Lilli Gruber (Magazine – ottobre 2007)

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Dietlinde Gruber, detta «Lilli la rossa», 50 anni, europarlamentare ulivista, neoeletta delegata alla Costituente del Piddì, ex star del tiggì, nell’immaginario del telespettatore italiano è la conduttrice roscia piazzata di sbieco davanti alla telecamera. Ha una capacità innata di attrarre dispute serissime e frivolissime sulla sua persona: a metà degli anni Novanta, il Polo la inserisce in un elenco di giornalisti faziosi che vanno allontanati dal video. Contemporaneamente le immagini di Gruber in topless in Sardegna costano a fotografi ed editori molte scuse e un risarcimento. Mentre è inviata in Iraq, nel 2003, si innescano altre due polemiche: una, estetica, sulle pashmine e sulle mise eccessivamente griffate per un teatro di guerra. L’altra, più dura, sul fatto che la giornalista del Tg1 chiama «resistenti iracheni» quelli che il governo Berlusconi condanna come terroristi. «Sull’Iraq mi pare che la storia mi stia dando ragione», dice.
E sulle pashmine?
«Ancora con ’ste pashmine! Ho solo molti foulard, con cui mi copro il collo per evitare di ammalarmi».
Sarà. In ogni caso, malgrado gli sforzi e l’ostentata avversione teutonica per le frivolezze, l’ex inviata di guerra Gruber non si libera della leggera patina frou frou che lo showbusiness le ha appiccicato addosso. Esce per Rizzoli il suo ultimo saggio sulle Figlie dell’Islam? Scatta la recensione/sfottò sul Foglio: «Il posto dove Lilli Gruber ha colto maggiormente la drammaticità della condizione femminile nel mondo islamico è stato Riad, in Arabia Saudita. Era lì per il suo quinto libro e non riusciva a trovare un parrucchiere». Gruber leggerina?
«Figuriamoci. Nel libro c’è ben altro: c’è la rilettura del Corano da parte delle donne islamiche. Storie di grande coraggio, dopodiché…».
Che cosa?
«È anche dai piccoli particolari che si giudicano le libertà. Quando dal parrucchiere ci possono entrare solo gli uomini e le donne non possono fare in pubblico le cose più elementari, c’è qualcosa che non va, o no?».
Lei è per esportare nei Paesi arabi il modello di vita occidentale?
«No. Sarebbe controproducente. Anche perché i nostri modelli non sono proprio perfetti».
C’è addirittura chi ha scritto che a un mondo italiano fatto di donne stuprate alla luce del giorno e di città tappezzate di tette e culi preferisce il pianeta burqa.
«È una provocazione di Grillo. Resti una provocazione».
Quella del prefetto di Treviso che ha ammesso l’uso del burqa, però, non è una provocazione.
«Sono contraria per due motivi: in Italia c’è una legge che va rispettata da tutti e che vieta di circolare con il volto coperto. E poi non credo che coprire la propria faccia sia utile per l’integrazione e la conoscenza reciproca. Detto ciò non si deve generalizzare. Dietro ciascuno di quei veli c’è una storia diversa, non sempre di oppressione. E poi quei veli non sono tutti uguali».
Distingua.
«Una cosa sono il burqa talebano che copre completamente il viso e il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. Un’altra è l’hijab, che è un foulard che incornicia il viso».
Qualcosa di simile alle mise meridionali del dopoguerra?
«Be’, ho incontrato Hayrunissa Gul, moglie del primo presidente islamico turco, e lei portava un fazzolettone griffato simile a quelli che usava mia madre negli anni Sessanta durante le nostre camminate sulle Dolomiti».
L’infanzia a Bolzano.
«Mio padre, imprenditore, era autorevole e severissimo».
Law and Order?
«Urca! Ho avuto un’educazione rigida. Austro-ungarica».
Il nome Dietlinde?
«Me lo diede mia madre, consigliata da Tante Auguste, una zia germanista che credo si ispirò alla saga dei Nibelunghi».
Scuole?
«Prima le piccole figlie di san Giuseppe e poi le suore Marcelline. Ho pure pensato di voler fare la suora».
Quando?
«A otto anni. Mi passò subito. Mio padre, che era anche un uomo illuminato, a sedici anni mi mandò a Londra da sola».
Dalle Marcelline alla swinging London.
«Non le dico l’impatto. Quando arrivai, la padrona di casa disse: “Se porti in camera dei ragazzi, che siano perbene”».
Non era abituata?
«La prima notte, pensai: “Ma dove sono finita?”».
Lei aveva venti anni nel ’77.
«Non ero gruppettara, ma contestavo mio padre. Lui, tra l’altro, mi avrebbe voluta in azienda».
E lei si buttò nel giornalismo.
«Il primo articolo è stata un’intervista a un ragazzo handicappato sull’Adige. Poi grazie a un amico di mia sorella feci un colloquio a Telebolzano. Mi facevo un mazzo così: ore di camminate per raggiungere manifestazioni sudtirolesi sui pizzi delle montagne, inchieste sulla verginità. Una rumba».
In Rai quando ci arriva?
«Dopo aver fatto l’esame da giornalista a Roma. Altra esperienza traumatica. In mezzo ai 450 candidati sembravo la donzelletta che vien dalla campagna. Tornata a Bolzano, il bivio».
In che senso?
«Mi arrivarono due proposte di assunzione: il Tg3 regionale e il quotidiano Alto Adige. All’epoca consideravo la carta stampata più seria».
Lei ha una fissazione per la serietà.
«Un inferno, vero?».
Alla fine chi la convinse?
«Tra gli altri, Goffredo Parise».
Lo scrittore?
«Ci mettemmo a chiacchierare dopo un’intervista. Mi disse: “Guarda che la tv è il mezzo del futuro. E tu la fai bene”.
Andai prima a Sender Bozen, il canale in lingua tedesca, e poi al Tgr».
Lì la pescò Antonio Ghirelli, ex direttore pertinian-craxiano del Tg2.
«Mi diceva: “Tu si n’animale televisivo”. E io: “Prego?”. E lui: “Tu si ’na bella siggnora austriaca”. Mi mise a condurre il tg di mezza sera e quello di mezzanotte. La mattina si guardava le cassette e mi faceva le pulci».
La prima diretta?
«Pensavo di morire. Di svenire, di inciampare, di perdere la riga sul foglio».
Era la Rai ultralottizzata Dc, Psi, Pci.
«Non ho mai avuto una tessera».
Ma era nel sindacato. Ha mai ricevuto pressioni?
«Non direttamente dai politici. Semmai dai direttori. Una volta Alberto La Volpe mi disse che ero stata un po’ troppo incalzante con Gianni De Michelis. Un’altra Bruno Vespa mi torchiò perché ero stata troppo critica con l’allora premier Giuliano Amato. Andai da Amato per chiedergli se aveva avuto la stessa sensazione. Mi disse di no. Riferii a Vespa. In Rai spesso si è più realisti del re».
È una cosa che si rinfaccia anche a lei. Antonio Ricci, autore di Striscia la notizia, una volta ha detto: «Gruber edulcora le notizie».
«Si sbaglia».
Vittorio Sgarbi nel ’95 chiese le sue dimissioni: «O fa la giornalista o fa la sindacalista di sinistra».
«Questa neanche la sapevo».
Dicevano: «È una conduttrice di parte».
«Mi portassero le prove».
La sua elezione con l’Ulivo alle Europee non è stata una prova?
«No. Il blaterare a vuoto di certa gente non mi piace. Io sono disposta ad andare a un dibattito pubblico con tutti i miei servizi.Vediamo chi ha da ridire qualcosa».
Le sue colleghe Giovanna Botteri e Gabriella Simoni più che per i servizi avranno avuto da ridire per un suo celebre fuori onda. In diretta lei bisbigliò: «Dicono una serie di cavolate…».
«Con loro ho un ottimo rapporto. E quando sei alla sessantesima diretta in un giorno e sono le due di notte, può succedere anche questo».
Una volta lei è finita nel tritacarne perché aveva definito «discussa» la legge Gasparri.
«L’aggettivo, che in ogni caso era un eufemismo, lo aggiunsi in diretta. Non era previsto nel servizio».
Ma perché, ogni parola pronunciata in un tg viene approvata prima?
«Be’, il conduttore è emanazione della redazione e campa sotto l’occhio vigile dei direttori».
Quando lei si presentò alle Europee, Gasparri disse: «Gruber monetizza il suo successo in tv».
«Invece, mi allontanavo da una informazione troppo vincolata alla politica».
La chiamò Prodi in persona.
«Ostrega! Una prima volta perché aveva apprezzato un mio libro sulla guerra in Iraq. Poi mi propose di presentarmi per Strasburgo».
E Mastella sentenziò: «La candidatura di Gruber è uno scandalo».
«Ma mica vogliamo infierire su Mastella?».
La politica non ama quelli della cosiddetta «società civile».
«Perché sono meno controllabili».
È il caso di Grillo, che guida l’ondata di antipolitica?
«Io non parlerei di antipolitica.
C’è una politica buona e una cattiva. I milioni di voti alle primari del Pd sono il segnale che molti italiani vogliono cambiare pagina.
Quanto a Grillo…».
Gruber grillante?
«Beppe è una brava persona, dà voce a un distacco reale dei cittadini dalla classe politica. Ma temo la violenza delle parole».
E quando il premier Prodi critica Santoro, le piace?
«No, non amo i tentativi di condizionamento. Soprattutto quando si dice che una trasmissione è stata condotta male senza neanche averla vista. La politica dovrebbe uscire dalla Rai».
Detto da lei…
«Io lo dico da sempre. Dico anche che ho incontrato più politici di professione in Rai che in Europarlamento. Molti hanno notevoli capacità atletiche che permettono loro di saltare il fosso al momento giusto».
Fuori i nomi.
«Non ne faccio mai».
A cena col nemico.
«Berlusconi. Che ho sconfitto alle Europee».
Per dargli due consigli?
«Magari. Comunque c’è anche Frattini, che in Commissione europea sta lavorando bene».
Intende proprio quel Frattini?
«Franco. Ho imparato a giudicare le persone per quel che fanno e non per la loro casacca».
Ma tre anni fa vi scannaste in diretta durante la trasmissione Porta a porta. Ci fu la celebre querelle degli iracheni terroristi o resistenti.
«Quella sera da Vespa tutta la sceneggiata fu paradossale».
Una volta lei ha raccontato che Vespa durante un tg sperimentò la «posizione Gruber», di tre quarti.
«Diffidate delle imitazioni».
Quanto è costruito il personaggio Lilli Gruber?
«Zero».
Ma dai. Foulard, capelli rossi, sempre in tiro… L’immagine seppellisce la persona.
«Vorrei far notare che io non vado in video da tre anni. Quanti avrebbero rinunciato al Tg1 delle 20?».
Non lo so, ma lei sembra proprio avere il culto del bello.
«Avere il senso dell’estetica non può essere un peccato, soprattutto se si lavora nella comunicazione».
Che giornali legge Gruber?
«Corriere della Sera, Repubblica, Herald Tribune e Financial Times».
Negli Stati Uniti: Barack Obama o Hillary Clinton?
«Hillary. Una presidentessa sarebbe una rivoluzione».
Anche in Italia?
«Certo. Le donne italiane oggi sono molto arrabbiate, perché sono fuori dalle stanze dei bottoni».
Nel Pd, su 19 segretari regionali ci sono solo tre donne.
«Privarsi quasi totalmente delle competenze femminili è politicamente da ottusi».
Avrebbe voluto Anna Finocchiaro alla leadership del Pd?
«Alla fine hanno deciso per un ticket tutto maschile».
Si dice che lei sogni prima o poi un ministero degli Esteri.
«Non faccio previsioni su proposte inesistenti. Per ora mi considero una giornalista prestata a Strasburgo».
Delete. Prodi o Veltroni?
«Ho un buon rapporto con entrambi. No delete».
Vabbè. Cultura generale. Quanto costa un pacco di pasta?
«Circa un euro».
I confini del Venezuela?
«Il Brasile? Ho sempre un mappamondo nel mio studio».
Quante sono le sure del Corano?
«Centoquattordici».
E gli articoli della Costituzione?
«Circa lo stesso numero».
No, 139. Troppa Europa e troppo Islam confondono, forse.

LINK | DIETRO L’INTERVISTA Incontro Gruber nel suo appartamento di Roma. È una tana (con molto legno alle pareti) incastrata nel piano alto di un vecchio palazzetto del centro. Nello studio, su un mobile, fissata con delle puntine, c’è una copertina dell’Espresso di qualche anno fa: «Rosso Gruber». La consacrazione? «Ma no. Però in quel periodo venni a sapere che ai piani alti della Rai avevano un sondaggio nascosto in un cassetto dal quale risultava che, per gradimento, schiacciavo tutti: Mentana, Sposini, Biagi, Santoro». Che cosa fece? «Andai da Celli, che era il direttore generale. Pretesi che mi spiegasse come mai, alla luce di quei risultati, ero ancora “inviata” al minimo sindacale». Si arrese alla furia rossa? «Mi fece caporedattore ad personam».

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