Giovanni Moro (Magazine – novembre 2007)

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Cossiga impallinato. Andreotti inchiodato. Giovanni Moro, 49 anni, sociologo politico, fondatore del movimento Cittadinanza attiva, figlio di Aldo, ha scritto un libro (Anni settanta, Einaudi) che vuole essere la lettura critica di un decennio cruciale per il Paese. Contro le dietrologie e i complottismi. Ma anche contro i facili revisionismi. Pochi racconti, molta teoria. Con qualche bordata. Ecco la principale: per dimostrare come la presenza di fantasmi e di zone d’ombra, e l’assenza totale di responsabilità politiche su quanto accadde in quel decennio, influiscano sulla mancanza di una memoria comune, Giovanni Moro piazza sotto la lente… il caso Moro. E denuncia la politica della non-decisione. Che cosa è una non-decisione? «Una scelta politica», dice Moro. «La scelta di non trattare e di non cercare di liberare seriamente l’ostaggio, cosa che invece fu fatta nei casi precedenti e seguenti (Sossi, Dozier, Cirillo)». Tutto qui? Macché. Spuntano i nomi di politici ancora in attività: Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni, e Giulio Andreotti, che nel 1978 era presidente del Consiglio. Il primo, Cossiga, «incredibilmente premiato, negli anni successivi, con la nomina a premier, a presidente del Senato e della Repubblica, malgrado l’insuccesso nelle indagini». Il secondo, Andreotti, colpevole di aver «mentito» da premier, quando disse che «una delle vedove di via Fani si sarebbe data fuoco se si fosse aperta una trattativa» per la liberazione del presidente della Dc. La contro-bordata più dura arriva da Cossiga. Moro junior nella premessa del libro dice di evitare da sempre di fare della sua condizione  personale una professione? E l’ex presidente lo castiga: «Andasse a lavorare invece di fare il figlio di martire».
Moro, Cossiga le ha dato anche del poveretto.
«Mi rifiuto di replicare. Sono passati trent’anni dai fatti di cui parliamo».
Ma è lei che lo ha tirato in ballo nel libro.
«Io parlavo del suo fallimento politico e delle istituzioni che lo hanno premiato».
Cossiga ha raccontato spesso del proprio travaglio in seguito a quella vicenda.
«Ma il 9 maggio 1978 di politici ne è morto solo uno. E sarebbe bene che gli altri la finissero di presentarsi come vittime».
Lo fanno?
«C’è questa storia del peso da sostenere per aver fatto quella scelta lacerante».
La scelta lacerante sarebbe quella di non trattare con le Br per la liberazione di suo padre. Andreotti ha ribadito: «Ci sarebbe stata una sollevazione dei parenti delle vittime della strage di via Fani».
«Questo è un falso storico. Punto. Lo sa chiunque conosca i documenti».
Anche il Pci era per la fermezza.
«A causa di un complesso di inferiorità democratica che costringe spesso i suoi dirigenti a essere più realisti del re».
Piero Fassino, poco tempo fa, da segretario dei Ds, ha ammesso che quella fermezza fu un errore.
«Prima di lui solo Pietro Ingrao si era spinto così avanti. Conoscendo il tabù tra gli ex comunisti, Fassino è stato eroico».
Nel libro lei attacca anche il Vaticano. Dice: «Fu inadeguato».
«La segreteria di Stato bloccò un’iniziativa della Conferenza episcopale italiana. Lo hanno raccontato i vescovi Bettazzi e Riva. La linea era: “È meglio che un uomo muoia, perché il popolo viva”».
Questo è un fatto che l’ha allontanata dalla Chiesa?
«Be’, non sono cose che fanno piacere».
Lei è cattolico?
«Diciamo che sono cristiano».
Nel 1978 però militava in un movimento considerato «cattolico democratico».
«Si chiamava Movimento Federativo Democratico. Ci occupavamo delle cose pubbliche senza avere a che fare coi partiti. Era l’evoluzione del gruppo Febbraio ’74, nato in seguito al convegno sui mali della Capitale, promosso dalla Diocesi di Roma».
Nel 1974, a sedici anni, faceva politica…
«A quell’epoca si veniva ascoltati anche a 14. Oggi sembra incredibile».
Votava Democrazia cristiana?
«Non ho mai votato Dc in vita mia».
Scuole?
«Andavo al liceo Dante.A metà strada tra l’ultrasinistro Mamiani e via Ottaviano, covo del Fronte della Gioventù».
C’era dialettica politica nella famiglia?
«Non parliamo di famiglia, che se no sembra che siamo i Gambino».
Vabbé. Discuteva mai di politica con suo padre?
«Certo. E lui era attento a quel che succedeva tra i ragazzi. Ascoltava. Studiava le riviste dei movimenti giovanili».
Lo facevate insieme?
«No. Lui ogni tanto, a casa, ci leggeva i corsivi di Fortebraccio sull’Unità».
Micidiali.
«Bella scrittura. Si rideva parecchio».
È vero che lei girava sotto scorta?
«Tutta la famiglia era scortata, dall’aprile del 1977. Da quando era stato rapito il figlio del socialista Francesco De Martino».
Dove si trovava il 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento di suo padre?
«Ero nella sede di Febbraio ’74, in via Gregorio VII. Non avevamo ancora il telefono.Venne un amico ad avvertirmi».
I 55 giorni del rapimento…
«Mi sta per fare una di quelle domande da avvoltoio tipo: “Ha sofferto?”».
No. Le chiedevo se si è fatto un’idea. Ci sono teorie di ogni tipo.
«Il caso Moro, e gli anni Settanta, sono ostaggi di dietrologi che vedono complotti internazionali ovunque e di revisionisti per cui tutto quello che è successo è normale».
Escono libri e film. In Buongiorno notte…
«Quel film mi è piaciuto».
Come, scusi?
«È l’opera d’arte di un grande regista, Marco Bellocchio. Lui non spara l’ennesima verità».
Ma nel finale la brigatista Anna Laura Braghetti immagina di liberare Aldo Moro. Nella realtà, due anni dopo il rapimento dello statista, Braghetti uccide Vittorio Bachelet.
«Il mio giudizio è estetico. Invece, non ho apprezzato affatto Piazza delle Cinque Lune. Un filmaccio dietrologista».
Che non è dispiaciuto a sua sorella Maria Fida. Commenta mai queste cose con le sue sorelle?
«No».
Neanche quando c’è qualche ricorrenza?
«Ognuno vive quei momenti a modo suo».
La verità di Giovanni Moro sul caso Moro?
«Non ho scritto e non scriverò un libro sul caso Moro. Mi limito a registrare la politica della non-decisione e alcune anomalie: la storia del covo di via Gradoli, le lacune dei servizi, i personaggi legati alla scuola di lingue Hyperion, i rapporti tra i brigatisti in carcere e le istituzioni per mezzo di preti e suorine».
Ogni tanto spunta qualche nuova rivelazione. L’ultima è quella dell’ex Dc Giovanni Galloni, secondo il quale gli Stati Uniti sapevano dove veniva tenuto prigioniero il leader democristiano prima che venisse ucciso dalle Br. Per lei sono pugnalate?
«Non mi piace parlare di me. E non amo nemmeno ammassare ricordi personali. Penso che la verità sulle vicende di quegli anni sia rimasta l’unica forma di giustizia possibile. Ma che Paese è quello in cui le stragi restano senza un vero responsabile?».
Ha scritto che non le sarebbe dispiaciuta una soluzione sudafricana. Lì, la Commissione per la verità e la riconciliazione, in cambio della verità sui crimini dell’apartheid, ha concesso l’amnistia.
«È vero. Ma, per l’Italia, ormai quella soluzione non sarebbe più possibile: molti protagonisti dell’epoca hanno già scontato delle pene e non avrebbero interesse a raccontare altro».
Gli ex terroristi in politica. Sergio D’Elia…
«Non ce l’ho con nessuno. Mi stupisce solo la mancata presa di distanza della cultura pubblica da certi comportamenti: c’è una passione incomprensibile per i cattivi. Sarà la cultura cattolica. Ha presente il figliol prodigo?».
Sì. Non è che rifiutare dietrologie e revisionismi, e puntare sulla teoria della non-decisione, è un modo, personalissimo, per chiudere un capitolo della sua vita?
«Il libro che ho scritto risponde anche all’esigenza di “farsi una ragione” di quel che è successo negli anni Settanta».
Si spieghi.
«Non si può passare la vita a ricordare e rimuginare. Viviamo un paradosso: tanto più quegli anni Settanta sono importanti per le nostre vite di oggi, tanto meno si riesce a comprenderli. Si dovrebbe lavorare alla costruzione di una memoria collettiva. Magari senza ricorrere a scorciatoie toponomastiche».
Malizioso. Allude al sindaco di Roma, Veltroni?
«Invece di intitolare strade…».
Lo fa con martiri di destra e di sinistra.
«…pensasse a riparare le buche, che fanno parecchie vittime. Tornando agli anni Settanta…».
La vulgata li vuole zeppi di molotov e di sampietrini. Non solo. Altri figli di leader Dc erano gruppettari. Marco Donat Cattin imbracciò le armi.
«Io no. Frequentavo i cortei, ma ero tra quelli che raccoglievano i cocci per ricostruire».
La violenza…
«A parte il fatto che le violenze di quel periodo vanno distinte una dall’altra, in quel decennio oltre alle tempeste c’erano anche le speranze: i Settanta sono gli anni delle radio libere, dello Statuto dei lavoratori, del divorzio, delle Regioni, il primo referendum sul finanziamento pubblico ai partiti…».
C’è chi in quegli anni, proprio con la morte di suo padre, individua la fine della Prima Repubblica.
«Direi piuttosto che con la sua morte venne sancita la non nascita della Seconda. Lui cercava di riformare i partiti e la politica».
Corrado Guerzoni, ex portavoce di Moro, ora eletto alla Costituente del Pd, ha detto: «Moro ha sempre rifiutato il compromesso storico».
«Per quel che ho letto e studiato io degli scritti di mio padre, Guerzoni ha ragione. Lui non credeva nell’unione tra Pci e Dc, le due realtà monolitiche. Piuttosto lottava per una reciproca legittimazione. Per arrivare a una democrazia dell’alternanza. In quel periodo, il fallimento del rinnovamento politico consolidò la condizione italiana di democrazia in condominio tra partiti senza fiducia e cittadini senza rilevanza».
Cioè?
«Il divorzio tra i partiti che non rappresentano più i cittadini e i cittadini che vogliono comunque partecipare alla politica».
Lei sin da allora si è messo dalla parte dei cittadini senza rilevanza. Perché dava la responsabilità della morte di suo padre ai partiti o per che cosa?
«La scelta precede la morte di mio padre. È del 1974. E io proseguo l’esperienza con Cittadinanza attiva ancora oggi. Tra l’altro, il Paese è cambiato, ma il conflitto di cittadinanza, che nasce in quegli anni 70, mi pare ancora vivissimo».
Parla dell’ondata di antipolitica?
«Sì, se si intende come antipolitica l’idea di poter fare a meno dei partiti per risolvere i problemi».
Il Vaffanculo day.
«Ci sono forme truculente come il grillismo. Ma che i cittadini vogliano partecipare si vede anche dal fatto che vanno in trecentomila a sentire Fini al Colosseo, che tre milioni partecipano alle primarie del Pd, che un milione scenda in piazza con la sinistra radicale. Il problema è che le agende continuano a essere diverse».
Le agende?
«Prenda la giustizia. C’è un’agenda dei partiti che è tutta fatta di rapporti tra politica e magistratura…».
Il caso De Magistris.
«Quello… e i diritti degli imputati, e il potere del pm. Poi c’è un’agenda del cittadino, che è fatta di giustizia civile con tempi e costi abnormi».
La Casta pensa ai fatti suoi?
«Più che di casta io parlerei di ceto politico privilegiato. Più sono disprezzati dai cittadini e più si aumentano i privilegi».
Moro grilliano.
«Registro una realtà».
Cambiamo discorso. A cena col nemico.
«Ci sono migliaia di persone con cui non prenderei neanche un caffè».
Con Cossiga? Per una riconciliazione.
«Non le do questa soddisfazione».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare…
«Chiunque mi propone, cancello tutti e due».
Che cosa è YouTube?
«Un motore di ricerca video. Ci ho trovato qualche vecchia canzone americana».
Ha mai digitato Aldo Moro?
«No».
Meglio così. Avrebbe riascoltato la telefonata delle Br a Franco Tritto, quando annunciano la morte di Moro. Straziante.

LINK | DIETRO L’INTERVISTA Giovanni Moro mi accoglie in un ufficio arredato in stile austerity anni Settanta. Praticamente spoglio. Tavolaccio in formica. Nulla alle pareti. È la sede di Fondaca, la sua Fondazione per la cittadinanza attiva. Quando gli chiedo qualcosa di eccessivamente personale socchiude gli occhi: «Questo non glielo dico proprio». E ribadisce: «Non ho scritto un libro su Moro». E poi: «In compenso quel libro lo sta scrivendo uno storico modernista». Ci siamo informati: si chiama Miguel Gotor. Curerà per gli Struzzi Einaudi una nuova pubblicazione delle Lettere dalla prigionia. Giovanni Moro: «È un bene che di queste cose si occupi una persona abituata ad avere tra le mani documenti storici. Aiuta a evitare nuove dietrologie o revisionismi».

Categorie : interviste
Commenti
loredana 19 maggio 2012

Mi piacerebbe sapere di più sul caso Moro ,ad esempio ..l’ultimo viaggio in America da dove Moro rientrò prima del previsto ,e dell’incontro avuto in quella occasione con Kissiger .

alfonso falcone 8 marzo 2013

desidero essere contattato telefonicamente dal sig. Giovanni Moro. Sono un disabile con problemi di salute(OPERATO DI ASTROCITOMA TUMORE DEL CRANIO) vi prego aiutatemi grazie Alfonso Falcone

Alessandro Viduat 20 marzo 2013

Perchè il figlio di Aldo Moro parla di dietrologia??Mi sembra voglia rimanere ancorato ad una verità di comodo.Forse per potersi illudere che non esiste una verità complottista?Purtroppo in molti documenti quello che emerge è proprio una realtà diversa da quella accertata durante lo svolgimento dei processi.Non a caso Maria Fida si è voluta quasi distaccare dal resto della famiglia(la conferma è di non aver partecipato al funerale della mamma).

Massimo Giacconi 2 ottobre 2014

Salve
se fosse possibile da parte del sig. Giovanni Moro un commento sull’episodio del treno italicus .grazie

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