Ciriaco De Mita (Magazine – febbraio 2008)

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Per arrivare nella stanza dove mi aspetta Ciriaco De Mita si passa per un corridoio che è la hall of fame della Prima Repubblica: decine di foto e lui che sorride e stringe mani a Papi, a capi di Stato stranieri e ministri. De Mita, ras di Nusco, feudo nell’avellinese, ha appena compiuto 80 anni, è in Parlamento dal ’63 (1963!) e ha raggiunto l’apice della sua carriera esattamente venti anni fa. Nel 1988 era contemporaneamente segretario del principale partito italiano (la Dc) e presidente del Consiglio. Marco Damilano, nel libro Democristiani immaginari, ricorda una battuta che circolava in Transatlantico e che rende l’idea di quanto fosse potente De Mita: «Napoli è stata ribattezzata Avellino marittima ». All’88 risale pure un primissimo attrito tra De Mita e Clemente Mastella, l’uomo di Ceppaloni, ex portavoce del leader diccì: sbirciato l’elenco dei ministri del governo appena formato e constatato che il suo nome non c’era, Mastella incartò il televisore che aveva nella stanza di piazza del Gesù e improvvisò una fuga stizzita dal partito. «In realtà», racconta ora De Mita, «io lo venni a sapere molti giorni dopo. Ricordo solo che incontrai Clemente al funerale di Roberto Ruffilli e in lacrime, per il lutto, mi disse: “Torno. Torno”». Il democristiano torna. Il nome di De Mita ora spunta tra le possibili candidature del Pd alle prossime elezioni. E c’è chi storce il naso.
Sono gli stessi che si sono messi di traverso alla sua elezione a segretario campano del Partito?
«Guardi che in giro non ho mancanza di stima».
Le rinfacciano le 11 legislature sulle spalle.
«Io stesso ho votato la norma interna del Pd che impone un massimo di tre legislature».
Ma ha anche detto che si offende se non la candidano per motivi di anzianità politica.
«Ho appena riletto il De senectute di Cicerone. Lui parla di vecchiezza come accumulo di esperienza. Credo semplicemente che la capacità di rappresentanza si acquisisce negli anni».
Lei si considera ancora potente?
«No. Direi di no».
Si dice che in Campania per qualsiasi decisione si debba passare attraverso di lei…
«Be’, insomma… Ci mancherebbe… Siamo una forza radicata sul territorio. Abbiamo un rapporto fiduciario con i cittadini».
Parliamo di clientele?
«No. Io mi sono sempre misurato con la costruzione di una motivazione comune. Poi, certo, non ho mai immaginato di essere disattento ai problemi dei singoli elettori».
Raccomandazioni, favori…
«In una comunità in cui gli interessi omogenei, le grandi categorie organizzate, non esistevano, era normale tutelare i singoli».
Ha raccomandato anche Mastella come giornalista alla Rai.
«Ne ho segnalati centinaia. Migliaia. Ma poi mi sono sempre misurato con la costruzione delle novità. Nel 1958…».
Cinquanta anni fa.
«Mi candidai per la prima volta puntando al centrosinistra. La gerarchia ecclesiastica era contraria. Da democristiano chiusi la campagna elettorale ad Avellino accusando il vescovo di simonia».
L’ala binettiana del Pd oggi, al cospetto del cardinal Ruini, si comporterebbe diversamente.
«Non mi trascini in queste polemiche… Ho lavorato anche per far sì che una provincia poverissima crescesse il più possibile. Mi è già capitato di doverlo dire a un magistrato che mi chiedeva perché avessi favorito la presenza di certe imprese sul territorio».
Si riferisce alla Parmalat di Calisto Tanzi?
«Non solo. Ce ne erano parecchie di aziende. A quel magistrato ho spiegato che la ragione del consenso è la continua tutela degli interessi degli elettori. Se oggi c’è ancora una certa solidarietà nei miei confronti è perché rimane quella forma di motivazione».
La stessa forma che fa sì che mentre Mastella è ministro della Giustizia si apra a Benevento una scuola di magistratura?
«Lasci stare Mastella. In Italia si pensa che il potere sia imparziale quando la sede della decisione è oscura. È una cultura antidemocratica».
Si spieghi.
«Si pensa che quando si decide, chi decide sia ispirato dallo Spirito Santo. Non è così, ovviamente. C’è sempre un raccordo tra la cosa che si fa e l’interesse che si ha in quel momento. Dopodiché vale la regola della piazza».
Che cosa sarebbe?
«Qualsiasi cosa faccia un politico poi deve essere in grado di spiegarlo in una piazza. La moralità in politica consiste in questo».
C’è anche la legalità.
«Ovviamente».
Cossiga, volendola zittire, una volta disse: «De Mita pensi all’Irpiniagate…».
«Cossiga non mi ha mai tacitato. Io ho avuto 12 contestazioni da parte dei magistrati e sono state tutte archiviate».
Detto ciò, la gestione dei soccorsi del terremoto dell’80, le baracche di lamiera…
«L’utilizzo censurabile delle risorse riguarda Na poli, non l’Irpinia. Ci faccia un giro…».
Nusco come sta a immondizia?
«Bene. C’è una percentuale altissima di raccolta differenziata. A Napoli ci si è impantanati in un miscuglio di superstizioni, ecologismi, vescovi, interessi legittimi…».
Le colpe. Fuori i nomi.
«C’è un concorso di responsabilità. Anche Berlusconi ha gestito un commissario. Dopodiché Bassolino con la Regione doveva fare di più».
E ora?
«La gente si lamenta dei rifiuti per strada, ma protesta contro gli inceneritori. Di fronte al paziente che respinge la cura si procede con l’intervento…».
Lo stato di salute della politica italiana, analizzato da chi fa politica da mezzo secolo.
«Pessimo. Stiamo cambiando regime».
Addirittura?
«Lasciamo la democrazia per approdare a un sistema in cui la politica è la conquista del potere e non il motivo per cui il potere si conquista. Non c’è più la competizione per l’interesse generale».
Ma il suo Pd, guidato da Veltroni, non è la novità che sta rinnovando la politica?
«Avrei voluto strutturare il Pd in maniera diversa, ma guardo con curiosità le mosse iniziali di Veltroni, che non sono sbagliate».
Anche l’apparentamento con Di Pietro?
«Su questo segnalo il mio dissenso. Comunque quel che non condivido è l’ubriacatura sul bipartitismo: per cui ci sono due partiti e il resto è immondizia. Dove esiste il bipartitismo, in realtà i partiti sono coalizioni. Non esistono i partiti unitari: esiste una guida che unifica».
Pensa alla vecchia Balena Bianca?
«La Dc era una grande coalizione».
E tra di voi vi sbranavate. Durante il congresso del 1984 i suoi seguaci vennero alle mani con i sindacalisti Cisl di Franco Marini.
«Diciamo che la selezione delle classi dirigenti era un percorso a ostacoli».
È vero che Mastella organizzava i pullman dalla Campania per riempire i congressi di fan demitiani?
«La partecipazione era spontanea. Le assicuro».
Vabbè. Il giovane Mastella?
«Intelligente e con passione politica. Il tempo ha fatto prevalere il ruolo personale sul disegno politico. Di qui la sua mobilità».
Mi pare che la mobilità riguardi molti ex Dc: Tabacci, Follini, Dini…
«Chi ha accettato che la politica sia immagine e occupazione degli spazi tende a muoversi».
Ancora congressi Dc: nel 1986 lei si esibì in una relazione di cinque ore. Roba da Fidel Castro…
«Quella era una lezione, più che una relazione. Ero un oratore curioso. Cercavo di fare analisi che coglievano un processo per governarlo».
Il tutto in avellinese.
«Si sfotte la mia fonetica. Ma lo sa che in un saggio il linguista Tullio De Mauro scrisse che la mia pronuncia era giusta?».
La famiglia De Mita.
«Mio padre, sarto, era monarchico. Io ero Dc prima che nascesse la Dc».
Lei aveva quaranta anni nel 1968.
«Ero stato una sorta di contestatore alla Cattolica, nei primi anni Cinquanta. Insieme con Gerardo Bianco facemmo sì che i professori concordassero con gli studenti il piano di studi. E introducemmo la lettura di tutti i quotidiani, compresa l’Unità».
Va bene, ma il ’68?
«In quel periodo ero sottosegretario agli Interni. Mi ritrovai a spiegare a un prefetto che certi atteggiamenti non andavano repressi. Come Aldo Moro, comprendevo la nuova dimensione di libertà, ma pensavo che andasse accompagnata da una stagione dei doveri. La crisi di sistema in cui viviamo nasce dalla mancanza di risposte alle domande che pose il ’68».
Parliamo di quaranta anni fa.
«La sinistra Dc organizzò pure un convegno sul riordino del potere democratico. Come osservatore del Pci, mandato da Ingrao, c’era il padre di Massimo D’Alema».
Poi, negli anni 80, ci provò pure Bettino Craxi, a modernizzare le istituzioni.
«Craxi parlò del problema, ma non fece molto».
Lo dice perché eravate super rivali.
«In realtà io con lui non ho mai litigato».
Si arrivò addirittura alla diatriba becera su chi dei due avesse “le palle”.
«Credo fossimo d’accordo sul fatto che le avevamo entrambi».
Craxi era un delinquente o uno statista?
«Un delinquente comune, no. Ma commise molti errori cercando di accumulare potere per fare del Psi l’architrave dell’equilibrio del Paese».
A cena col nemico?
«Direi Silvio Berlusconi».
Ci ha mai cenato?
«Una sola volta, a casa di Gianni Letta. Si parlò di Bicamerale. Non sembrava interessato al riordino delle istituzioni. Dopodiché, quando lo incontro è sempre molto cortese».
Lei ha detto: «Berlusconi è quello che intercetta meglio le emozioni».
«È come un venditore ambulante. Coglie solo l’esigenza immediata del cliente. I negozianti sono un’altra cosa: devono fare i conti col tempo. Mantenere un rapporto di fiducia».
L’errore della sua vita?
«Ce n’è uno ricorrente: dato che quando parlo non trovo dissenso, mi convinco che la persona che ho di fronte la pensi come me. Spesso mi sbaglio. L’ultima volta è successo con Rutelli».
Quando?
«Nel 2001. Mi disse che aveva un progetto per recuperare la storia dei movimenti cattolici democratici… Il Pd non è esattamente questo».
Domande di cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Non ho idea».
I confini dell’Afghanistan?
«Il Pakistan e qualche Paese dell’ex Urss. Sa, ai miei tempi si ragionava per blocchi, praticamente non c’era la geografia».
La Costituzione ha sessant’anni. L’ultimo articolo?
«Il mio professore di Diritto costituzionale sosteneva che fosse incostituzionale: è quello sull’impossibilità di modificare la forma repubblicana».
Il libro della vita?
«La Storia del liberalismo europeo di Guido De Ruggiero».
Lei è sommerso dai libri. Pile in mezzo al salotto, scaffali stracolmi.
«Sulle pile ci metto i volumi che mi spediscono. È una specie di purgatorio del libro».
Il film della vita?
«Un uomo tranquillo, di John Ford».
Con John Ciriaco Wayne.
«Sono uno paziente. Ma quando rompo, rompo sul serio».

Categorie : interviste
Commenti
Nicola Mancino 20 giugno 2012

Perchè non domandi al “villico” come ha fatto comprare l’appartamento a Roma alla nipote?

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