Tom Barrack (Magazine – luglio 2007)

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I vacanzieri che passano le serate a curiosare sul porticciolo di Porto Cervo, magari non lo riconoscono nemmeno. Non gli bisbigliano apprezzamenti entusiasti, come capita a qualche velina. E non gli fanno applausi, come succede anche ai terzinacci di serie B. Eppure Tom Barrack, 60 anni, californiano di origini libanesi, è il padrone di quella Costa Smeralda che ogni estate mette in vetrina il vippame internazionale: sono suoi gli hotel più riservati, la marina più luccicante, i prati rasati del golf club e qualche migliaio di chilometri di costa. Multimiliardario manager degli immobili, Barrack è presidente della Colony Capital, una società che muove 25 miliardi di dollari (per intenderci: quanto una Finanziaria lacrime e sangue), che possiede palazzi in tutto il pianeta e che ha appena acquisito la petrolifera Tamoil.
Tom, passo dinoccolato e pelata levigata, è anche una specie di paladino dell’anti-lelemorismo: organizza ogni anno una kermesse del lusso più sfrenato, ma è lontanissimo dai muscoli tatuati dei tronisti. Farcisce i suoi discorsi con metafore postfordiste animali: «Non importa che tu sia una gazzella o un leone, la mattina appena ti svegli comincia a correre». Oppure si appella al karma, al potere della natura, alla repulsione per l’arroganza di certi personaggi. Così, quando gli si chiede della sua prima volta nel nord della Sardegna, comincia a parlare dell’arrivo all’alba in barca («Da Saint Tropez») nel 1985, del vento, delle rocce… Fermi tutti.
Ma quella non era la Costa Smeralda sgargiante dell’Aga Khan e delle feste con Marta Marzotto?
«Non frequentavo quell’ambiente. Quella roba non mi diverte».
Quella roba sarebbe l’appetitosa mondanità smeraldina.
«La gente viene qui per altro. Per le coste selvagge, uniche nel Mediterraneo».
Come no. Ma le feste…
«Di feste ce sono anche a Ibiza, a Portofino, a Cap d’Antibes…».
Lei però il Billionaire lo frequenta.
«Quando lì si comincia a ballare, verso mezzanotte, io vado a dormire».
Flavio Briatore ci resterà male.
«Stimo Briatore. Anche lui ama la Sardegna. Credo che si debba occupare meno delle beghe politiche».
La sua socia Daniela Santanché?
«Non la conosco».
Lele Mora lo conosce?
«So chi è. Il suo è un piccolo gruppetto di persone che lavora per i propri interessi».
I turisti accorrono per spiare le star catodiche dell’allevamento Mora.
«Attori, modelle e calciatori costituiscono una bella galleria estiva. Una parata. Nulla di più: la gente si siede e sta a guardare. Ma io considero la mia missione quella di nascondere ciò che fa l’uomo e mostrare ciò che ha scolpito Dio».
Silvio Berlusconi…
«…è un uomo eccezionale. La prima volta l’ho incontrato quando si occupava esclusivamente di affari: della Fininvest».
A Villa Certosa ci è stato?
«In quel giardino ho capito chi è Berlusconi: mi ha fatto i nomi di ogni singolo fiore. Sono rimasto esterrefatto. È un genio: credo che lui sia più compreso negli Stati Uniti che non in Italia».
Si spieghi.
«Negli Usa Berlusconi è visto come un uomo che si è fatto da solo. Un imprenditore figlio del capitalismo, che poi è entrato in politica. L’americano medio lo ammirerebbe. In Italia, invece, da molti viene visto male».
Forse in America non si sa tutto di lui. Tra Berlusconi e Prodi lei chi avrebbe votato?
«Fortunatamente non voto in Italia. E poi ho una teoria: per capire la politica italiana bisogna conoscere il calcio. E io di calcio non capisco nulla».
Risposta dorotea e battuta svicolante.
«Sono anche convinto che per far sopravvivere il proprio business in Italia non si debba avere a che fare con i politici».
Lei non ne frequenta?
«Ricevo richieste di incontri, ma lascio cadere gli inviti».
Il più filoamericano dei sardi lo ha mai conosciuto? Parlo di Francesco Cossiga.
«Un uomo fantastico».
E Renato Soru? Il governatore delle tasse sul lusso e del divieto di costruire sulle coste.
«Ho studiato le sue leggi. Il problema è che non vengono rispettate da tutti. Questo mi piace poco. Fuori da Porto Cervo ci sono gru e cantieri aperti ovunque. E i divieti?».
Saranno vecchie concessioni.
«A me pare che le regole valgano solo per chi le vuole rispettare. Per pochi. Detto ciò, i turisti tipici della Costa Smeralda sono quelli che tutto il Mediterraneo si contende. Se li si maltratta, se non li si lusinga un po’ si rischia di perderli. E se li si perde molte famiglie rimangono senza lavoro. E molte famiglie senza lavoro sono un problema politico».
Tra Soru e Briatore?
«Resto a guardare».
Nuovi ricchi. Lei chi vorrebbe attrarre: i russi o gli indiani?
«Sono clienti diversissimi».
Gli indiani pare siano molto esigenti.
«Con loro bisogna essere più malleabili. Predisporsi alla loro mentalità: i letti, il cibo…».
I russi?
«Sono più adattabili. Bevono tanto. E amano lo sfarzo. Però non parlano altro che il russo».
A proposito di sfarzo. In una vetrina della Costa Smeralda è comparso un gioiello da 6 milioni di euro. Populisteggiamo: un biologo universitario prende mille euro al mese.
«Un giovane russo che ha appena venduto la sua società per due miliardi di euro, vuole il lusso, non è interessato a finanziare un ricercatore. Non ne ha la sensibilità».
Il russo preferisce pagare 400 euro l’ora per Nick Oram, personal trainer suo e di Nicole Kidman.
«Guardi che nessuno impedisce al biologo di diventare preparatore atletico. Mentre ho dei dubbi sul fatto che un personal trainer possa aspirare a fare lo scienziato. È il sistema che retribuisce il ricercatore ad essere sbagliato».
La guerra tra il nord e il sud della Sardegna?
«La Costa Smeralda è un portale per la Sardegna. Non è la Sardegna. In giro per il mondo mi capita di parlare con persone che conoscono la Costa Smeralda ma non sanno che cosa sia la Sardegna».
Partigiano.
«Macché. In Sardegna non c’è una rete turistica. Non esiste una vera promozione delle altre zone: di Arzachena, dei nuraghi. È un problema che riguarda tutta l’Italia. Ci vorrebbe uno zar».
Come, scusi?
«Più che un ministro ci vorrebbe un vero e proprio zar. Un imprenditore autorevole che prendesse in mano le redini del turismo. Quello che ha fatto Juan Carlos per la Spagna».
Un nome per questo ruolo?
«Uno di carattere. In Italia il turismo sta morendo. E sì che avete il patrimonio artistico più importante della Terra. Vogliono venire tutti in Italia, ma arrivati qui, spostarsi è impossibile. Un volo Milano-Olbia costa che andare a New York».
Come si diventa Tom Barrack?
«Cercando di arrivare dove gli altri non sono arrivati».
A lei è successo?
«Direi di sì. Per me ottiene buoni risultati chi entra ogni mattina nella giungla e ne esce con un elefante al guinzaglio».
Ah, ecco. Dove è nato?
«A Los Angeles. Da genitori libanesi. Mio padre aveva un negozio di alimentari. Un giorno mi disse: “Vedi le nostre arance? Sono come quelle degli altri. Noi le dobbiamo rendere più appetibili”. Una lezione che non ho mai scordato».
Scuola?
«Cattolica. Dai gesuiti. Studio e studio».
Perinde ac cadaver. Studente modello o monello?
«Mia madre non mi dava scelta: o vai bene, o vai bene. A scuola e negli sport».
Un passato da atleta?
«Soprattutto il surf. Poi sono arrivati i cavalli. Ho cominciato spalando letame e biada nelle stalle».
Ora quanti cavalli ha?
«Cento. Li tengo nel mio ranch di Santa Barbara in California. Amo i cavalli più di ogni altra cosa».
Torniamo alla gavetta.
«Università del Sud della California, alla fine degli anni Sessanta».
Anni leggendari. Peace and love.
«Non ero fricchettone. Anzi. Ero piuttosto conservatore. Pensavo: se fossi nato in Libano, ora starei dietro a una bancarella a vendere frutta. Questo Paese mi ospita, quindi devo rendermi utile. Mi laureai in fretta e cominciai a lavorare in un grosso studio di Los Angeles. Quello di Kalmbach, De Marco, Knapp and Chillingworth. Tra i clienti c’era il presidente Nixon».
Avvocato rampante?
«Costavo meno degli altri e lavoravo il doppio. All’inizio degli anni ’70 ci fu la svolta: uno dei partner anziani cercava qualcuno da mandare in Arabia Saudita. Mi feci avanti. Lui mi squadrò, vide la carnagione e i riccetti neri e mi domandò: “Da dove viene?”. Lo informai delle origini libanesi…».
Arruolato.
«Senza sapere nemmeno dove fosse l’Arabia. Ma ero felice di lasciare un posto dove migliaia di avvocati facevano tutti la stessa cosa».
Quella fu la sua sliding door?
«Essere catapultato in Arabia Saudita mi fece capire l’importanza dell’adattarsi alle culture. Rimasi mesi senza interprete. Smozzicavo uno strano dialetto arabo con cui mia nonna mi raccontava le favole. Una lingua vecchia di cent’anni. Chi mi incontrava pensava fossi uscito da una catacomba».
Il primo milione di dollari?
«Non lo so. Ma il primo colpo vero fu organizzare una triangolazione tra la società californiana Pacific Gas and Lighting, il dittatore di Haiti “Baby Doc” Duvalier e due principi sauditi. Il lavoro mi era stato commissionato da un texano corpulento, Loney Dunn, uno alla Berlusconi, affascinante e capace di fare qualsiasi cosa».
Lei ha lavorato pure per Ronald Reagan. Il primo incontro?
«Avevo 22 anni. Militavo nello Young Republican Party. Lui era governatore della California. Qualcuno gli aveva detto che ero bravo nei rodeo. Così, durante un meeting all’Università si fermò a parlare con me per 15 secondi. Sembrarono due ore. Rimasi folgorato».
Cominciò subito a collaborarci?
«No. Anni dopo venni reclutato da Pen James, un big del suo staff. Mi disse: sei libanese, in teoria dovresti stare nel deserto a pascolare cammelli. Ti offriamo di darci una mano».
Il suo ruolo alla Casa Bianca?
«Vicesottosegretario al Dipartimento degli Interni. Ogni tanto mi chiamavano quelli dei servizi segreti per farsi aiutare coi puledri del Presidente».
Che effetto fa la Stanza Ovale?
«La stanza in sé non ha gran fascino. La persona seduta alla scrivania, invece…».
Conosce anche George W. Bush?
«Quando era governatore del Texas veniva spesso nella mia casa di New York. È simpatico e ha modi semplici».
In Italia è stato contestato duramente.
«Le contestazioni fanno sempre bene a un politico. È costretto a chiedersi perché viene criticato».
Hillary Clinton o Barack Obama?
«Stimo entrambi. Ma siamo sicuri che gli Usa siano pronti per un Presidente donna? E siamo sicuri che siano pronti a un leader di colore con un passato islamico? Non lo so».
Rudolph Giuliani o Fred Thompson?
«Giuliani è un eroe americano. Le posso dire una cosa? Queste sono tutte persone eccezionali, ma l’America si aspetta altro, una specie di rivoluzione».
Si autocandida?
«Mai e poi mai. Non ho il loro coraggio».
Chi sono le tre persone più potenti del pianeta?
«Bush, il Papa e Putin».
La politica conta più della finanza e delle multinazionali?
«Un politico con un progetto solido va oltre le lobby».
L’errore della vita?
«Non aver aggredito il mercato immobiliare nel 1990. Scelsi una tattica conservativa».
A cena col nemico?
«Non ho nemici».
E figuriamoci. A cena con qualcuno che rappresenta il male? Osama bin Laden…
«No. Bin Laden no. Forse il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare.
«Il numero otto».
E chi è? Sua moglie?
«Non glielo dico».
Cancella Berlusconi o Soru?
«Nessuno dei due».
Bill Gates o Al Waleed?
«Al Waleed è un amico».
Ci ha fatto molti affari.
«Lo considero un self made prince».
Detto di un principe saudita.
«È entrato nella giungla, ha respirato il capitalismo e ha perso l’atteggiamento mediorientale dell’inshallah bukara ahsan (“Se Allah vuole domani andrà bene”, ndr)».
Sharon Stone o Drew Barrymore?
«Tengo Drew, le risplende l’anima attraverso lo sguardo».
Cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«In che Paese?».
In Italia.
«Uno e sessanta circa».
Il pieno di carburante del suo aereo?
«30.000 euro».
I confini dell’Iraq?
«Kuwait, Iran, Siria…».
Ricco e secchione.

LINK:
La prima volta che vedo Barrack è a braccetto con l’attore Rob Lowe sul molo di Porto Cervo. Circondato da modelle. La seconda è seduto al tavolo, divertito dalle parole che la cantante Laura Pausini dedica a lui e agli ospiti della sua iniziativa Deluxe: «È bello vedere come partecipate. Anche voi ricchi, voi che amate il lusso, battete le mani». La terza è seduto sulla terrazza dell’hotel Cala di Volpe. Lì mi spiega perché non può permettersi un pomeriggio stravaccato a bordo piscina: «I miei collaboratori si sentirebbero autorizzati a fare lo stesso». Penso: vuol trasformare i sardi in leoni e gazzelle. Tutti a correre dall’alba al tramonto. È la Costa Smeralda o il Sulcis?

Categorie : interviste
Commenti
peter 16 gennaio 2010

Avessimo noi in Italia tanti BARRACK………..

Alessandro 26 luglio 2010

come posso avere e-mail di Tom

vz 26 luglio 2010

@alessandro:
immagino contattando una qualsiasi delle sue società. Io lo beccai tramite un’agenzia di comunicazione che si occupava di eventi in Costa Smeralda.

vittoriolubinu 17 giugno 2011

vorrei conoscere tom barrack e poter lavorare per lui

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