Gianni Morandi (Magazine – dicembre 2007)

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C’è la signora bionda, avvolta in uno sciarpone, che lo ferma per strada, commossa. «Gianni, ti ho visto ieri in tv, stamattina ti ho pensato e ora ti incontro. Che meraviglia». È commossa. C’è la stilista che si getta sul tavolo accanto al nostro divanetto. A pelle di leopardo: «Gianni, ti ricordi? Cinque anni fa hai lavorato con mia sorella Livia. Aspetta che la chiamo e te la passo». E poi c’è Carlo. L’ultimo di una serie di fan felpati che si avvicina per chiedere una foto da conservare sul telefonino. Carlo avvista Gianni dalla vetrina dell’albergo che dà sulla strada. Si ferma. Lo indica, incredulo. Entra nell’hotel. Si piazza davanti al mio registratore e comincia a cantare: “Uno su mille, ce la faaaaaa”. A squarciagola. Poi l’abbraccio. Gianni Morandi, 63 anni, è il fratello d’Italia. Oggi non suscita deliri. È una star rassicurante. Ha una parola e un sorriso morbido per tutti: nonne, donne («Oh, ce ne sono anche di bellissime»), ragazzi. «Vado fortissimo tra gli extracomunitari ». Stai un minuto con lui e ti rendi conto di quanto fosse assurda la pretesa di Diego Cugia, autore del suo ultimo show televisivo, di «incattivire» Gianni Morandi. Figlio di un calzolaio comunista che viveva in un comune democristiano, ai tempi di Peppone e Don Camillo. Star cine-musicale nell’Italia del boom. Barricato in casa, e un po’ abbandonato a se stesso, durante gli «anni di piombo». Riemerso in tv negli anni Ottanta dell’edonismo. Nei Novanta ha scritto una scena clou del teatrone della politica, duettando col premier Massimo D’Alema: «C’era un ragazzooo…». Ora è uscito Grazie a tutti, raccoltona un po’ furba (come tutte le raccoltone) delle sue 50 canzoni più belle.
Morandi, la sua storia è la storia del Paese.
«Ha presente Forrest Gump? Ecco, come lui, io quella storia l’ho attraversata, ma non l’ho determinata».
Non si butti giù.
«Non sono un autore, nemmeno un grandissimo interprete. Ma è andata comunque alla grande».
È in vena di bilanci: l’errore della vita?
«Non aver detto a Mina che ero innamorato di lei».
Scherza?
«Be’, insomma. Quando l’ho conosciuta mi piaceva da pazzi. Una femmina incredibile. Bella, morbida. Nel ’66 girammo insieme il film Per amore… per magia».
Non un gran film.
«Non venne benissimo. Durante le riprese uscì la notizia che mi ero sposato. Mina mi disse: “Così giovane? E non mi dici niente?”. Come dire…».
Se si fosse fatto avanti.
«Era un’attrazione vera. Di quelle da pensarci quando sei da solo a casa. Ricordo il suo abbraccio, quando vinsi Canzonissima nel ’69: lì per lì volevo che non finisse mai».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«La fece il mio manager Paolo Lionetti, un ex arbitro di pugilato romagnolo prestato al mondo della musica».
La scelta…
«Nel 1962, quando Celentano mi chiese di entrare nel suo Clan, Lionetti mi disse che con Adriano non sarei mai stato il numero uno. E così rifiutai. Poi, nel 1964 mi impedì di fare I pugni in tasca di Marco Bellocchio».
Perché?
«Bellocchio era venuto da me con un mazzo di foglietti su cui aveva disegnato tutte le scene del film. Il mio manager fu lapidario: “Tu sei quello che canta Fatti mandare dalla mamma, se accetti la parte di uno che la mamma la butta in un dirupo, ti sparo alle gambe”».
Il suo manager le consigliò anche di non sposarsi.
«Per non deludere le fan».
Lei si sposò comunque, a 22 anni, con Laura Efrikian, attrice/collega nei musicarelli, i film con cui lanciava le sue canzoni.
«E la popolarità tra le fan aumentò: quando facevo il militare organizzavano i torpedoni per salutarmi all’uscita della caserma. Anche oggi sembrano disposte a tutto. Ti vedono sul palco…».
Ne ha mai approfittato?
«Mai. Che soddisfazione ci sarebbe? Ma lo sa che recentemente una si è infilata nel bagno di un ristorante e mi ha chiesto se mi poteva fare una foto mentre facevo pipì?».
Paparazzatissimo?
«Per fotografare le mie prime nozze uno si nascose tutta la notte in un confessionale. Un altro, quando perdemmo la prima figlia (a sole otto ore dalla nascita), si travestì da frate e si presentò nella stanza della clinica con una macchina
fotografica nascosta nel messale».
Un inferno.
«Di privacy non si parlava mica. Uno di questi fotografi mi perseguitava. Diceva: “Morandi fa il comunista con un milione al giorno”».
Guadagnava così tanto?
«Non saprei quantificare. Ma, insomma, se un mio disco andava male vendeva trecentomila copie. Le tasse poi…».
Che cosa?
«Non si facevano fatture. Ci si arrangiava».
Ma lei “faceva” il comunista?
«Era uscita la storia di mio padre, Renato, diffusore dell’Unità a Monghidoro, il nostro paese d’origine. E poi non ho mai nascosto le mie simpatie. Nel ’66 uscì pure C’era un ragazzo».
Un pezzo contro la guerra in Vietnam. Un’operazione per farsi accarezzare dal vento pacifista?
«La canzone non nasce per me. La melodia la portò un ragazzo, Mauro Lusini, al mio produttore, Franco Migliacci. Franco si mise lì e, in cinque minuti cinque, scrisse il testo e confezionò il brano. Meraviglioso. Pretesi di cantarlo. Migliacci diceva: “Ma tu che c’entri col Vietnam? Tu sei il cantante delle mamme”».
Le mamme: la sua condanna.
«Alla fine lo convinsi. Per fortuna. Sa chi è l’unico a cui non piace C’era un ragazzo?».
Chi?
«Francesco Guccini. Un giorno gli ho detto: “Pensa che bello: nello stesso anno, il ’66, io cantavo C’era un ragazzo e tu Dio è morto”. E lui, arrotando la erre: “Cavo Movandi, ma la tua era una cagata”».
Orgoglio di cantautore. Ha mai pensato di fare il cantautore impegnato?
«No».
Neanche quando negli anni Settanta scivolò nel pozzo dell’insuccesso?
«Ero viziato dal fatto che da subito avevo avuto una squadra di autori di serie A: Migliacci, Bacalov ed Ennio Morricone. E poi diventare cantautore perché “tirava” sarebbe stata una paraculata. E non avrebbe funzionato».
Vabbè, ma mentre nel Paese volavano le molotov lei cantava: “Quel canarino si è ferito e non lo lascio qua, lo prendi papà?”.
«Non sapevo più che pesci prendere. In quel periodo per riempire le giornate mi iscrissi al conservatorio».
A trent’anni suonati?
«Sì. Per entrarci dovetti fare le scuole serali».
Perché?
«Serviva la licenza media. E io avevo la quinta elementare».
Come, scusi?
«Dopo le elementari ero entrato a bottega da mio padre».
Una curiosità: se le do un paio di scarpe le sa riparare?
«Certo. Ma poi lasciai suole e tacchi per cantare. La prima esibizione ufficiale risale ai miei tredici anni: facevo il bambino prodigio in bermuda con l’Orchestra Scaglioni di Bologna. Presi 500 lire. Dopo i primi successi cominciarono a presentarsi le fan a bottega. Dissi a mio padre che non era il caso che mi vedessero mentre cucivo tomaie».
Torniamo al suo decennio nero: 1972-1981.
«Furono anni di compromessi».
Si fece passare pure per socialdemocratico.
«Ero scomparso dalla scena. In tv non mi ci volevano più: una comparsata a Discoring era un miraggio».
E quindi?
«Un impresario romano mi disse: “Se annamo a fa’ ’na cosa a Portici, ar congresso dei socialdemocratici, m’ha detto ’n’amico che ce piazza nel programma”. Andai, ma servì a poco».
Niente comparsata?
«Non attraverso i socialdemocratici. Dovemmo sganciare una mazzetta».
A metà anni ’80, di nuovo il successo: in tv con gli sceneggiati, a Sanremo con Si può dare di più.
«Rientrai nelle case degli italiani».
Ci fu anche una storiaccia di droga?
«Accuse che caddero in due giorni. Biagi mi chiamò per un’intervista. Rifiutai, dicendogli: “Lei mi insegna che la smentita è una notizia data due volte”».
Altro decennio, altre polemiche: nel 1999 lei invitò D’Alema alla sua trasmissione C’era un ragazzo. Un’operazione molto di Palazzo.
«Ma quale operazione! Abbiamo un amico in comune, Sandro Portaccio. Ho conosciuto D’Alema a Gallipoli».
Certo, certo.
«Uno degli autori, Michele Serra, era contrario a quell’invito. Sono stato io a insistere, per amicizia. E poi D’Alema era premier».
A cena col nemico.
«Non considero nemico nemmeno Berlusconi».
Ci cenerebbe?
«Ci ho cenato nel ’92. Sapeva tutto di me: lavoro, famiglia. Su certe cose non si batte. Sulla comunicazione è pazzesco. Detto ciò il suo ostinarsi a restare in politica è assurdo».
Lei ha un clan di amici?
«Poco famosi: Ottavio, Celeste, Dino… Tra i più noti Lucio Dalla».
Le tre canzoni irrinunciabili.
«Futura di Dalla, Io che amo solo te di Sergio Endrigo e la Cura di Franco Battiato. Battiato è fuori concorso».
I tre libri?
«Ho letto sette volte L’idiota di Fëdor Dostoevskij. E sul comodino ho le Lettere a Lucilio di Seneca. Un libro che ti riempie».
Cultura generale. Chi canta: “Non sono ridotto al lastrico / entro in banca con un kalashnikov”?
«Boh».
Fabri Fibra.
«Lo stavo per dire. Davvero. Mio figlio Pietro, di 10 anni (avuto da Anna Dan, gli altri, Marco e Marianna figli di Laura Efrikian, hanno fatto di Morandi un nonno quadruplo ndr), qualche giorno fa si è presentato a casa cantando: “Applausi per Fibra, Fibra, Fibra”».
I confini dell’Afghanistan?
«L’Uzbekistan? Nella capitale, Tashkent, nel 1983, toccai con mano il socialismo reale».
Come andò?
«Da elettore del Pci, traballai».
Il Pci le ha mai proposto di fare politica?
«Una volta mi hanno chiesto di fare il sindaco di Mentana, un comune vicino Roma. E mi hanno offerto di candidarmi alla Camera. C’era uno slogan pronto: “Da venti anni con la faccia pulita”».
Parliamo di venti anni fa. Oggi…
«Ci ho pensato spesso. Ma alla fine il ruolo di intrattenitore, di quello che fa star bene le persone con la sua musica, mi appaga».
Se arrivasse la candidatura col Partito democratico…
«Ma se non riesco nemmeno a coordinare la nazionale cantanti… Poi mi sembra che ci sia un po’ di confusione sulle identità. L’attuale classe dirigente pensa più a unirsi per vincere che non al benessere dei cittadini».
Morandi antipolitico. Di nuovo specchio del Paese.
«Uno come Berlinguer almeno dava la sensazione di occuparsi della gente. Ora fa impressione vedere come, dopo l’uscita e il successo di un libro di denuncia come La Casta, nella politica italiana non cambi nulla».

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Commenti
Antonella 8 luglio 2014

Non capisco come mai non riesci a parlare bene di Laura, è una donna con la D maiuscola e tu sembra che rinneghi quello che c’è stato tra voi. Sono una tua fan da sempre ma questo lato tuo non mi piace.Non capisco, una storia d’amore con tre figli, vai a capire quello che ti passa in testa. Laura è sempre Laura e forse hai perso tu senza lei.

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