Don Luigi Verzé (Magazine – novembre 2007)

1 commento

La stretta di mano è davvero pretesca. Di quelle soffici, per nulla robuste. Ma come apre bocca, Don Luigi Verzé, 87 anni, ti fa capire che l’energia la mette altrove: poche cautele e scarsissima voglia di piegare le sue idee a chicchessia, fosse anche il Vaticano. Nessun timore di risultare antipatico. Appollaiato su una poltroncina dorata, nello studio al pian terreno dell’Università Vita-Salute, di cui è rettore, il fondatore dell’Istituto ospedaliero San Raffaele, che prende il nome da Rafael (in ebraico “Dio guarisce”), spara bordate sui baroni universitari e incita la Chiesa a non farsi lasciare indietro dalla società. Al suo portavoce, che fa capolino, chiede: «Non avevamo detto basta con le interviste?». Nato nel ’20, sacerdote dal ’48, amico di Fidel Castro (che di Verzé ha previsto la canonizzazione) e di Bettino Craxi (che Verzé cercò di riportare in Italia per dargli cure adeguate), Don Luigi, ha costruito ospedali e centri di ricerca in tutto il mondo (Brasile, India, Cile, Uganda). È uno che ha fatto l’esame di maturità con la medaglietta della Madonna Miracolosa in bocca, che ha avuto come padri spirituali un santo (Don Giovanni Calabria) e un beato (il cardinale Ildefonso Schuster), e che quando gli si chiede come facciano i suoi Istituti a reggere i milioni di debiti, sospira dicendo che ci penserà la Provvidenza. A chi gli rinfaccia gli abusi edilizi, replica che il San Raffaele fa servizio pubblico. Detto ciò Verzé è anche il sacerdote-manager (o Sua Sanità o il prete-padrone, come lo chiamano i maligni) che un anno fa durante il dibattito sull’eutanasia, in pieno caso Welby, raccontò d’aver staccato la spina a un amico. Benedetto XVI rispolvera la Messa in latino, lui nei suoi libri (gli ultimi: Pelle per pelle e Io e Cristo) suggerisce alla Chiesa di discutere di procreazione assistita, sacerdozio femminile e contraccezione.
Don Verzé, la Chiesa si sta arroccando?
«Diciamo che se non consentiamo a tutti di accostarsi a Cristo e di discuterlo, il Cristo non serve».
Addirittura?
«La Chiesa è la consapevolezza di tutti che il logos si è fatto carne…».
Traduciamo: Dio si è fatto uomo.
«… e ha vissuto tra noi. Punto. Le prescrizioni e quelle altre cose non c’entrano».
Si spieghi meglio.
«La Chiesa non può fare di Cristo un tesoro da mettere in cassaforte. Per poi perdersi nelle legislazioni morali: questo sì, questo no…».
La ricetta di Don Verzé?
«La Chiesa salvaguardi i principi. Ma mi piacerebbe che la teologia, la morale, la dogmatica venissero prese in mano anche dai laici per discuterne in libertà. La Chiesa potrebbe e dovrebbe dire la sua».
Il Vaticano sarà entusiasta della proposta.
«Se non si muove, la Chiesa perde l’umanità. La società cammina, va avanti e la Chiesa la rincorre. È un Peccato grande. Ma non voglio fare questa predica… Mica userà queste frasi per l’intervista?».
Direi di sì. Perché c’è così tanto timore di parlare in libertà di questi temi?
«Mi sta dando del codardo?».
Anzi. I vescovi che non sono d’accordo con Ratzinger sulla Messa in latino lo hanno detto solo a mezza bocca. Lei invece nel suo libro Pelle per pelle ha indicato dieci punti…
«Rosmini indicò le cinque piaghe della Chiesa, io i dieci punti».
I dieci punti che il successore di Wojtyla avrebbe dovuto affrontare. Al punto 7, scrive: «Il nuovo Papa è atteso a rivedere coraggiosamente le decisioni su celibato del clero, sacerdozio femminile, contraccezione…».
«Sono contro il relativismo morale, ma bisogna parlare di questi temi».
Parliamone. Il celibato…
«Non è un dogma. Nel sud del mondo la difficoltà a mantenere la cosiddetta castità è immensa. Il sesso…».
Il sesso…
«È vero che l’uomo non è solo sesso. Però l’uomo è anche sesso. E il sesso traspira da tutti i pori dell’uomo. Soprattutto dove fa caldo e si suda. Allora non si può imporre il celibato ai sacerdoti. Lo si può solo proporre».
E il sacerdozio femminile?
«È un discorso di gusto. Perché non concedere alle donne l’amministrazione dei sacramenti? In alcuni casi già succede. Le dirò di più».
Dica.
«Ho fondato un movimento che si chiama “medicina sacerdozio”. Sono con chiunque faccia medicina con spirito sacerdotale. Punto a curare l’uomo, non la malattia. E come uomo intendo l’uomo integrale: fatto di corpo, spirito
e intelletto. L’Università, e la Facoltà di filosofia del San Raffaele, sono nate per portare avanti questo umanesimo integrale».
Il primo preside è stato Massimo Cacciari.
«Ormai Cacciari è la mia voce».
Sintonia totale?
«Qualche giorno fa, a Cesano Maderno, sede della Facoltà, ha tenuto una lezione sui corsi e ricorsi storici. Be’, a chi era lì l’ho già detto: “Se io fossi Papa, oggi, quel discorso di Cacciari sarebbe la mia Enciclica”».
Cacciari probabilmente negli anni Settanta l’avrebbe contestata, come la contestarono i ragazzi della sinistra extraparlamentare che arrivarono a occupare il San Raffaele: temevano un’Università di medicina intrisa di fideismo cattolico.
«Convocai dodici di quei contestatori per un confronto».
Dodici, come gli apostoli. Li convinse?
«Gli dissi che non mi interessava che recitassero ogni sera il rosario. L’importante era che divenissero uomini onesti e bravi medici, e quindi naturalmente cristiani, come scriveva Tertulliano. Il problema non erano gli studenti…».
Ma?
«I baroni universitari. Avevano capito che il San Raffaele sarebbe stato il luogo da cui partiva la guerra a favore dell’autonomia e del merito. Il San Raffaele è stato cacciato da Roma per questo».
Lei ha sempre detto che era stata Rosy Bindi, allora ministro della Sanità, a costringerla a vendere sotto costo il San Raffaele romano.
«Bindi è stata il bastone di altri manovratori, affaristi e universitari. Se il Signore mi dà un altro po’ di intelletto vorrei scrivere un libro sull’Università».
Nel frattempo sta per aprire una casa editrice.
«Abbiamo tanti uomini colti, gli vogliamo dare uno strumento in più per esprimersi».
Il suo ipotetico libro sull’Università: punto 1.
«Via il valore legale della laurea. E poi riduzione dello stato giuridico dei docenti universitari. Torniamo all’Università medievale: a Bologna erano gli studenti a scegliere e pagare i docenti. Se non andavano bene… Basta con questi prof eterni. Ma le pare giusto che i giovani ricercatori debbano stare lì ad aspettare il turno?».
Ovviamente, no.
«Da noi questo non succede. Io non mi faccio sfuggire un giovane. Ora, con la collaborazione di Harvard e di altre Università, sto organizzando una specie di gemellaggio. Dai giovani, però mi aspetto che abbiano più coraggio nel fare le cose. Berlusconi oggi ci insegna che bisogna avere coraggio nel rifondare…».
Si riferisce al nuovo Partito delle Libertà?
«Lo chiami come vuole. Io è da due anni che insisto».
A fare che cosa?
«A dire a Silvio: “Liberati di quelli”».
Quelli chi?
«Lasci perdere. Gli dico: “Vai da solo. Perché le cose vanno condotte da chi ha carisma. E tu ce l’hai perché sei un innovatore e non hai interessi”».
Veramente a Berlusconi si rinfaccia il contrario: di averne troppi di interessi, in conflitto tra loro…
«Avendo lui carisma, dovrebbe andare da solo. Nudo, come Giobbe».
Walter Veltroni ce l’ha il carisma?
«È tanto tempo che gli dico: “Preparati, preparati”».
Allora è vero che lei ha tutti amici super big: santi, beati, Castro, Berlusconi, Veltroni… Nella sua clinica c’è pure un bel viavai di vipponi.
«La maggior parte dei nostri pazienti sono persone normalissime. Il 90% di quelli che vengono al San Raffaele sono convenzionati con la Sanità pubblica».
Per una risonanza magnetica si aspetta più di un anno.
«Non mi pare. E comunque, qui distribuiamo salute, una salute vera, e quindi c’è la fila».
Il San Raffaele: prestazioni ottime, ma conti in rosso.
«L’aritmetica è roba per voi altri mondani. E poi i debiti qui sono del socio di maggioranza, Dio. Io non ho mai avuto di queste preoccupazioni».
Però spende: auto e aerei privati, macchinari da milioni di euro. Si dice…
«Guardi. A me queste cose non interessano. Io mi sento onnipotente».
Come, scusi?
«Stia attento a quello che dico. Non sono allucinato. Io mi sento al di sopra della mediocrità del desiderio. Perché mi sento amato da Lui. Io non amo le cose: le utilizzo perché gli altri uomini ne hanno bisogno. Anche perché io non accetto che un malato sia malato. E ricorro a tutti i mezzi perché non lo sia più».
Come nasce la sua vocazione? È vero che ebbe una prima illuminazione a otto anni?
«Sì. Sulle scale di una cantina. Mentre giocavo a nascondino con i miei fratelli».
Suo padre Emilio, proprietario terriero nel veronese, non accettò mai la sua decisione di farsi prete.
«Cercò di ostacolarmi in tutti i modi. Da ragazzino mi organizzava incontri casuali con le compaesane di Illasi. Poi il giorno in cui decisi di seguire Don Calabria…».
Il sacerdote veronese “dei poverelli” che Papa Wojtyla volle santo…
«… mio padre mi sbarrò la porta di casa, gettò il portafogli sul tavolo disse: “Se ti fermi l’eredità sarà tutta tua, altrimenti non avrai nulla”».
Alla fine la diseredò. L’idea del San Raffaele…
«Il mandato di Nostro Signore è questo: andate, insegnate, guarite. Sono partito da qui».
Già. Ma poi?
«Una volta, siamo nei primi anni Cinquanta, portai il cardinale Schuster a vedere l’ospedale di Negrar dell’Opera di Don Calabria. Mi disse: “Anche nella mia diocesi, a Milano, occorre un ospedale per i borghesi”. E la mattina del
12 ottobre 1950 Don Calabria mi salutò dicendomi: “A Milano sorgerà una grande opera che farà parlare di sé l’Europa intera”».
C’era anche chi la contrastava. Il Cardinal Montini, che poi divenne Paolo VI, nel 1961 le disse: «Torni a fare il prete a Verona».
«Montini, che all’inizio mi aveva incoraggiato, subì le pressioni della curia, che mi era ostile. Gli risposi che negarmi la possibilità di andare avanti col progetto del San Raffaele era come negare il mio sacerdozio. Abbiamo finito?».
Mancano poche domande.
«Guardi, io spero che il San Raffaele continui la sua opera anche dopo di me. Spero diventi una rottura con il passato e che contribuisca a portare l’uomo a un livello di vita sana. Che faccia crescere l’uomo modello, l’uomo completo…».
Tre libri per l’uomo completo?
«Quattro: i Vangeli».
La musica…
«Tutta. Ma Giuseppe Verdi su tutti. Mio padre me lo ha fatto amare sin da bambino».
Ci andrebbe a cena con Rosy Bindi?
«Non la vedo come una cosa utile. Ma se domani la Bindi avesse bisogno del San Raffaele le nostre porte sono aperte».

Categorie : interviste
Commenti
Gianfranco A Giorgi 2 febbraio 2014

Se il testo della intervista è veritiero ciò che dice Don Luigi Verzé é molto onesto. Il giornalismo, spesso di parte anche pericoloso e insincero ma anche necessario, esalta spesso coloro che si impongono alla scena del mondo per tornanconti spesso utilitaristici e quasi sempre sleali.
Don Verzé ha intuito che nella vita bisogna decidersi, prima o poi, se si vuol stare con gli uomini o con Dio. Solo stando con Dio, alla fine, si riesce a non fare del male alla Umanità. Purtroppo, forse non lo si vuol vedere perché può farmi comodo e anche male, ma ogni vivente, nel suo divenire, ha comunque sempre un quid di responsabilità in quello che viene definito mondo globale.

Lascia un commento