Oliviero Diliberto (Magazine – settembre 2007)

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Oliviero Diliberto, leader del Pdci, divide la sua vita politica alternando l’identità di guardiano dell’ortodossia rossa, a quella di gran pompiere spegni crisi e ingoia rospi. Lui definisce se stesso un comunista responsabile. È anche professore di Diritto romano e bibliofilo raffinato. Ha 50 anni. Età festeggiata dai redattori dell’organo del suo partito con due pagine apologetiche degne di Kim Il Sung, l’ex «presidente eterno» della Repubblica popolare democratica coreana. Diliberto, che in quella Corea del Nord ha dichiarato di aver ricevuto i migliori massaggi della sua vita, ha conosciuto il suo momento di maggior gloria mediatica qualche mese fa, quando sui divanetti di Matrix ha replicato colpo su colpo all’anticomunismo di Berlusconi, arrivando persino a correggerlo per una citazione sbagliata in latino. In quell’occasione, la moglie, Gabriella Serrenti, a fine trasmissione gli saltò al collo dalla gioia. Lei lo segue ovunque, e lui ricambia: «Sono Gabriella dipendente».
Nel 1998, nel tentativo di salvare il governo Prodi, il compagno Oliviero diede vita ai Comunisti italiani, costola scissionista e responsabile, appunto, di Rifondazione Comunista. Il tentativo non riuscì. Ma lui ottenne (il nesso causa-effetto è vulgata dei maligni) il ministero della Giustizia. Primo comunista con questo incarico dopo Palmiro Togliatti. Ora, alla vigilia di un autunno che si preannuncia piuttosto caldo, Diliberto ha già detto che sarà presente alla manifestazione del 20 ottobre contro la «deriva centrista» del governo e ha lanciato una campagna in difesa dei precari.
Vuol dire che è pronto a rompere?
«Noi siamo qui per condizionare le scelte di Prodi».
Non sembrate riuscirci molto.
«Si scorda i 350.000 precari della Pubblica Amministrazione che verranno messi in regola. Il mio partito ha il 2,3%. Sarei cretino se pensassi che il governo fa solo quello che dico io. Ma la sinistra…».
…parliamo di Prc, Verdi, Pdci e sinistra dei Ds…
«Sì. Abbiamo 150 parlamentari».
Che sulla riforma delle pensioni si sono già divisi.
«È stato un passo falso».
Un rospo che rifiuterebbe di ingoiare?
«Se l’Italia venisse coinvolta in una guerra…».
Quella in Afghanistan è una guerra.
«Intendo una guerra guerreggiata».
Gino Strada e molti suoi colleghi della sinistra la considerano tale.
«La presenza italiana in Afghanistan è una ferita».
Che evidentemente lei può sopportare. Nel ’99, durante la guerra in Kosovo, insieme con Cossutta minacciaste per mesi l’uscita dal governo, ma poi…
«Non nascondo che eravamo a disagio».
Nichi Vendola disse: «Prendono le distanze dalla guerra, ma non dalle poltrone».
«Ai ministeri non ci tengo e non ci terrò in futuro. Ho fatto il Guardasigilli per 18 mesi, i più terrificanti della mia vita».
Esagerato.
«Ogni giorno dopo aver letto i giornali pensavo: “Quanti casini avrò oggi, senza il potere per risolverli?”».
Da ministro andò alle Seychelles, al Plantation Club, con due uomini di scorta. Giampaolo Pansa scrisse: «Sei scortato? Vai a Sabaudia».
«Sarebbe costato di più, perché a Sabaudia avrei avuto sei uomini al seguito. Comunque se da anni mi si rinfaccia sempre lo stesso episodio vuol dire che sono proprio una brava persona».
Le si rinfacciano anche molte sparate sopra le righe: «Al Billionaire ci andrei solo imbottito di tritolo».
«Una battuta. Volevo marcare la distanza da quel mondo che inquina la mia Sardegna».
Un mondo che porta qualche soldo e un po’ di lavoro ai sardi.
«Soldi? Non credo proprio. E poi quello stagionale non lo considererei lavoro».
Altra sparata: «Bush ha le mani che grondano sangue».
«Confermo».
Anche Prodi ha stretto la mano al presidente Usa.
«Il premier stringe mani che magari da privato cittadino non stringerebbe. Io, a Bush non gliela darei la mano».
Andrebbe a vivere più volentieri nella Cuba di Fidel Castro o negli Stati Uniti di Bush?
«A Cuba, ovviamente. E sono fiero di aver visitato tutti quelli che l’amministrazione Bush considera Stati canaglia: Siria, Cuba, Corea del Nord…».
Il Canaglia Tour.
«L’Europa non li considera Stati canaglia».
Un altro rospo che Diliberto non ingoierebbe mai?
«Ho letto che il ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni tifa per la parificazione tra scuola pubblica e privata. Su questo punto rompiamo».
La mancata realizzazione di una legge sulle unioni di fatto sarebbe motivo di rottura?
«Inutile essere ipocriti. Un pezzo significativo della maggioranza, quella legge non la vuole».
Walter Veltroni, candidato leader del Partito democratico, vi ha chiamati «la spinta conservatrice della coalizione».
«Berlinguer diceva che i comunisti sono conservatori e rivoluzionari. Conservare diritti conquistati è una cosa positiva. E non considererei riformisti quelli che i diritti vogliono ridurli».
Enrico Letta ha detto: «Governiamo con Diliberto. Facciamo fatica, ma è quello che ci hanno chiesto gli elettori. Poi vedremo».
«Grazie Letta. In pratica dice che contiamo qualcosa».
Si accontenta di poco.
«Oggi non mi pare che ci siano le condizioni per la rivoluzione proletaria. Cerchiamo di condizionare le scelte di una coalizione a maggioranza moderata. L’alternativa quale è?».
Togliere l’appoggio a Prodi?
«E scendere in piazza con le bandiere rosse mentre gli altri fanno il cazzo che gli pare? No, grazie. E poi io la responsabilità di far tornare Berlusconi non me la prendo».
Paura di un altro ’98?
«Il ricordo del ’98 è un bel condizionamento».
Vi fa ingoiare di tutto. Veltroni non esclude che il Pd possa correre da solo alle elezioni. Rutelli ipotizza nuove alleanze.
«Se, come sembra, cambierà il sistema elettorale, probabilmente nascerà un grande centro e il Pd farà un accordo con l’Udc o con Forza Italia. La sinistra farà la sua parte».
Da bibliofilo, il libro che regalerebbe a Veltroni?
«Vita di Galileo, di Bertolt Brecht. La storia di un uomo che non si è arreso».
Veltroni si è arreso?
«Nell’idea tutta centrista del Pd c’è la sconfitta e la resa della sinistra. Il Pd non ha un ceto di riferimento. Non ha un sindacato di riferimento. Ha solo una qualche accondiscendenza verso Confindustria».
Un volume per Bertinotti?
«Una antica edizione del Don Chisciotte».
Lo stesso regalo che gli ha fatto il Subcomandante Marcos.
«Io l’ho letto dopo la caduta di Pinochet. Quando ho scoperto che il primo provvedimento del dittatore cileno era stato proibire quel libro perché insegnava la libertà».
La sua amicizia librocentrica con Marcello Dell’Utri?
«È un fraintendimento».
Cioè?
«Non siamo amici. Ci saremo visti tre volte».
Avete confrontato le vostre raccolte?
«No. Farlo mi provocherebbe troppa invidia di classe. Lui si può permettere libri che io posso solo sognare. Il reddito conta».
Il libro per conquistare una donna?
«Dante Alighieri, il passaggio di Paolo e Francesca…».
A una donna regalerebbe l’Inferno?
«Per conquistare una donna serve più l’Inferno che il Paradiso».
Ecco il Diliberto seduttore.
«Fama immeritata».
Lo dice con tono sospetto.
«Sono strafedelissimo».
Quando nasce la sua passione per i libri?
«Da bambino. In casa di mio nonno che era disegnatore di mappe catastali. Ricordo ancora l’odore delle chine e delle pergamene».
E la passione per la politica?
«A tredici anni. Quando all’ingresso del liceo mi diedero in mano un volantino di un gruppo marxista leninista. Era il 1969».
Diliberto è stato gruppettaro?
«No. Mi iscrissi alla Fgci».
Poi lei sposò Delia Cardia, figlia di un leggendario dirigente del Pci sardo. Una carriera facilitata?
«Direi proprio di no. Ci siamo separati nel 1989 e io sono diventato deputato nel ’94. Negli anni 80 mi sono dedicato all’università. Poi all’inizio degli anni 90 dovetti scegliere…».
Che cosa?
«A 35 insegnavo a Cagliari e a Parigi. Facevo una vita meravigliosa. Mi chiamò Cossutta per chiedermi se volevo entrare nel gruppo dirigente di Rifondazione. Accettai. Parigi, addio…».
Ha litigato con Cossutta, il suo padrino politico, per colpa della candidatura della figlia Maura.
«Ho fatto rispettare lo Statuto del partito che prevede un massimo di due mandati».
Lei li ha superati abbondantemente.
«Lo Statuto prevede una eccezione per il Segretario e per il Presidente».
Diliberto è professore di Diritto romano alla Sapienza, segretario di partito e deputato. Non potrebbe liberare qualche posto?
«Faccio il professore gratuitamente».
La cattedra potrebbe andare a qualche ricercatore.
«Se me ne andassi io, i miei studenti verrebbero dirottati sulle altre cattedre. Comunque confido di non fare il segretario per molto tempo».
Bertinotti potrebbe essere il leader della futura sinistra unita?
«Indicai il suo nome già un paio di anni fa. Per poco non mi impiccavano».
In che senso?
«A Cossutta quella scelta non piacque: fece confezionare da Rinascita un articolo contro di me».
Un pezzo contro il Segretario sull’organo del partito?
«Quando lo venni a sapere andai da Cossutta. Gli dissi che se usciva l’articolo avrei proposto di sostituire il direttore cossuttiano Gianfranco Pagliarulo».
Come andò a finire?
«Quel numero di Rinascita non è mai uscito. Le copie sono andate al macero».
Allora il nomignolo Diliberija (da Lavrentij Berija, capo della polizia politica sovietica) è meritato.
«Ma no. Quello me lo diede affettuosamente il trotzkista Franco Grisolia».
Quando era lei il direttore, si narra autoritario, di Rinascita.
«Io presi la direzione dopo la scissione dei comunisti unitari di Sergio Garavini, Lucio Magri e Luciana Castellina. Quando arrivai la redazione era tutta castelliniana».
Cacciò quei redattori?
«No. Diciamo che i pezzi di politica non li facevo fare a loro. Un direttore deve dirigere».
A cena col nemico?
«Con Alfredo Biondi, un senatore azzurro, gaudente, che sa stare bene a tavola».
Da antibushano. Negli Stati Uniti, Barack Obama o Hillary Clinton?
«Obama. Sarebbe dirompente».
Le 5 cose che vorrebbe?
«Ne dico due: la serenità. E una prima edizione delle opere di Giordano Bruno».
Delete. Francesco Rutelli o Francesco Caruso?
«Sono entrambi numeri che non mi interessano».
Pietro Ingrao o Giorgio Napolitano?
«Cancello Napolitano».
Oltraggio al Quirinale.
«Il Quirinale ha un centralino. Ingrao no».
Veltroni o Bertinotti?
«Tengo Bertinotti».
D’Alema o Pecoraro Scanio?
«Cancello Pecoraro».
E l’unità a sinistra?
«Quello del ministro degli esteri è un numero più utile».
Stefania Prestigiacomo o Mara Carfagna?
«Tengo Carfagna, mi piace di più».
Veltroni ha detto che Prestigiacomo è una delle persone della CdL con cui dialogare.
«Ci divide anche questo».
Cultura generale. Quanto costa un pacco di pasta?
«La domenica vado a fare la spesa».
E…?
«Boh, un euro e venti?».
Circa. Se le dico 50cent a che cosa pensa?
«L’equivalente di… Non lo so».
È un rapper. I confini della Grecia?
«Albania, Bulgaria, Turchia e Romania».
Romania no. Macedonia.
«Quando ho studiato geografia la Macedonia non era un Paese autonomo».
Un gioco per il bibliofilo. Riconosca il libro dal suo incipit. Molti anni dopo…
«…di fronte a un plotone di esecuzione il colonnello Aureliano Buendia si ricordò… Gabriel García Márquez Cent’anni di solitudine».
Un altro: «L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti».
«Non lo conosco».
Il giorno della civetta di Sciascia. Ultimo: «Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori…».
«Sembra rischia tutto. Non ricordo».
Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia… Il prossimo sarà un inverno di astratti furori?
«Astratti no. Saranno furori molto concreti».
Con annessi concreti rospi da ingoiare.

LINK:
Incontro Diliberto ad Alghero, nello studio legale di Elias Vacca , deputato avvocato del Pdci. Prima di cominciare, il Segretario mi racconta della trattoria che ha scovato in campagna dove il porcetto è squisito. Inizia l’intervista. Vacca entra ed esce dalla stanza. Gabriella, la moglie di Diliberto, va dal parrucchiere e torna corvina. Enrico Borellini, il portavoce, ogni tanto fa capolino. Quando arriviamo alle domande di cultura generale mi accorgo che Diliberto viene distratto da qualcosa dietro di me. Mi giro. Borellini sta facendo il due con le dita. Gli chiedo? «Ma che suggerisci?». E Diliberto: «Tra l’altro il latte costa un euro e mezzo, non due». E Borellini: «Io prendo quello Alta qualità». In ogni caso, domanda annullata.

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