Roberto Formigoni (Magazine – novembre 2007)

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Roberto Formigoni, sessant’anni suonati, erre felpata e barbetta argentata, dall’alto del suo metro e novanta, è uno dei pochi presidenti di Regione per cui l’appellativo di Governatore non sembra un’esagerazione. Pilota la Lombardia dal ’95 (da 12 anni!), parla in terza persona («Formigoni è un politico di razza») e ha un bel gruzzolo di voti in dote. Un politico tre soprannomi: il Celeste, perché sì, è un berluscone azzurro, ma viene dalla Balena Bianca ed è ciellino fino al midollo. Formigoil, nomignolo che gli affibbiò Marco Travaglio giocando sul coinvolgimento nell’inchiesta Onu-irachena «Oil for food». E «Signorino Presidente Roberto Formigoni» come lo chiamò Rosy Bindi sfottendolo per la sua dichiarazione di castità. È l’eterno (e invecchiato?) aspirante successore del Cavaliere.
Veltroni dice che Berlusconi rappresenta il «vecchio», lei è pronto a prendere il testimone?
«Il signor Veltroni si faccia gli affari suoi. Il nostro candidato ce lo scegliamo noi».
Ma è lei che ha sempre detto di avere le caratteristiche per guidare la coalizione.
«Sì. Ma Berlusconi piace, la gente crede in lui».
C’è un dato anagrafico…
«Ma quale dato anagrafico. Chissenefrega dell’età. Silvio è il leader. Bisogna avere il salame sugli occhi per non capirlo. Se deciderà di lasciare, faremo le primarie».
Magari agli elettori interessa.
«Non credo. Quando Silvio deciderà di lasciare, comunque, faremo anche noi le nostre primarie».
I candidati.
«Io, Fini, Casini, Tremonti».
Letizia Moratti?
«Può partecipare chiunque».
Michela Vittoria Brambilla?
«Ma certo».
Perché lo dice ridendo?
«La gara è aperta».
Primarie Casto-Diva: lo scontro tra il devoto Formigoni e la Rossa con le calze sexy.
«Dobbiamo prendere voti a 360 gradi, no?».
Le primarie della Cdl come quelle del Piddì?
«No. Loro hanno ancora il cosiddetto centralismo democratico. Veltroni aveva vinto prima di cominciare».
Voi avete il cosiddetto partito azienda.
«Ne ho parlato con Berlusconi: saranno primarie vere».
Quando ci saranno le elezioni politiche?
«Spero presto. Chi vince dovrà affrontare pensioni, infrastrutture e liberalizzazioni con spirito costituente».
Lei è per un governissimo delle riforme?
«Quello andava fatto l’anno scorso. Ora è tardi. Io resto un bipolarista convinto».
Lo farebbe un Dico politico col presidente della provincia milanese, Penati, e con il ministro per le Infrastrutture, Di Pietro?
«Non amo i Dico. Ma da anni ho detto basta alle barricate. Se il Pd si sganciasse dalle estreme il quadro potrebbe cambiare».
È pronto per un’alleanza Berlusconi/Veltroni?
«Dico solo che certe emergenze si potrebbero affrontare con spirito diverso».
La Cdl diventerà un «partito unico»?
«Unitario, una specie di Ppe. Sono stato il primo a dirlo».
Lei ha esordito nel Ppe, con le Europee del 1984. A 37 anni. Tardi, no?
«Da ragazzo non pensavo proprio alla politica».
E a che cosa pensava?
«Alla Gioventù studentesca di Don Giussani».
Da bambino giocava a dire messa come Rosy Bindi?
«No. Frequentavo poco la parrocchia. Ero famiglia-centrico».
Suo padre Emilio era fascista.
«Sì. Da ragazzo, quando dovevo conquistare le chiavi di casa, gli rinfacciavo la Marcia su Roma».
C’è chi gli ha rinfacciato ben altro: la fucilazione di quattro partigiani, nel 1945. Era nelle Brigate nere.
«Palle. Mio padre non è mai stato un militare».
Anche Bossi, nel ’95 tirò fuori questa storia.
«Anche Bossi sbaglia».
Scuole?
«Sono sempre stato il primo della classe. Ma ancora ricordo l’errore che feci all’esame di prima elementare: nel dettato scrissi “maggo” invece di “maggio”».
Al liceo era in classe col leghista Castelli.
«Lui giocava benissimo a basket. Io andavo meglio con la scherma. Nel ’64 ho sfiorato le Olimpiadi di Tokyo».
Addirittura.
«Da adolescente mi avvicinai al movimento di Don Giussani. A 14 anni, il presidente di Gioventù studentesca – attuale Patriarca di Venezia – Angelo Scola, mi propose di diventare redattore del Michelaccio, la rivista studentesca di Gs».
Don Giussani, quando lo conobbe?
«Durante gli ultimi anni del liceo. Ricordo le trasferte a Varigotti. Giussani era un uomo che parlava di Cristo, più che un prete. Leggevamo Leopardi, ascoltavamo i canti russi. In confessione ti diceva: “Sapessi quante ne ho combinate io”».
Quando entra nei Memores Domini di Cielle e sposa i precetti di povertà, castità e obbedienza?
«Intorno ai 23 anni».
Vive ancora con altri memores?
«Certo».
Quando stava con la sua fidanzata però…
«Io non sono mai stato fidanzato con nessuno».
E le foto sulle riviste scandalistiche?
«Ero con un’amica. Su questo argomento ci sono state anche troppe speculazioni».
Ma la storia della castità è vera?
«Sono fatti miei».
Quanti siete in casa?
«A volte quattro, altre sette o dieci persone».
Una comune.
«No. È una cosa splendida. Ci aiutiamo come amici».
Pregate insieme?
«Ogni cristiano conosce l’importanza della preghiera».
Laurea su Marx alla Cattolica di Milano negli anni della contestazione.
«Scelsi Marx per conoscere il nemico. In quegli anni noi di Cielle abbiamo subito decine di aggressioni».
È stato picchiato?
«Quando ci aggredivano persino il Corriere scriveva: “Il pronto intervento del movimento studentesco ha stroncato una provocazione fascista”. Fascisti un cavolo! Votavamo Dc. Nel 1975 ci furono anche le elezioni universitarie: ho impressa l’immagine di due suorine che arrivano ai seggi ricoperte di sputi extraparlamentari».
Il Meeting di Rimini nasce in quegli anni.
«Nel 1980. Gli amici di Rimini vennero da me e da Sante Bagnoli, fondatore di Jacabook, per proporci l’idea. Partimmo a razzo. Poi nell’81, Formigoni è il vero fatto nuovo dell’Assemblea degli Esterni della Dc».
In quegli anni Ottanta, De Mita disse: «Formigoni è il politico più stupido che conosco».
«Con Ciriaco ho un rapporto di odi et amo. Lui aveva puntato molto su Formigoni, ma capì pure che Formigoni pensava con la sua testa. Alle elezioni poi…».
Che cosa?
«Alle Europee ho sempre preso più voti dei big diccì. Compresi Scalfaro e Martinazzoli».
Se era così forte, perché nel ’95 si presentò alle Regionali? Allora era considerato un posto di serie B.
«Già, il sorrisetto ironico dei miei colleghi…».
Lei ha detto: «La Regione vale più di un ministero».
«Ne vale tre. Solo gli Esteri e gli Interni valgono di più».
Lei è accusato di voler fare il ministro degli Esteri dalle stanze del Pirellone.
«La Lombardia ha il 30% di import/export del Paese. Con me in trasferta vengono imprenditori, università, centri culturali. Il lombardo ha la valigia in mano».
Qualche lombardo vorrebbe sapere come è finita la vicenda «Oil for food»: gli affari che stanno dietro agli aiuti dati ai bambini iracheni in cambio del petrolio di Saddam.
«Per quanto mi riguarda la vicenda non è mai iniziata».
La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per il suo amico, Marco Mazarino De Petro, ex collaboratore
della Regione.

«De Petro si è dimesso dai suoi incarichi. E dimostrerà la sua innocenza. Formigoni è fuori da quella storia».
Formigoni ha altre pendenze?
«Sette processi. Sette volte assolto».
I suoi rapporti con Saddam?
«L’ho visto una volta, nel ’90, a Baghdad. Ero parlamentare europeo. Saddam si presentò nella sala del colloquio, tolse la pistola dalla fondina, la sbatté sul tavolo e disse: “Parliamo”. Tornai in Italia con 350 ostaggi liberati».
Lei è amico di Tarek Aziz, l’ex numero 2 di Saddam.
«Era l’uomo dialogante del regime. Un cristiano, che ora è in una prigione irachena, senza accuse. Ho firmato un
appello perché si faccia chiarezza».
Il giudizio sulla guerra in Iraq la divise dal Cavaliere. Lei era contrario. Quando ha conosciuto Berlusconi?
«Ci diamo del tu da più di trent’anni. Il primo incontro fu all’inizio degli anni Settanta. Fu lui a cercarmi. Voleva organizzare corsi di formazione politica».
Allora Berlusconi era un semplice costruttore.
«Mi regalò una copia dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam che aveva fatto stampare con una sua prefazione».
E i corsi?
«Ci furono dei cenacoli. Tutto durò un annetto».
Don Giussani continua a essere la «persona più travolgente» che ha incontrato, o Berlusconi lo batte?
«Per carità. Don Giussani era proprio un’altra cosa».
L’errore della vita?
«Non ho mai usato la brillantina Linetti… ricorda il Carosello?».
Sì. La scelta che le ha cambiato la vita?
«La candidatura nel 1984. Lì sono diventato un politico».
Lei difende sempre Malpensa. Un aeroporto irraggiungibile in tempi brevi senza una macchina con la sirena.
«Le infrastrutture sono competenza dello Stato, non della Regione. Malgrado ciò io lavoro per migliorare i servizi. Entro il 31 dicembre 2008, ci saranno 4 collegamenti all’ora. Dalla stazione Cadorna il trenino ci metterà 28 minuti».
Propaganda? I suoi elettori sono autorizzati a non votarla mai più se non mantiene questa promessa?
«Sì. Io metto sempre la mia faccia sugli impegni».
Vedremo. A cena con il nemico?
«Nicola Latorre, l’ho incontrato allo stadio, è una bella testa. E poi Pierluigi Bersani».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare. Il cardinal Martini o il cardinale Scola?
«Con dispiacere cancello Martini. Con Scola c’è un’amicizia. Da ragazzo ci giocavo anche a pallone. Ora gli dico: “Ciao eminenza”. Il “tu”, ma con rispetto».
Riccardo Illy o Totò Cuffaro?
«La Sicilia è più grande del Friuli, quindi tengo Cuffaro».
E le accuse di favoreggiamento alla mafia?
«Credo che Cuffaro sia innocente».
Rosy Bindi o Sabrina Ferilli?
«Via la Ferilli».
Un vero timorato di Dio.
«È solo che Bindi è ancora ministro in carica».
Cultura generale. I confini del Venezuela di Chávez?
«Io uso Google earth… andiamo a vederli?».
Uhm. Il primo articolo della Costituzione?
«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro».
È anche «democratica».
«Ah, già. Una definizione da Stato socialista».
Non bisogna essere marxisti per riconoscere l’importanza della democrazia.
«“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sul lavoro”. Non suona meglio?».
Libertà: quanti berlusconismi in tuo nome.

Categorie : interviste
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