritto un commento di 50 righe sulle armi di distruzione di massa…».
Che non esistevano.
«Allora non lo sapeva nessuno».
La stampa non avrebbe dovuto indagare meglio prima di appoggiare la guerra?
«Ora è facile dirlo. Ma i giornalisti si basano su fonti attendibili. Persino Saddam lasciava credere di avere quelle armi. Ci metta pure che i rapporti dell’intelligence vennero manipolati. Comunque ammetto di aver sbagliato. E quella storia ha smantellato anche il più piccolo grado di fiducia nell’amministrazione Bush».
Nel 2004 lei ha appoggiato la candidatura di John Kerry contro Bush.
«Non è servito a molto».
L’editore come accolse l’endorsement?
«In silenzio».
E i lettori?
«Per la maggior parte di loro è stato come sfondare una porta aperta».
In ottantadue anni di storia del New Yorker lei è stato il primo…
«Era una tradizione priva di senso. C’è un eccesso di delicatezza nel non pronunciarsi».
Ripeterà l’endorsement?
«Certo. E non credo che riguarderà un candidato repubblicano».
Chi sarà il candidato democratico, Barack Obama o Hillary Clinton?
«La forma più deleteria di giornalismo è quella della previsione».
Che differenza c’è tra Obama e Hillary?
«Dal punto di vista ideologico sono abbastanza simili. Le differenze, grandi, riguardano la generazione, l’immagine e l’oratoria. Obama ha la faccia e il carisma giusti. Ma ha un problema: solo due anni di esperienza nella politica nazionale».
I repubblicani gli rinfaccerebbero questo?
«Sia lui che Hillary, di fronte a uno come John McCain, ex prigioniero di guerra in Vietnam con oltre vent’anni di esperienza politica a Washington, potrebbero essere in difficoltà. Ma certo, se i democratici non riescono a vincere queste elezioni…».
Avete pubblicato otto pagine su Beppe Grillo. Che idea se ne è fatto? C’è qualcosa di simile al grillismo negli Usa?
«Tra i comici quello che mi sembra più simile a Grillo è John Stewart, che sfotte ipocrisie e convenzioni di entrambe le parti politiche. Ma lui non ha mai portato nessuno in piazza. Forse, allora, Grillo ricorda di più certi giovani degli anni Sessanta passati dalle performance satiriche all’impegno politico».
Sembra che in nome di Grillo nasceranno alcune liste elettorali.
«Nel caso manderò un reporter. Ma preferirei non esprimere altri giudizi. Non conosco bene l’Italia e non sopporto il giornalismo paracadutato, quello dei colleghi che vanno nei posti, ci stanno due giorni e pensano di capire tutto».
Le è mai successo?
«Proprio in Italia. A metà degli anni Novanta mi ero convinto che il Papa avesse i giorni contati. Sbarcai a Roma: consultai i vaticanisti, feci un giro dei ristoranti intorno a San Pietro e tornai con i miei pronostici sul nuovo Pontefice. Wojtyla visse altri 11 anni».
Quando ha cominciato a fare questo lavoro?
«Mio padre era dentista, mia madre insegnava arte. Dalla mia casa del New Jersey guardavo le luci di New York da lontano e sognavo. Al liceo divenni direttore della rivista scolastica Segnali di fumo. Poi al college ho cominciato a collaborare con le testate più assurde: come stringer, procacciatore di notizie».
La svolta?
«Un articolo su un uovo di dinosauro ritrovato nel Montana. Venne ripreso dal Washington Post. Grazie a quel pezzo ottenni uno stage estivo: li pregai in ginocchio di assumermi».
Funzionò?
«Mi misero in cronaca nera. Fino a notte fonda in giro tra comandi di polizia, ospedali e tribunali. Poi passai allo sport e al costume. Quando, anni dopo, si liberò un secondo posto di corrispondente a Mosca, ero l’unico disposto a partire».
Perché?
«Non era la Russia di oggi, dei nuovi ricchi. Faceva un freddo mostruoso e per bere un buon caffè ti dovevi trasferire in Danimarca».
La perestroika di Mikhail Gorbaciov.
«Ce n’era di roba da raccontare. Se penso che oggi l’ex leader sovietico me lo ritrovo sulle pagine del mio giornale che pubblicizza certe valigie di lusso…».
Assistere al crollo dell’Unione Sovietica le fruttò il Pulitzer. Quando ha scritto la Tomba di Lenin si immaginava quel riconoscimento?
«Assolutamente no».
Chi le comunicò la vittoria del premio?
«Un centralinista della Western union. Alzo il telefono e sento una voce: “Avrei da leggerle un telegramma”. E io: “Faccia pure”. E lui: “Congratulazioni, lei ha vinto il premio Pulitzer”».
Il premio ha contribuito a farle ottenere la direzione del New Yorker?
«Non lo so. Per tre giorni ti chiamano amici e parenti che non senti da anni. E riesci a ottenere interviste impreviste, ma per il resto…».
La direzione del New Yorker, come arriva?
«Lavoravo al New Yorker da sei anni come reporter. Mi chiamò direttamente S.I. Newhouse per farmi la proposta. Prima di allora lo avevo incontrato solo un paio di volte».
Rimpianti per il passato da reporter giramondo?
«No. Fossi stato Tolstoj non avrei accettato la direzione. Sono solo un giornalista piuttosto bravo. Credo di poter fare di più dirigendo un gruppo di scrittori che sono il meglio del top: la critica letteraria da noi la fa John Updike. E poi ci sono Steve Coll, Seymour Hersch».
Tutti Pulitzer. I suoi libri della vita?
«Al college la Divina Commedia. Ma la folgorazione c’è stata con Philip Roth. Tra l’altro ora è un amico. Ha scritto pure per il New Yorker. Con lui ho infranto una regola».
Quale?
«Mai andare a cena con un intervistato».
Perché?
«Per non incorrere in un vizio che colpisce soprattutto chi scrive di politica: desiderare che l’intervistato ami quello che scrivi».

Categorie : interviste
Commenti
Mariagloria 4 ottobre 2012

io c’ero all’auditorium ad ascoltare David Remnick e trovare , dopo anni, questa intervista mi ha emozionato. Complimenti e grazie. Mariagloria Fontana.

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