Massimo Ghini (Magazine – settembre 2007)

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Massimo Ghini, 52 anni, divo democratico, è qualcosa di più di un semplice attore de sinistra, perché il suo impegno viene da lontanissimo: Max (così firma i suoi sms) era un mini leader scolastico comunista nella Roma dei piccisti juniores Veltroni, Bettini e Borgna. Ma è anche qualcosa di meno, perché, a differenza di tanti puristi del cinema engagé gauchista, ha girato spot e sparato battutacce nei film natalizi dei fratelli Vanzina. In pratica è un ferillone. Una Sabrina Ferilli al maschile: fa i musical popolari e le fiction. E allo stesso tempo ha un’adesione ferrea alla linea del Partito. Una dedizione che va oltre le convenienze personali e diventa credo. Per dire: Ghini ha recepito a tal punto la presunta svolta fiscale del Pd, che alla domanda «chi è il peggior ministro dell’attuale governo?
», replica, senza neanche troppe titubanze, «Vincenzo Visco, perché non riesce a disfarsi dell’immagine di Dracula succhia imposte». Una risposta che scavalca il presente prodiano e guarda al futuro veltroniano. Non è un caso, allora, che Massimo sia stato scelto per le liste della Costituente del Partito democratico.
I soliti noti: Ghini e gli amici attori del sindaco Walter.
«No, scusi. Nel mio caso faccio solo seguire alle parole i fatti. Mi dico di sinistra? Allora mi candido. Io ho già
fatto il consigliere comunale con Francesco Rutelli. Ora lui e Veltroni mi hanno chiamato».
Questo Pd è di sinistra o di centro?
«Ognuno ci porterà dentro la propria esperienza».
Vuol dire tutto e niente. Il discorso di Veltroni al Lingotto è stato applaudito da Luca Cordero di Montezemolo, il presidente degli industriali.
«Per affrontare certe riforme dobbiamo chiudere definitivamente con una parte della nostra storia».
Cioè?
«Basta con la politica dei “distinguisti”».
Dei… che cosa?
«Quelli col ditino alzato che fanno i distinguo».
Chi sarebbero i “distinguisti”, oggi, nell’Unione?
«Mussi. Diliberto. Spero almeno che si uniscano tra loro».
Diliberto ha lanciato una campagna contro le politiche centriste di Prodi in materia di welfare.
«Con questo frazionamento di posizioni non mi pare che si riesca a dare molto ai cittadini».
Quelle del Pd le sembrano primarie vere?
«Sono emersi i vari stimoli culturali del futuro partito».
Certo. È normale che ci sia un solo candidato dei Ds, Veltroni?
«Disciplina interna e senso di responsabilità. Mi è piaciuto il gesto di Bersani che ha fatto un passo indietro».
Tovarish Ghini, sembra una considerazione bulgara.
«Ma figuriamoci. Bulgare erano certe assemblee anni ’70. Dove il dissenso profondo era una vera rarità. Una volta
durante un attivo… le riunioni alla Fgci si chiamavano così… rimasi a bocca aperta nel vedere il giovanissimo Giuliano
Ferrara che attaccava il monumentale Giorgio Amendola. Pensai: “Quello diventa segretario del partito”».
Invece…
«Ferrara ha fatto le sue scelte. La sera della vittoria dell’Ulivo nel 1996, ero con Walter a Botteghe Oscure, e abbiamo pensato a lui».
Perfidi.
«No, romantici».
Veltroni quando lo ha conosciuto?
«All’inizio dei ’70. La prima volta che l’ho visto è stato durante una riunione delle cellule dei licei romani: era secco come un chiodo, con degli occhialoni con le lenti gialle. Legammo per la comune passione doppia: politica e cinema».
Facile fare cinema essendo amico di Veltroni.
«Nel 1996 i miei amici mi sfottevano. “Ha vinto l’Ulivo? Mo ti fanno direttore del Tg1”. Invece tra il 1997 e il 2001, in Italia praticamente non ho lavorato».
Che fa, la vittima?
«No, dico solo che il mio impegno politico non è strumentale».
E chi ci crede?
«Controlli. Nel 2000 mi negarono pure il finanziamento per un film».
Magari non era granché.
«In quegli anni ho lavorato all’estero con i Coppola, padre e figlio, con Anthony Quinn…».
Quanti artisti, attori, registi si aspettano qualcosa dal futuro leader del Pd?
«Tanti. Anche perché Veltroni, a differenza di Buttiglione, è sempre stato attento a quel mondo».
La cosa che proprio non va nella Roma veltroniana?
«Vorrei più sicurezza».
Se la prende anche lei coi lavavetri?
«No, ma insomma… Vivo nel quartiere multi-etnico dell’Esquilino. Pochi delinquenti rovinano la reputazione a molti extracomunitari. I tassisti mi dicono: “Je deve proprio piace’ se è venuto a vive’ qua”. Non sanno che qui ci sono nato».
L’infanzia di Ghini.
«Nonno aviatore durante il Ventennio, padre partigiano deportato a Mauthausen, fuggito e rientrato in Italia, nel Pci. Io venni battezzato di nascosto da lui. Fino a 14 anni ho fatto il chierichetto, poi è arrivato il ’68: sessodrogaeroccherò».
Sembra un copione veltroniano.
«E infatti con le mie sorelle vorremmo farne un libro».
Quando decide di fare l’attore?
«Dopo essere stato a teatro con un mio professore del liceo. All’inizio degli anni Settanta, poi, lasciai l’università per provare l’esame in Accademia: venni bocciato».
Perché?
«Ci fece fuori Giorgio Barberio Corsetti, che era in commissione. Insieme con Monica Scattini, ci eravamo preparati con un attore che aveva fama di destrorso. E quindi…».
Poteva tirar fuori la sua tessera della Fgci.
«Invece mi trasferii a Milano. Lì ho fatto qualche particina con Strehler. D’estate arrotondavo nei villaggi Valtur».
La piccola scuola dello showbusiness italiano.
«Organizzavo spettacoli».
Faceva l’animatore.
«Sì ma col teatro. A Brucoli in Sicilia, beccai Fiorello alle prime armi. Faceva il barista, spiritosissimo, travolgente. Lo coinvolsi in un balletto. Diciamo che era un po’ legnoso. Come reclutatore Valtur, invece, selezionai sia Teo Mammucari, sia Peppe Quintale. Nel frattempo era arrivata la chiamata di Zeffirelli».
La chiamata?
«Il suo assistente telefonò a casa: “Il maestro vuole vederla a Positano”. Pensai che fosse uno scherzo. In quel periodo dividevo un appartamento con Fabrizio Bentivoglio e facevamo beffe atroci: ad Alessandro Haber lo abbiamo spedito decine di volte a fare falsi provini».
Poveretto. Invece a Positano…
«Arrivai a casa del maestro. Rimasi ad aspettare mezz’ora fuori dalla porta. A un certo punto spuntò Gregory Peck. “You wonna come in?”. Entrai. In casa, seduti a tavola c’erano Zeffirelli, Rudolf Nureyev, Carla Fracci, Renato Rascel e le sorelle Kessler».
Un circo.
«Pensai: e quando lo racconto a Roma, chi ci crede? Alla fine comunque Zeffirelli mi prese per la Maria Stuarda: uno spettacolo a cui sono particolarmente legato».
Perché?
«Fu quello del mio lancio. E poi, un giorno, mentre eravamo in scena, la divina Rossella Falk, vestita in pompa magna da Regina Elisabetta, si piegò verso di me e bisbigliò: “Siamo campioni d’Italia”. La Roma aveva vinto lo scudetto. Ho trattenuto a stento un urlo di gioia».
Tifoso sfegatato?
«Abbastanza. In quel periodo ero molto amico di Agostino Di Bartolomei, il capitano. Da piccoli andavamo al mare insieme al Lido di Cincinnato».
Torniamo alla recitazione.
«Berlusconi lo conoscevo dal ’79, aveva prodotto lo spettacolo di Zeffirelli: era uno sponsor entusiasta, si presentava dietro le quinte coi vassoi di pastarelle per gli attori. Nel 1984 mi propose la conduzione di un programma sulle sue reti. Rifiutai».
Pentito?
«No. Anche perché un mese dopo mi chiamò Florestano Vancini per La neve nel bicchiere. Facevo un contadino».
La chiamano spesso per le parti del popolano.
«Diciamo che non ho il fisico del giovane Werther».
Una volta i suoi figli le hanno detto: «Papà, è vero che nel prossimo film non muori ammazzato?».
«Sì. Venivo da una serie di personaggi trucidati e stavo per cominciare le riprese del film con i Vanzina».
Il film panettone. Stroncato dalla critica, amato dal pubblico. È vero che all’inizio non lo voleva fare?
«Molti, a sinistra, considerano quei film robaccia. Invece Christian De Sica è un genio».
L’ha convinto la Ferilli a fare quei film?
«Con Sabrina condividiamo certe scelte. Nel 1995 venimmo massacrati dal nostro ambiente perché facevamo un musical al Sistina. Nel 2001, snobbati per una fiction in tv».
Con la Ferilli avete pure girato una scena di sesso spinto in La bella vita.
«Sì. Tra l’altro all’inizio quella scena non veniva. Virzì, che era alle prime armi, non sapeva come gestirla. Alla fine io e Sabrina ci siamo guardati e abbiamo detto: “Paolo, famo noi”. E improvvisammo».
Lei ha detto: «Se Sergio Castellitto fa uno starnuto si stampa un paginone. Se io lavoro con Sean Penn è la solita rappresentazione italica».
«È così. Io non faccio parte del mondo del cinema radical chic».
È attore e di sinistra.
«Una cosa è distinta dall’altra. Smettiamo di giudicare gli attori per il loro credo politico».
Gli attori tribuni del popolo?
«Oggi per chi fa spettacolo è molto più facile stare con Beppe Grillo che non con il Pd».
È così scomodo far parte di un partito di governo?
«Dipende. D’altronde negli anni Settanta era più facile stare con i gruppi extraparlamentari che non con la Fgci».
Ormai, uhm, stare con Grillo vuol dire anche criticare la casta della politica.
«Quando ho fatto il consigliere comunale ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile la mediazione quotidiana tra i politici e i cittadini, la montagna di problemi da risolvere».
Fatto sta che i privilegi ci sono. Come ci sono sprechi assurdi.
«Il vero spreco è tenere in certi uffici le persone che non lavorano».
Sembra di sentire Pietro Ichino, il castigatore di fannulloni. Lei è presidente del sindacato attori.
«E che c’entra? Difendere i fannulloni vuol dire fare pessimo sindacalismo».
A cena col nemico?
«Con George W. Bush, è il diavolo».
Risposta dilibertiana più che veltroniana.
«Ragionamento romanesco: Bush cià le corna».
Il miglior ministro del governo Berlusconi?
«Gianni Letta, il mediatore. E Gianni Alemanno, uno che nelle cose che fa ci mette la faccia».
Il futuro sindaco di Roma? Melandri o Gentiloni?
«Io preferirei Enrico Gasbarra».
Il presidente della Provincia, ex diccì sbardelliana.
«Conosce bene la città».
Il regista del futuro? Il migliore tra i giovani?
«Saverio Costanzo. Uno a cui frullano in testa parecchie idee. Uno di quelli che ha abbandonato le storie di architetti in crisi coniugale.A me piace la roba in costume. Ho fatto il Papa, il gerarca…».
…il borgataro deportato. È vero che durante le riprese di La Tregua lei si faceva mandare i pacchi di pasta in Ucraina?
«Non sa in che condizioni giravamo. John Turturro una sera mi fregò mezza mozzarella. Me l’aveva spedita mia moglie».
Delete. Deve cancellare un numero dal cellulare. Christian De Sica o Nanni Moretti?
«Via Moretti».
La battuta che avrebbe voluto recitare.
«Bond. Il mio nome è James Bond».
Sabrina Ferilli o Margherita Buy?
«E che me lo chiede? Cancello Buy».
Ken Loach o i fratelli Vanzina?
«Tengo i Vanzina».
Walter Veltroni o Francesco Totti?
«Uhm… Questa sì che è la domanda delle cento pistole. Alla fine cancello Totti».
Il centrista godereccio Cosimo Mele o il forzista Marcello Dell’Utri?
«Butto il telefonino. Posso?».
Prego. Cultura generale. I confini dell’Iran?
«Iraq, Afghanistan. C’è pure qualche cosa tipo Tagikistan?».
Tipo. Il Turkmenistan e l’Azerbaijan.
«La Cina no, eh?».
No. Che cosa è Second life?
«La vita parallela on line. Me l’ha chiesto mio figlio».
Quello laziale?
«Non è più laziale. Ci ho lavorato un po’. Alla fine mi ha detto: “Papà avevo sbagliato”. Non sa che soddisfazione».
Eh, immagino.

LINK | DIETRO L’INTERVISTA Quartiere Esquilino. Terrazza sulle cupole di Roma, gigantesco affresco in salotto. Ghini scherza: «Lo abbiamo fatto un pomeriggio io e mio figlio». Comincia l’intervista. Lui posa due pacchetti di sigarette sul tavolo. Ogni tanto si alza, perché certe cose vanno mimate. Ecco allora l’interpretazione di Gregory Peck zoppicante e di Ferrara che litiga con Amendola. Alla fine mi accorgo di essermi scordato una domanda: il suo ultimo film, quello su Guido Rossa, è stato un piccolo flop. I maligni dicono che si vedesse la colla con cui gli avevano attaccato la calotta della pelata. «Lasci perdere.Avevamo due lire». Soldi del sindacato. Chiude un po’ amareggiato: «Sì, spero che prima o poi quel film lo si rifaccia».

Categorie : interviste
Commenti
daniela 1 settembre 2011

sono una fan del brassimo e bellissimo Massimo Ghini si può avere un sito oppure un nr di cellulare per poter msg con Massimo?grazie

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