Alessandro Gassman (Magazine – luglio 2007)

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Quando si legge qualcosa su Alessandro Gassman la prima parola che si incontra è «scultoreo». Oppure: «figlio di Vittorio». Lui non ha fatto molto perché la situazione cambiasse. Ha studiato nella scuola del padre. Ha esordito giovanissimo sulle tavole dei teatri affiancato dal papà. Non ha mai fatto suo il cliché che vuole l’attore di teatro più concentrato su Stanislavskij che non sui pettorali. Certo, ha messo in scena molte pièces, ma poi è diventato arcinoto grazie a un calendario seminudo in cui stava appollaiato sugli scogli e a molte performances cinetelevisive poco brechtiane. Figlio, oltre che di Vittorio, anche degli anni Ottanta, da giovane ha fatto poca politica: ha pensato molto più a divertirsi che non a cambiare il mondo.
Ora, a 42 anni, annuncia una piccola svolta. Diventerà direttore del Teatro Stabile dell’Aquila con l’intenzione di «impegnarsi». Non solo. Ha appena finito di girare un film (tratto da Caos Calmo, l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi) in cui recita al fianco dell’ultraengagé Nanni Moretti. Decisamente una strana coppia: il bello e il cervello.
Sul set vi siete scannati?
«Macché. Nanni è uno curioso, mi ha studiato. Non capiva perché la gente intorno al set volesse il mio autografo».
Invidioso?
«No. Mi chiedeva: “Scusa, ma come mai sei così famoso?”. Gli ho raccontato della tv e del calendario. Mi ha sfottuto fino alla fine del film: “Alessandro è del club della tartaruga”».
Riferendosi agli addominali.
«Mi ha costretto a tornare un po’ in palestra per non sfigurare».
Si dice che Moretti abbia litigato col regista Antonello Grimaldi.
«Sul set può esserci qualche piccola tensione».
La scena in cui Moretti sodomizza Isabella Ferrari?
«Non ho assistito, ma so che sono stati molto fedeli al libro».
Roba hard.
«Non mi pare che per Moretti sia la prima volta».
Anche lei in carriera ha interpretato scene osées?
«Beh, il bacio omosex nel Bagno turco era abbastanza spinto. Ma ho provato più imbarazzo nella Monaca di Monza di Luciano Odorisio».
Perché?
«Durante le riprese scoprimmo che la protagonista Myriam Roussel era incinta. Nelle scene di sesso, per coprire la sua panciona veniva inquadrato solo il mio sedere».
Siparietti morettiani.
«In macchina. Con quaranta gradi all’ombra. Io, lui e una bambina di dieci anni, Blu. La piccola al secondo ciak si comincia a lamentare: “Ho caldo”. E lui la consola. Terzo ciak: “Ho caldo”. E lui la consola. Al quarto “ho caldo” hanno cominciato a bisticciare come due coetanei. Nanni le diceva: “E chissenefrega”. Poi c’è stata la scena madre del salvataggio….».
La protagonista, Isabella Ferrari, che affoga e Moretti che la soccorre.
«Già. Ma nel mare del Circeo c’erano dei cavalloni mostruosi e malgrado Nanni sia un ottimo nuotatore non riusciva a riportare a riva Isabella. I gommoni di salvataggio sono dovuti intervenire più volte. Mentre giravamo ho fatto vedere a Moretti anche la casa di mio padre, dove sono nato».
Dove?
«A Roma, all’Aventino. Un palazzetto di quattro piani. Papà ci aveva fatto costruire dentro un piccolo teatro. Disegnato dallo scenografo Pierluigi Pizzi. E tra le rovine romane trovate nei sotterranei aveva messo un bar. Ho vissuto lì per anni».
Quattro piani. Uno per ogni moglie di suo padre?
«Delle mogli c’era solo mia madre, Juliette Mayniel, che a un certo punto se ne andò. Dopo un po’ papà si mise con Diletta D’Andrea, che prima stava con Luciano Salce. Lei per me è una seconda madre».
E così è nato suo fratello Jacopo.
«Che ora ha 27 anni. Ma io considero fratello anche Emanuele Salce, figlio di Diletta e Luciano. Con lui ho vissuto più di dieci anni».
Un famiglione.
«Sì. Anche se Vittoria, la mia sorella nata da Shelley Winters e Paola, figlia di Nora Ricci, le vedo molto poco».
Scuole?
«Sono stato bocciato due volte. Poi ho recuperato. A 14 anni ero un po’ pariolino, giravo in vespetta. Poi mi sono trasferito al Dante Alighieri: un anno da vero compagno. Gridavo: “È ora di cambiare/il Pci deve governare”».
Contestazione alla moda. Sarà stato contento suo padre che era craxiano.
«Con lui non parlavo molto di politica. Comunque alla fine mi diplomai al Saint George’s, una scuola inglese sulla Cassia. Stazionavo al baretto di La Storta. In quel periodo sono diventato campione di Space Invaders».
Il vecchio gioco elettronico?
«Esatto. Avevo D, il minimo, in quasi tutte le materie, ma andavo fortissimo nel dettato in italiano. Pensavo a divertirmi».
Un vero figlio degli anni Ottanta.
«Le lampade solari, le discoteche, la spensieratezza. Facevo viaggi allucinanti. Una volta, in Grecia, finiti i soldi, rimorchiai una tipa piuttosto facoltosa per farmi mantenere: dalla sua stanza dell’hotel tiravo il cibo agli amici affamati».
Aldo Cazzullo, firma del Corriere, sostiene che alla vostra generazione sia mancata l’esperienza formativa che fece chi ha vissuto in piazza gli anni Settanta.
«A me degli anni 70 piacciono le battaglie libertarie di Marco Pannella e la capacità di reagire alle ingiustizie. Oggi il Paese è fermo. Può succedere qualsiasi cosa, nessuno fa niente. La Napoli sommersa dai rifiuti dovrebbe far rivoltare le masse, invece…».
Siete una generazione schiacciata tra i 50enni formati nelle assemblee movimentiste e i ventenni hi-tec.
«È vero. Ma dopo Tangentopoli, che è stato un trauma, abbiamo cominciato a svegliarci anche noi».
Impegnarsi a quarant’anni.
«Allo Stabile dell’Aquila vorrei mettere in scena uno spettacolo ispirato a dodici storie di donne pakistane sfregiate con l’acido. E tra un po’ andrò in scena con Dodici uomini arrabbiati, uno spettacolo in cui si parla di pena di morte. Abbiamo il patrocinio di Amnesty International».
Torniamo alla gavetta. Ha mai pensato di non fare l’attore?
«Certo. Dopo il liceo mi ero iscritto a un corso di fumetti. Mia madre mi aveva trasmesso la passione per il disegno. Per guadagnare due lire stavo per cominciare a fare il modello. A quel punto però, mio padre mi disse: “Perché non vai a Firenze alla mia scuola?”. Ci andai».
Raccomandato.
«Feci un buon provino con Alvaro Piccardi. Non ero male. Con Giulio Base, mio coinquilino di quegli anni, al primo anno facemmo un esercizio di improvvisazione corporea ispirandoci ai nostri film preferiti dell’epoca: quelli con Bud Spencer e Terence Hill».
La prima tournée teatrale.
«Affabulazione di Pierpaolo Pasolini. Nel 1984. Con mio padre. Ricordo l’esordio al teatro di Pistoia. Durante il primo atto papà recitò per me. Mi imboccava. Uscimmo tra gli applausi. Dietro le quinte ci abbracciammo. Poi lui mi disse: “Mo ti arrangi”. Salì in cattedra e io diventai il suo contorno. Avevo i capelli tinti color platino. La tournée più divertente, invece, è stata quella con Gianmarco Tognazzi per Uomini senza donne, nel 1993».
Gassman e Tognazzi. Furbi.
«I cognomi contavano, ma lo spettacolo funzionava. Giravamo con una Citroën Ds, una Pallas. Rimorchiavamo parecchio e una sera al Ciak di Milano era rimasta talmente tanta gente senza biglietto, che improvvisammo uno spettacolo notturno».
Una volta di se stesso lei ha detto: «Non sono talentuoso».
«È vero. Ho un talento medio».
Ha anche detto: «Qualunque cosa io faccia, mio padre l’avrebbe fatta meglio». È passato il complesso?
«Sì. Credo che come regista teatrale io sia più dotato di mio padre. Con La forza dell’abitudine ho scoperto la direzione, lì faccio anche l’attore. Invecchiato e imbruttito. Alcune spettatrici durante lo spettacolo si domandano: ma dov’è Gassman?».
Una soddisfazione.
«Sì, ma da attore rimane un po’ quella sensazione che papà ha fatto cose talmente grandi…».
La volta che si è sentito di più fuori ruolo?
«Beh, modestamente ha di fronte uno che ha fatto pure Biancaneve e i sette nani. Ero il principe azzurro con tanto di piumona in testa».
Davvero?
«Girammo in Cecoslovacchia. Per indorarmi la pillola mi dissero che era la vera storia di Biancaneve».
E cioè?
«Una roba filologica per cui alla fine i nani erano otto. Durante le riprese, tra l’altro, gli stessi nani organizzarono una piccola rivolta perché li avevano messi in un residence con gli specchi fissati troppo in alto».
Le critiche più feroci che ha ricevuto?
«Per il film Teste di cocco».
Un super flop.
«A me e a Gianmarco Tognazzi ci dissero che eravamo dei cani. Lo girammo nel Borneo malese».
Un film come pretesto per una vacanza.
«Eravamo partiti con questo spirito. Poi abbiamo scoperto che nel Borneo piove tutti i giorni tutto il giorno. È pieno di ragni velenosi. Gianmarco passava ore sigillato nella sua stanza per paura dei gechi. Detto ciò il film non era male. Walter Veltroni mi ha chiamato per dirmi che è uno dei suoi film cult».
Veltroni coccola il mondo dello spettacolo.
«Veltroni über alles».
Come ministro della Cultura meglio lui o Francesco Rutelli?
«Meglio Veltroni».
Meglio Giovanna Melandri o Veltroni?
«Ri-Veltroni».
Senza esitazioni?
«Rutelli e Melandri non mi pare abbiano fatto molto per il cinema. E poi di Veltroni mi è piaciuto anche il discorso sul Pd: basta con le barricate e con le risse. Riconosciamo anche i meriti degli avversari».
Il politico di sinistra che non apprezza?
«Oliviero Diliberto e gli altri dell’ala radicale. Sembra che non abbiano capito che l’Unione è al governo».
Quello di centrodestra che non le dispiace?
«Gianni Letta. E Gianni Alemanno, è stato un buon ministro dell’Agricoltura. Ne so qualcosa».
In che senso?
«L’unica materia che avrei studiato volentieri all’Università è agraria. Zappo e coltivo. Le saprei consigliare trattori e taglia erbe. Mia madre ha delle terre in Toscana di cui mi occupo io. E mi occupo anche dell’orto della casa di Velletri, quella della guerra tra gli spartani e gli ateniesi».
Come, scusi?
«Gli spartani sarebbero i Gassman. Gli ateniesi i Tognazzi. Noi svegli all’alba con bagni nell’acqua ghiacciata e colazione col pane secco. Loro goderecci, mangioni coi brufoli. Gli amici andavano tutti ospiti da loro, perché si stava meglio».
L’errore della vita?
«Non avere imparato a suonare uno strumento musicale».
Non il bacio fedifrago immortalato dai paparazzi?
«Quella è stata una stupidaggine».
Di cui sua moglie è venuta a sapere leggendo un giornale scandalistico. Ora Fabrizio Corona…
«Corona mi repelle. Mi dà la nausea. Posso dirlo?».
Certo.
«E mi sconvolge il fatto che quando è andato ospite di Matrix, ha fatto il 50% di share. Gli anchorman non gli dovrebbero dare spazio».
Qualcuno l’ha mai contattata per venderle la foto del bacio?
«No».
L’avrebbe comprata?
«Certo».
Scelga: una pièce con sua moglie Sabrina Knafliz o una produzione hollywoodiana con Sharon Stone?
«La superproduzione hollywoodiana. Chiederei a mia moglie di accompagnarmi».
Al comizio per l’insediamento di Veltroni come capo del Pd o a bordo ring per il ritorno di Mike Tyson?
«A bordo ring. Ho pure scritto una sceneggiatura su Primo Carnera».
Ma è vero che ha smesso di fare box perché è un po’ fifone?
«Nelle risse adolescenziali ho sempre puntato sull’altezza come deterrente. Ma sul ring… Ricorda mio padre nei Mostri? “Bordignon, mena, mena… i cazzotti fanno male”».
A cena col nemico?
«Berlusconi. Pare che sia simpaticissimo».
Leggende del cinema: Dustin Hoffman o Al Pacino?
«Al Pacino».
Al Pacino o Bob De Niro?
«De Niro».
Delete: via un numero dal suo cellulare. Colleghi: Gianmarco Tognazzi o Nanni Moretti?
«Cancello Moretti. Prima gli amici, poi i miti».
Colleghe: Anna Valle o Sabrina Ferilli?
«Cancello Anna, anche se mi piace molto. Sabrina la considero una sorta di uomo».
Fantasioso.
«Un coetaneo goliardico con la scocca sexyfemminile».
Cultura generale. I confini dell’Iraq?
«Arabia Saudita, Giordania, Siria, Iran, Turchia e Kuwait».
Se l’era preparata?
«No. Ho girato per due mesi a Petra, in Giordania».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Non lo so proprio».
Novanta centesimi.
«Quando faccio la spesa guardo solo il totale».
Che cos’è la Consob?
«La cosa dei consumatori».
Uhm.
«Le banche?».
Il controllo della Borsa. Che cos’è YouTube?
«Quello con cui scarichi le musiche?».
Non proprio. Gassman bocciato. Per la terza volta in vita sua.

LINK: Pieno centro di Roma. Un poster dell’Armata Brancaleone. In salotto lo schermo gigante. Da una porta si affaccia Leo, 8 anni. «Papà che cos’è un affluente?». Alessandro: «Un fiume che affluisce. Un co… un co… un corso d’acqua». Vista la carriera scolastica del padre verrebbe da suggerire di non dare troppi consigli al figlio. Chiedo a Gassman come mai la libreria e i mobili sono tappezzati di immaginette di Che Guevara. Cerca di corroborare la nuova carriera «impegnata» con l’iconografia guevarista? «No. Sono ricordi di due viaggi fatti a Cuba, il primo con mio padre, il secondo con Gianmarco Tognazzi». Come Daniele Silvestri folgorato sulla via dell’Avana? «No. Mica c’ho le foto di Castro in casa». Già.

Categorie : interviste
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