Enrico Letta (Magazine – agosto 2007)

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Forse lo ha fatto per strapparsi di dosso il mantello da eterno enfant prodige della politica italiana. O forse perché, dopo aver denunciato per anni la gerontocrazia nostrana, gli sembrava assurdo che non ci fosse un contendente under 50, di peso, alla leadership del Partito Democratico. Fatto sta che Enrico Letta, 41 anni, cauto e moderatissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha sfidato Walter Veltroni. Cercherà di sottrarre un po’ di consensi al favoritissimo sindaco della Capitale. Come? Per ora si sono visti un video (non molto pirotecnico) sul suo sito personale, tre parole d’ordine in cerca di declinazione (libertà, natalità, mobilità), un tour estivo sulle spiagge, un libro in uscita con Rizzoli (titolo: In questo momento sta nascendo un bambino) e, soprattutto, una riscoperta degli anni Ottanta: il decennio sbertucciato dalla vulgata gauchista perché leggero, poco engagé. Quello del riflusso, insomma. Letta, invece, è talmente legato a quel periodo che quando gli si chiede di sparare sulla Roma veltroniana (tanto per dare un colpetto al suo avversario) lui risponde così: «Girare con il passeggino per certi quartieri è diventato un Camel Trophy». Camel Trophy: ovvero il modo, usato da chi ha vissuto in gioventù gli anni 80, per indicare un percorso a ostacoli.
La parola chiave di Letta è post-ideologico. «La mia generazione non ha vissuto certe illusioni e così ha evitato la fase della disillusione», ha spiegato. Al che, Rosy Bindi, con un po’ di perfidia, ha sentenziato che è un po’ come dire: «Non avendo mai immaginato un futuro migliore non conosciamo né la lotta né la sconfitta».
È così?
«Assolutamente no».
Le sue icone post-ideologiche anni Ottanta?
«Due su tutte: Lech Walesa con il sindacato polacco Solidarnosc e Nelson Mandela con la lotta anti-apartheid in Sud Africa. E poi il ragazzo che ferma i carri armati a Tienanmen…».
C’è chi aggiunge i paninari e la Milano da bere.
«Chi lo fa è un po’ provinciale. In quel periodo nasce Erasmus. La mia generazione è la prima veramente mobile, che ha girato l’Europa per studiare».
Ma è anche una generazione considerata poco politica.
«Perché si è trovata incastrata tra le rovine delle vecchie ideologie e i muri traballanti di due surrogati posticci di ideologia. Mentre in Europa crescevano Dave Cameron e José Luis Zapatero qui si combattevatra anti-berlusconismo e anti-comunismo anni Novanta. Colpa dello stesso Berlusconi e di una certa sinistra».
Parla dei girotondini?
«Anche. Ma non voglio polemizzare».
Gli anni 80 sono quelli della tv berlusconiana: fu un’iniezione di pluralismo o una spinta al vuoto catodico di valori?
«Inizialmente le tv del Cavaliere hanno garantito maggiore pluralismo. Ma poi con il duopolio granitico Rai/Mediaset sono venuti meno pluralismo e qualità delle trasmissioni».
Il libro culto degli anni 80?
«Il nome della rosa, di Umberto Eco».
Si cita sempre quello.
«Fu un best seller mondiale che ci inorgoglì».
Il film?
«Blade Runner: 25 anni giàparlava di mutazioni genetiche e di confini della vita».
Il fumetto?
«Dylan Dog. Avrei voluto essere come lui».
Cioè?
«Intelligente e molto corteggiato dalle donne».
Quale delle due caratteristiche le manca?
«Lasciamo perdere».
Test anni Ottanta. La Cuba di Castro o gli Usa di Reagan?
«Uhm».
Che fa, ci pensa?
«No, no. Gli Stati Uniti».
La sua è la generazione di Sandokan: lei era più il sarcastico Yanez o il ferino Tremal Naik?
«Yanez tutta la vita».
Star del calcio: Platini o Falcao?
«Platini. Ma negli anni Ottanta al mio Milan arrivano Gullit e Van Basten».
Da milanista che effetto le ha fatto, tre mesi fa, vedere Berlusconi che stringeva la coppa della Champions?
«Un effetto grandioso. Ho pianto di gioia».
Per Berlusconi?
«È il più grande presidente del Milan di tutti i tempi. La politica non c’entra».
Torniamo agli Eighties. Craxi o Berlinguer?
«Non ho conosciuto nessuno dei due».
Non ha conosciuto nemmeno Platini…
«Non sono in grado di dare un giudizio».
Cautela democratica. I primi computer: Commodore o Spectrum?
«Commodore 64».
Duran Duran o Spandau Ballet?
«Ero pazzo dei Dire Straits, E poi Elio e le Storie tese».
«Il cassonetto differenziato/ per il frutto del peccato».
«Durante una partita di calcio di beneficenza mi sono dichiarato loro fan ed Elio ha lanciato un quiz volante sui testi delle canzoni: promosso».
Detto ciò, tra i pochi artisti che hanno dichiarato di votare per lei ci sono Franco Califano, detto il Califfo, e i Nomadi: non proprio star della sua Generazione X.
«Non mi tocchi i Nomadi. Una volta, nel 2001 a Grosseto dopo un comizio, abbiamo cantato Io, vagabondo».
Anche Francesco Cossiga ha detto che vota per lei.
«La mia metà sassarese si è inorgoglita».
L’ex presidente della Repubblica nel Partito Democratico?
«Ben venga. Se poi vota per me…».
Marco Follini di lei ha detto: «Enrico è l’ultimo frutto del grande albero democristiano». Si riconosce?
«Direi di sì. La mia esperienza più forte è stata il decennio al fianco di Beniamino Andreatta. E lui era il meglio della Dc».
Da ex Dc, post-ideologico: è favorevole o contrario alla liberalizzazione delle droghe leggere?
«Contrario».
Se l’è mai fatta una canna?
«Mai».
Aborto post stupro: con il proibizionista cardinal Tarcisio Bertone o con Amnesty International?
«L’aborto va limitato al massimo».
Pierferdinando Casini, parlando di tasse ha lanciato il tema del «contrasto di interessi»: più un contribuente può scaricare le sue spese e più chiederà fattura a chi presta servizi.
«È un tema forte».
Lo fa suo?
«Già nella prossima Finanziaria si potrebbe introdurre la detraibilità delle spese obbligatorie, come la pulizia delle caldaie. Detto ciò Casini non si è inventato nulla».
Alleati del Pd: meglio Casini o Oliviero Diliberto?
«In questo momento governiamo con Diliberto. Facciamo fatica, ma gli elettori ci hanno chiesto questo. Vedremo».
Nel caso…
«Vedremo».
Priorità «democratiche»: gli ammortizzatori sociali per i precari o le liberalizzazioni?
«Per i precari abbiamo già introdotto il riscatto della laurea e altri provvedimenti. Ora avanti con le liberalizzazioni. Viva Bersani! Viva Bersani! Viva Bersani».
Perché con Bersani non ha fatto un ticket ?
«Sono contro quella formula. Se uno si vuole impegnare in prima persona si candida».
Lei, dopo le primarie, lo farebbe il vice di Veltroni?
«No. Io mi candido alla leadership. Come suo numero due si è già proposto Franceschini».
È favorevole ai confronti tv tra i candidati: Rosy Bindi, Mario Adinolfi, Pier Giorgio Gawronski e Jacopo Gavazzoli Schettini?
«Certo».
Ha una soglia sotto la quale si riterrà sconfitto?
«La soglia è la vittoria».
Lei ha contestato le regole per le primarie del 14 ottobre?
«Sono uno dei 45 saggi, e tra le altre cose, ho votato contro le liste bloccate. Quelle che molti politici contestano nella legge elettorale, ma poi…».
Chi altri ha votato contro quel sistema?
«Di sicuro Rosy. Walter non mi pare proprio».
In compenso Veltroni ha detto che vorrebbe suo zio, Gianni Letta, in un eventuale governo. Lei?
«È un gioco che non mi piace».
Giorgio La Malfa ha detto che si deve puntare a un bipolarismo in cui i due Letta sono dalla stessa parte.
«Io sarei felice se in futuro i confini del bipolarismo fossero meno dolorosi per la mia famiglia».
Ha consultato zio Gianni prima di candidarsi?
«Abbiamo parlato».
Suo zio ha influito nella sua carriera politica?
«No. Io ho cominciato a Pisa».
Quando?
«Nel 1982, al liceo classico Galilei. Facevo parte della lista Alternativa democratica, legata al gruppo Confronto, nato su spinta dell’Azione Cattolica Ambrosiana».
Il primo intervento pubblico/politico?
«Durante un’assemblea degli studenti. Presi la parola per contestare l’invasione sovietica dell’Afghanistan».
Venne fischiato?
«No. Divenni rappresentante d’Istituto».
La prima conquista da leader?
«Nel 1983. Ottenemmo la gita all’estero, in Grecia».
La Dc quando la incontra?
«A Maiori, nel 1984. Venni invitato al congresso del redivivo movimento giovanile. Rimasi sconvolto».
Perché?
«C’era uno scontro durissimo su chi dovesse fare il leader a livello nazionale. I due candidati forti erano Dario Franceschini e Renzo Lusetti. Io appoggiavo Lusetti. Al momento di comporre le liste successe di tutto. Ho visto gente calarsi dalle finestre, gruppetti che si accapigliavano nei bagni. Pensai: “Se questa è la politica… Non prenderò mai la tessera della Dc”».
Invece?
«Nel 1990 organizzai a Pisa il congresso dei giovani Dc europei. Riuscii ad invitare Giulio Andreotti, che allora era presidente del Consiglio. E con lui si presentarono per riunirsi in summit anche il tedesco Helmut Kohl, il belga Wilfred Martens e gli altri leader democristiani europei. Proprio lì decisero di dare il loro ok all’unificazione della Germania. L’anno successivo divenni presidente dei giovani diccì europei, una carica considerata di serie D, in Italia. Ricordo che allora Alejandro Agag era il leader dei giovani popolari spagnoli».
Il Pd dovrebbe stare nel Ppe?
«Il Ppe è casa mia. Ma la berlusconizzazione del movimento popolare europeo è un dato di fatto».
La propria casa non la si difende?
«Certo. Ma quando sei la cavalleria polacca e ti trovi di fronte i carri armati tedeschi…».
Torniamo alla gavetta.
«Nel 1989 Beniamino Andreatta mi chiamò al centro studi  Arel. Quella fu la mia sliding door».
Perché?
«Lo dico col senno di poi. Andai nella segreteria di Andreatta quando lui divenne ministro del Bilancio nel 1992 e poi degli Esteri nel 1993».
In piena Tangentopoli. Con la Dc travolta.
«Vissi quel periodo con gli occhi di Andreatta. Sperando nella nascita di partiti meno correntizi e meno legati alle tessere».
La prima volta nei Palazzi romani?
«Da studente universitario, nel 1986, partecipai a un incontro con Amato che era sottosegretario a palazzo Chigi».
Il premier era Bettino Craxi.
«Proprio Amato, poi, ebbe un ruolo importante quando venni nominato ministro per la prima volta».
Con D’Alema presidente del Consiglio.
«Sì, Amato era alle Riforme istituzionali e avevamo le stanze vicine. Il giorno del giuramento, stavamo accanto, gli chiesi un primo consiglio per orientarmi. Fu disponibile e saggio».
Siete ancora legati.
«Abbiamo pure una militanza comune tra gli ex alunni dell’Istituto Sant’Anna di Pisa».
Amato la appoggerà alle primarie del Pd?
«No. Credo che voterà Veltroni».
Ah, ecco. A cena col nemico?
«Con l’avversario: Giulio Tremonti».
Democratici Usa: Barak Obama o Hillary Clinton?
«Obama. Ha più guizzo».
Hillary è favorita, come Veltroni. Lei si sente un po’ Obama?
«Guardi che Obama va forte. Ma non farei paragoni».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare. Bindi o Veltroni?
«Ovviamente nessuno dei due».
Ovviamente? Rutelli o Fassino?
«Nessuno dei due».
Ma è un gioco. Si sbilanci.
«Ma le pare?».
L’ultracattolica Paola Binetti o l’ultra laicista Franco Grillini?
«Uhm».
Lei è veramente l’ultimo frutto dell’albero democristiano.
«E lei lo sapeva che a queste domande non avrei risposto».
Ci speravo. Cultura generale. Che cos’è Second Life?
«È la vita virtuale in cui la mia cantante preferita, Irene Grandi, ha presentato l’ultimo disco: Bruci la città».
I confini dell’Iran?
«Iraq, Pakistan, Turchia, Armenia, Afghanistan…».
Giusto. Quanto costa un pacco di pannolini?
«Dipende. Circa 9 euro. Ma poi ci sono le offerte».
Un mese di asilo pubblico?
«Io ho due figli. E pago circa 200 euro a testa».
Il risultato dell’esamino non tradisce l’aspetto del candidato: un po’ secchione.

LINK:
L’intervista al candidato leader del pd in piena estate è un piccolo Giro a tappe. Il primo incontro è istituzionale, si tiene nella grande stanza del sottosegretariato alla presidenza del consiglio. Le foto vengono scattate nel cortile dell’istituto sant’Anna, a Pisa. Le ultime domande vengono fatte per telefono. L’ultimissima via sms. Io che boccheggio a 40 gradi nella piazza principale di Pachino e Letta in macchina che si sposta da una spiaggia all’altra. Già, il tour di propaganda balneare. Quando gli chiedo se per caso non sia stato un escamotage per unire lavoro e vacamze in famiglia, replica lapidario: «Teniamo staccate le cose». Molto anni Ottanta: il personale non è mai politico.

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Roby Toby 25 aprile 2013

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