Marco Tardelli (Magazine – agosto 2007)

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C’è lo slalom di Maradona in mezzo ai birilli inglesi durante il mondiale messicano del 1986. C’è il tiro al volo disegnato dal piede goniometrico dell’olandese Marco Van Basten agli europei dell’88 contro l’Unione Sovietica. E ovviamente c’è il piattone in contropiede di Gianni Rivera durante italiagermaniaquattroatre che ci regalò la finale nel mondiale del 1970. Supergol. Ma nella memoria di chi ama il calcio, non può non avere un posto d’onore anche l’esultanza esplosiva di Marco Tardelli dopo il raddoppio nella finale del Mundial di Spagna del 1982. I pugni stretti. Le vene del collo stragonfie. L’urlo che sale. Esplode. Roba da brividi. Un grido che è diventato un’icona. Un marchio ingombrante che spesso fa dimenticare quel che Tardelli, 53 anni, ha fatto prima e dopo. Scudetti e trofei da giocatore, alti e bassi da allenatore. Due mesi fa, poi, l’ex terzino/centrocampista ha lasciato il calduccio del Cda della Juventus, in polemica con un calcio italiano che stenta a cambiare. Tardelli è uomo di pochissime parole e, soprattutto, dato che aspira ad allenare ancora qualche squadra, si muove con cautela nella cristalleria del pallone. Attacca, ma poi si ricorda di essere stato un terzino, e quindi torna in copertura.
Che cos’è che doveva cambiare?
«Tutto».
E invece?
«Non è cambiato niente. E gli stadi si stanno svuotando. Perché c’è la tv, certo, ma anche perché è tutto poco credibile. Nel mondo nessuno ama il calcio italiano».
Esagerato.
«Non è un caso che non ci abbiano assegnato gli Europei del 2008».
Michel Platini, il presidente dell’Uefa…
«Non c’entra niente. Pensiamo ai nostri vertici sportivi. Alla Lega c’è ancora Antonio Matarrese. È eterno. Roba che ci scherza lui stesso. Dice: “Sono come Pippo Baudo, un po’ più basso”».
Chi vedrebbe al suo posto?
«Dovendo scegliere un politico, perché la politica non la puoi allontanare da niente, non capisco perché non dare un ruolo a Gianni Rivera, uno che ha onorato il calcio».
La Juventus.
«È un discorso chiuso».
Il nuovo allenatore Claudio Ranieri l’ha suggerito lei.
«Sì. Ma io pensavo a costruire proprio un’altra Juve».
L’hanno interpellata poco… Un consiglio per gli acquisti?
«Avrei visto bene in bianconero Rolando Bianchi, giovane punta di talento. Ma ormai è andato al Manchester City».
La sua rivalità con Roberto Bettega nel gruppo dirigente juventino?
«Un’invenzione giornalistica».
Come no…
«Dico una cosa molto semplice: se Bettega faceva parte della Triade, e combinava pasticci insieme con Moggi e Giraudo, andava allontanato. Se no, doveva rimanere dov’era. La via di mezzo ambigua della consulenza non aveva senso».
Glielo ha mai detto in faccia?
«Non ho avuto l’occasione. Non ci frequentiamo».
Ma avete giocato otto anni insieme…
«Non è uno con cui ho legato. Non come Zoff o Boninsegna, che per un po’ mi hanno fatto da fratelli maggiori».
Zoff quando l’ha conosciuto?
«La primissima volta nel ’70. Io facevo il cameriere al Ciocco, in Garfagnana e lui era lì in ritiro col Napoli. Anni dopo, quando arrivai alla Juve, gli confessai la mia emozione nel servirlo a tavola: mi prese in giro per una settimana».
Lei nel 1970, a sedici anni, giocava in qualche squadra?
«Nelle giovanili del Pisa. La mia città».
La sua gavetta?
«All’oratorio. I primi tiri coi miei fratelli: Danilo, Flavio e Tullio. Bravissimi. Mio padre, Domenico, era operaio all’Anas e mia madre, Maria, mi nascondeva le scarpe da ginnastica perché non voleva che le rovinassi. Non volevano che facessimo i calciatori. Preferivano immaginare un posto fisso in qualche ufficio. Io però ero parecchio determinato».
Era la Pisa del Sofri lottacontinuista.
«Sarò stato al massimo a un paio di cortei. Per saltare la scuola. Ero adolescente e a quell’età dubito che ci sia qualcuno che frequenti le manifestazioni per un altro motivo».
Il primo contratto?
«Venni scartato a un bel po’ di provini. Con l’Inter, il Varese, la Fiorentina. Dicevano: “Bravo, sì. Ma non hai il fisico”. Alla fine mi ingaggiò il Pisa. E poi il Como: un piccolo trauma».
Il primo allontanamento da casa?
«Mi trovai in camera con un compagno che aveva 13 anni più di me. Gli diedi del lei. Mi prese per pazzo. La sera chiamavo i miei genitori, a volte in lacrime».
Poi arrivò la Juve.
«Nel 1975. Io ero interista. E l’Inter mi voleva. Avevo già fatto la foto con il presidente Ivanoe Fraizzoli, quando la Juve ci mise lo zampino».
Alla sua prima stagione, la Juve cedette lo scudetto al Torino all’ultima giornata.
«Perdendo col Perugia».
Uno smacco.
«L’anno dopo, quando ci presentammo dal presidente Giampiero Boniperti per rinnovare il contratto, ci accolse con la foto del Perugia sulla scrivania: “Non vi azzardate a chiedere un aumento”. Sui contratti era spietato».
Era un’altra Juve.
«Beh. Agnelli manca».
Dalla Juve nobile dell’Avvocato a quella degli scandali…
«La Juve in B non ci doveva andare. Oppure ci dovevano andare anche molte altre squadre. Detto ciò, con Agnelli era diverso. Lui aveva carisma e credibilità nel mondo del calcio e della politica».
Avevate un buon rapporto?
«Sì. Quando passai all’Inter, nel 1985, mi chiamò per dirmi che era dispiaciuto. E che mi sarebbe stato sempre vicino».
Nel frattempo lei aveva vinto un Mundial. I suoi soprannomi: Schizzo e Coyote.
«Schizzo perché ero magro. È un nomignolo romanesco che mi aveva dato Luciano Spinosi. Coyote perché non dormivo. Ma in Spagna, nell’82, non ero l’unico».
Chi altri?
«Gabriele Oriali, Enzo Bearzot e Bruno Conti. Ma per Bruno era più la voglia di fumare che non l’insonnia. Passavamo la notte a parlare degli avversari».
C’era il Brasile stellare di Socrates e Zico.
«Il massaggiatore Alessandro Selmi diceva: “Battiamo l’Argentina, battiamo il Brasile… e poi ci svegliamo dal sogno tutti sudati”».
Invece… Qualcuno denunciò una combine: Italia-Camerun.
«Ma che combine? A me ’sta cosa mi ha sempre fatto ridere».
L’inciampo di N’Kono sul gol di Ciccio Graziani.
«Chi dice queste cose non ha mai fatto il portiere. Quella Nazionale era perfetta. Si vedeva che avrebbe vinto. Tipo il Milan quest’anno in Champions. A un certo punto è stato chiaro a tutti che giocava meglio. Con l’arrivo di Ronaldo…».
Ronaldo è un uomo squadra?
«Ronnie è uno che mette allegria».
E chi è un giocatore o un allenatore che fa gruppo?
«Bearzot. Ci difendeva da tutto e da tutti. Una volta cacciò alcuni dirigenti dallo spogliatoio perché avevano fatto qualche commento di troppo».
Il giocatore più difficile da marcare?
«Diego Armando Maradona».
Al Mundial lo marcò Gentile, piuttosto rudemente.
«A me toccò un’amichevole con l’Argentina, nel ’79, a Roma. Un incubo: scatto, potenza, difesa del pallone».
Il giocatore dal talento inesploso o incompreso?
«Il laziale Vincenzo D’Amico. Nessuno saltava l’uomo come lui e nessuno aveva il suo tiro. Ma a lui piacevano altre cose, non aveva abbastanza “fame”… voglia di arrivare. E poi c’è Antonio Cassano, è uno degli italiani più forti. Se si mettesse un po’ a posto con la testa».
Lei lo prenderebbe in una sua squadra?
«Certo. Antonio, poi, ha una storia personale talmente incredibile: dai vicoli di Bari Vecchia alla gloria dell’Olimpico».
Il giocatore con meno tecnica che è migliorato di più, magari per «fame»?
«Gennaro Gattuso. Prima correva e basta. Ora è proprio forte».
Scelga: in squadra con Gattuso o con Zidane?
«Con Gattuso. A cui poi diamo Zidane da marcare».
Calciomercato: Totti o Kakà?
«Kakà per il lungo periodo. Ma per un annetto forse prenderei ancora Totti».
Totti lascia la Nazionale.
«È una scelta che rispetto, ma che non mi piace. La Nazionale vuol dire difendere i colori dell’Italia».
Totti e Ilary. L’Italia dei calciatori e delle stelle tv…
«Non ci trovo nulla di male. È tutto spettacolo».
Calcio e bellone. Lei ha precorso i tempi. Si è parlato di una sua relazione con la leggendaria Moana Pozzi.
«Ma era un’amica. Ed era un’altra cosa…».
Pur sempre calcio e spettacolo, nella Milano anni Ottanta.
«Passiamo oltre, per cortesia».
Era la Milano di Craxi.
«Lo conoscevo bene».
Craxi o Berlinguer?
«Ero più vicino a Craxi. Credo che alla fine abbia ripreso il suo posto nella storia del Paese. Non mi pare che dopo quegli anni si sia vista una gran politica».
Lei ha firmato per la candidatura di Veltroni alla leadership del Pd.
«Sono sempre stato di sinistra e conosco Walter da molti anni. Ho fiducia in lui».
Quando lo ha incontrato la prima volta?
«Durante una partitella a casa di Giovanni Malagò, a Sabaudia. Mi pare che D’Alema giocasse in porta».
Qualcuno le ha mai chiesto di fare politica?
«Sì, i repubblicani, molti anni fa. Ma rifiutai».
E se Veltroni le chiedesse di presentarsi con il Pd?
«Vediamo… Vediamo che cosa succede».
Come, come?
«Io in realtà vorrei tornare ad allenare».
E poi c’è la tv. La Rai…
«Mi diverto. Soprattutto in radio».
Chi è il più bravo dei commentatori?
«Io».
Modesto.
«Salvatore Bagni è un telecronista fantastico».
«Campioni del mondo, Campioni del mondo!»: Nando Martellini o Fabio Caressa?
«Marco Civoli».
A cena col nemico?
«Con Adriano Galliani. Ci sono state delle incomprensioni».
Alla faccia… Dopo Calciopoli lei disse che il Milan non aveva diritto alla Champions.
«Ho detto che non era giusto che pagasse solo la ».
Sliding door. La scelta che le ha cambiato la vita?
«Quando abbandonai la panchina della Nazionale Under 21 per andare all’Inter».
Finiste al quinto posto in classifica.
«Se non ci fossi andato, magari oggi sarei ancora nel giro della Nazionale».
Gli ultras sono il dodicesimo uomo in campo?
«È tutto lo stadio il dodicesimo uomo. I tifosi politicizzati, poi, non li sopporto. E loro non hanno mai amato me. Quando si superano certi limiti la partita dovrebbe essere sospesa e i giocatori dovrebbero uscire dal campo».
Lei lo ha mai fatto?
«No».
Vacanze in Sardegna.
«Ho frequentato per molto tempo la Costa Smeralda, ma ora mi sono piazzato nel Sud. Sono pure socio di una discoteca: lo Tsunami».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare: Lele Mora o Flavio Briatore?

«Ho il numero di Lele Mora e non quello di Briatore».
Roberto Bettega o Zdenek Zeman?
«Cancello chi ama meno il calcio».
Visti i rapporti con Bettega, cancella lui?
«Chi ama meno il calcio».
Perché Zeman è così odiato nei palazzi del pallone?
«Paga le sue denunce sul doping. Ma è un vero uomo di sport. Amante del calcio».
Cancella Marcello Lippi o Giovanni Trapattoni?
«Trapattoni è stata la mia vita. Ma anche Lippi… A me questo giochino non va mica bene».
Si vede. Il mondo del calcio è chiuso e corporativo…
«Vorrei vedere lei a cancellare i numeri dei suoi colleghi».
Cultura generale. Quanto costa un pacco di pasta?
«0,70-0,80. Al supermercato ci vado io».
I confini di Israele?
«Sono un bel problema».
Già, ma quali sono?
«Riuscissimo a definirli bene, forse…».
Ho capito, va… Che cos’è YouTube?
«Una gran stronzata».
Come, scusi?
«Si vedono cose che secondo me non fanno bene ai giovani: le violenze in classe…».
Grazie a YouTube si è riusciti a denunciarle.
«Ma sempre grazie a YouTube molti hanno emulato certi comportamenti feroci».
C’è chi è a favore dei filtri on line.
«È un discorso molto complicato».
Tardelli è pronto per l’ampio e approfondito dibattito. In politica.

LINK:
Quando arrivo in casa Tardelli, Sardegna del sud, è in corso un dibattito su quanto è buona la peperonata in tavola. L’ha fatta mamma Maria. Che assiste al colloquio. C’è anche la compagna di Marco, Laura. Mentre parliamo ogni tanto qualcuno interviene, per chiarire un dettaglio. Quasi un’intervista collettiva. A un certo punto arriva pure Nicola, figlio adolescente di Marco. Si dice sia un buon calciatore. Tardelli: «Ha i piedi di sua madre Stella e la mia testa. Non gli poteva capitare di peggio». Prima di andarmene chiedo all’ex campione se è felice che non gli abbia fatto domande sul celebre urlo. Risposta: «Si. Ma guardi che io sono contentissimo di averlo fatto». E ci mancherebbe altro.

Categorie : interviste
Commenti
danilo 13 febbraio 2012

il Geom.Marco Tardelli un grande campione,grandissimo e poi ci siamo diplomati assieme nel lontano 78,ciao Marco.

gianni 17 luglio 2012

Craxi, Moana, Veltroni…. bella monnezza anni 80-90…. per fortuna presto questo pattume verrà messo in discarica!

Marco per favore

Ci lasci solo il ricordo di quell’urlo…

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