Walter Veltroni (Magazine – dicembre 2007)

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La politica scandita da un tassametro. E la vicenda dei taxi romani che diventa un paradigma: lo stop and go stenuante delle liberalizzazioni, i rapporti tra le amministrazioni locali e il governo, l’arroganza di certi rappresentanti di categoria che senza preavviso paralizzano il Paese per ottenere prebende, la debolezza delle Istituzioni. Il  ecisionismo
e l’aspirazione al decisionismo. Walter Veltroni di questa storia è il protagonista principale. Anche perché, da quando è cominciato l’ultimo capitolo (con la prima lenzuolata di Bersani), ha acquisito nuove responsabilità: prima era “solo” il sindaco di Roma, ora è anche il leader del Partito democratico, sponsor principale del governo in carica e promotore di profondissime riforme elettorali e istituzionali.
Un chiarimento: la vulgata vuole un Veltroni mediatore che finisce per affievolire le prime liberalizzazioni di Bersani.
«La vulgata è sbagliata. Prima del decreto Bersani noi a Roma avevamo già approvato la delibera di 450 nuove licenze
dei taxi. Ed era dal 1993 che non succedeva».
Da tredici anni?
«Ogni tentativo si era arenato di fronte al blocco della città».
Il solito ricatto.
«Allora non c’erano i numeri in Campidoglio per affrontare l’emergenza».
Comunque, nel luglio 2006, dopo il primo decreto sulle liberalizzazioni, i tassisti bloccano la città. Il governo tratta. Interviene anche lei. Bersani ne esce ridimensionato.
«Per capire la mia posizione, basti pensare che se fosse per me io andrei verso liberalizzazioni anche più spinte: vorrei degli standard minimi di servizio, decisi a livello europeo, da far rispettare a tutti».
Loreno Bittarelli, leader dei pasdaran del taxismo, uscì dal ministero dove eravate riuniti e arringò i suoi: «Abbiamo vinto».
«Era falso. Non avevano vinto nulla».
Dal pacchetto Bersani, però, sparirono il cumulo delle licenze e la targa doppia.
«Non erano quelli i provvedimenti principali della liberalizzazione».
Rutelli disse: «Si doveva fare di più». La mediazione…
«Io non ho mediato e non avevo alcun interesse a mediare».
C’era da sbloccare la città.
«Ho cercato di farlo, ma non certo mediando. Tant’è che poi abbiamo rilasciato ulteriori licenze. Alla fine, prima del blocco delle scorse settimane, erano 1.450. E ora ce ne sono altre 500 in arrivo».
I Tir che hanno paralizzato il Paese erano figli dei taxi che hanno paralizzato Roma? Se non si fosse ceduto sui taxi…
«Ma come ceduto… Insiste? È proprio perché non ho ceduto che sono andato avanti con le nuove licenze. È andata così: loro chiedevano tariffe più alte, il Comune ha accettato, ma ha proposto in cambio 500 nuove licenze. I sindacalisti a quel punto hanno deciso la mobilitazione».
La Capitale ferma… E la netta sensazione che in Italia l’arroganza paghi.
«Invece mi sono impuntato, altro che cedimenti».
Cioè?
«Non li ho ricevuti fino a quando non ho avuto la certezza che il servizio pubblico fosse ripreso. Hanno aspettato due ore fuori dalla porta. E quando sono entrati nell’Aula delle Bandiere…».
Chi c’era ha parlato di un Veltroni cattivissimo.
«Non cattivo, duro. Credo di aver fatto un buon discorso: ho detto loro che stentavo a riconoscerli come sindacalisti
e che dopo quel blocco vergognoso l’unica cosa certa erano le 500 nuove licenze. Gli ho spiegato pure che molti di loro, senza saperlo, erano manovrati da interessi politici».
Parliamo di Gianni Alemanno di An e della Destra di Francesco Storace.
«Tutta la Casa delle Libertà si è mossa su un fronte molto poco liberal».
Striscione tassista: “Veltroni come Stalin”. Dopodiché, lei ha concesso il 18% di aumento delle tariffe…
«Un provvedimento giusto. È dal 2001 che non c’era un adeguamento».
Ci sono molte altre categorie in attesa di rinnovo contrattuale. E non otterranno il 18% di aumento.
«Questo è un argomento che non sta in piedi. I tassisti hanno subito danni seri dal caro-benzina. E siccome sono dei lavoratori, e hanno delle famiglie, vanno tutelati. Tra l’altro le nuove tariffe romane restano comunque più basse di quelle di Milano».
Le tariffe aumenteranno subito, mentre il miglioramento dei servizi ancora non si vede.
«Guardi che all’aeroporto di Fiumicino… alla stazione Termini… va molto meglio».
Ma lei stesso ha detto che a Roma ci sono quartieri in cui un taxi è una rarità.
«La verità è una sola: rispetto a quando sono arrivato, abbiamo il 35% in più di taxi in circolazione. Duemila macchine in più. Duemila! E 650 ragazzi che non hanno parenti nella categoria hanno conquistato un posto di lavoro. Siamo  l’unica città ad averlo fatto. Non mi pare poco».
Alcuni sindacalisti hanno già annunciato: «Se sono obbligatorie le nuove licenze, saranno obbligatori altri aumenti delle tariffe».
«Lo escludo categoricamente. Faccio una previsione…».
Prego.
«Non credo che a Roma ci sarà mai più un blocco come quello che abbiamo visto. I tassisti hanno capito che la città e l’amministrazione non hanno accettato questi atteggiamenti ».
Forse c’è un problema di percezione/comunicazione. Molti cittadini hanno la sensazione che i tassisti spadroneggino ancora in città e che questa vicenda sia il paradigma di un Paese ricattabile da qualsiasi interesse particolare. Veltroni, su Roma, assicura che non è così.
«Certo. Questa è una storia virtuosa, dimostra come un’amministrazione che ha gli strumenti possa reagire, anche duramente, ai ricatti: i rappresentanti dei tassisti non volevano le 500 licenze e le 500 licenze ci sono. Chi ha vinto? La loro strategia sindacale è stata sconfitta in maniera durissima. Un po’ come successe negli anni ’80 alla linea sbagliata di Arthur Scargill, che portò i poveri minatori inglesi in agitazione alla resa totale».
Contro Scargill c’era Margaret Thatcher, la lady di ferro. Qualche giorno fa, con i Tir che bloccavano il Paese qualcuno ha evocato altri due leader decisionisti come Ronald Reagan e Nicolas Sarkozy.
«Lei cita due presidenti eletti dai cittadini. Come lo sono i sindaci. Chi è eletto direttamente, con un sistema istituzionale adeguato, ha il potere di vincere un braccio di ferro. Se invece si sa che prima di decidere qualsiasi
cosa devi fare mille passaggi in Parlamento… Insomma, è quando un’istituzione è debole che certe categorie si
permettono di scorrazzare… ».
Si riferisce alla vicenda dei Tir? Il governo in quell’occasione ha trattato prima che venisse sciolto il blocco delle trade.
«Non è un problema di questo governo. È che le Istituzioni deboli sono costrette a non decidere. Ed è per questo che io continuo a dire che si devono dare alla nostra democrazia i poteri adeguati per decidere».
Lei ha parlato di un’Italia dei cosiddetti “veto player”. Quelli che mettono il veto.
«Il sistema politico italiano ha sempre funzionato in modo che ci fossero i condizionamenti e non le decisioni, i veti e non le assunzioni di responsabilità. Ecco. Io dico basta ai “veto player”. Una società come la nostra o ha un potere unitario forte o rischia di sbriciolarsi».
Parliamo di presidenzialismo?
«Io sono per una riforma istituzionale che abbia una configurazione francese. E credo che prima o poi ci si arriverà».
Nel frattempo ci sono altre liberalizzazioni e riforme da portare avanti.
«E infatti io insisto sulle coalizioni coese».
O sulle coalizioni riformiste? Siamo sicuri che Pd e Forza Italia non vadano verso una alleanza tra riformismi? Qualcosa che vada oltre l’intesa sulla riforma elettorale…
«C’è riformismo e riformismo. Non siamo tutti uguali per fortuna. C’è il riformismo di centro-destra e quello di
centro-sinistra. Del primo, con la CdL, non se n’è vista l’ombra. Adesso in questa stagione il riformismo impatta con molte resistenze».
Tradotto: il riformismo dell’Unione è in difficoltà. Da ogni rametto spunta un “veto player”: i No Tav, i No Dal Molin…
«C’è un sistema di condizionamenti».
Un’altra “veto player”: Paola Binetti. Tra l’altro il Consiglio comunale di Roma ha appena bocciato il registro delle unioni civili.
«Io sono per lo Stato laico. Qualsiasi punto di sintesi, su qualsiasi tema, deve partire dalla laicità dello Stato, anche se ritengo legittimo che un cattolico porti le sue idee in politica.  però, sono anche per il pragmatismo. Non amo le lotte ideologiche che troppo spesso, da una parte e dall’altra, sfociano nell’integralismo. In Consiglio comunale probabilmente non c’erano i numeri per approvare il registro delle unioni civili. Per i sostenitori, poi, era più un problema politico che di merito. Perché a Roma in questi anni, adottando il criterio della “famiglia anagrafica”, i diritti a favore di nuclei familiari di fatto sono stati tutelati e rafforzati».
Pacs, Dico, Cus.
«A me i Cus piacciono».
I Contratti di unione solidale. Torniamo alla politica che decide.
«Etica della responsabilità e potere della responsabilità. Da quando i sindaci hanno acquisito potere/responsabilità
le città sono diventate il motore del Paese».
In Italia l’elezione diretta di un presidente è considerata un’idea di destra.
«Perché abbiamo avuto il fascismo. L’idea che l’assunzione di responsabilità configuri un rischio di regime è radicata soprattutto nella generazione dei figli di chi ha combattuto il fascismo. Non è una stupidaggine. Dopodiché sono passati sessant’anni».
Andare-avantismo veltroniano.
«Ripeto: a me piacerebbe un sistema ispirato a quello francese. Sarkozy può andare oltre i suoi confini politici, perché è il presidente eletto dai francesi. Non è il presidente del Consiglio che deve tenere insieme una maggioranza che gli sguscia da tutte le parti».
Parla di Prodi?
«Parlo di chiunque in questo sistema politico. Anche di chi deve tenere insieme chi vuole bruciare il Tricolore e chi il Tricolore ce lo ha nel proprio simbolo».
Come Berlusconi.
«Sarkozy parla a nome di tutti i francesi, come io parlo a nome di tutti i romani. Collaboro con la Fondazione dei fratelli Mattei…».
…i ragazzi figli di un dirigente missino morti nel rogo di Primavalle nel 1973.
«…e con la famiglia di Valerio Verbano».
...il giovane di sinistra ucciso davanti ai suoi genitori nel 1980… Le si rinfaccia spesso questa equidistanza.
«Sono tutti ragazzi morti ammazzati in quella stagione di follia che sono stati gli anni di piombo. Insieme con Carol Beebe Tarantelli e con Sandro Portelli, il mio delegato alla Memoria…».
…incarico ultra-veltroniano.
«…insieme con loro, stiamo lavorando a un’iniziativa simile alla Shoa foundation, dedicata alle vittime del terrorismo.
Di destra e di sinistra».

Categorie : interviste
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