Tarak Ben Ammar (Magazine – maggio 2007)

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Proprietario di tv. Produttore e distributore cinematografico. Mediatore. Finanziere. Tarak Ben Ammar, 57 anni, nato a Tunisi e cresciuto a Roma, musulmano formato dai preti del liceo Nôtre Dame, vive a Parigi e da più di dieci anni muove pedine e sposta armate sul tabellone del nostro Risiko bancario e multimediale: ha portato i miliardi del principe saudita Al Waleed nelle casse di Mediaset e le parabole di Rupert Murdoch sui tetti degli italiani. Era amico hammamettiano di Bettino Craxi ed è legato a doppio filo con Silvio Berlusconi. È pure advisor di Vincent Bolloré, l’uomo delle Generali. E fa parte del Cda di Mediobanca, il tempietto del nostro capitalismo. L’estate scorsa fece incontrare su uno yacht al largo delle coste greche Marco Tronchetti Provera e Murdoch. Il tycoon voleva comprare Telecom, ma qualcosa andò storto. «In quell’occasione la mia mediazione fallì».
Perché?
«Non c’era accordo sul prezzo. E poi arrivavano troppe pressioni dal mondo politico».
La difesa dell’italianità?
«Quella va bene, se si intende come difesa di una gestione che conosca storia e meccanismi di un’impresa. Non va bene se è un pretesto. L’intenzione del premier Prodi di difendere certe grandi istituzioni è lodevole, ma il modo mi sembra un po’ confuso».
Anche gli americani di At&T si sono ritirati. Ora chi comprerà Telecom?
«Non credo che ci sia tutta questa fretta».
Si è detto che Berlusconi sia interessato.
«Silvio non ha scritto “scemo” in fronte e ha già abbastanza mal di testa per il conflitto di interessi e per il decreto Gentiloni».
Quindi…
«Probabilmente Telecom andrà a una cordata di banche, alleate con un operatore europeo».
Lei è dato come possibile acquirente di La7.
«Non ho mai espresso interesse per La7. Non so se mi converrebbe infilarmi in mezzo a due giganti come Rai e Mediaset. La mia forza è l’indipendenza, non voglio diventare un competitor».
Ma lei ha già una tv, Sport Italia.
«Ho un bouquet sul digitale terrestre. E una piccola tv di nicchia».
Si dice che l’abbia comprata per conto di Berlusconi. Con i soldi del Cavaliere.
«In Italia c’è chi vede complotti ovunque e regna il dietrologismo. L’amicizia con Silvio, per i suoi oppositori, è il mio peccato originale».
Sa com’è… Lei fa tv, siete amici e lui della tv è il reuccio. Da editore: il meglio del palinsesto italiano?
«Trovo fantastiche le fiction. Mi è piaciuta anche Capri, che è un po’ soap. E guardo tutti i talk politici. C’è una scelta straordinaria: Giuliano Ferrara, Gad Lerner, Enrico Mentana, Bruno Vespa, Michele Santoro, Fabio Fazio».
Da chi andrebbe ospite più volentieri da Fazio o da Santoro?
«Da Santoro. Fazio con quel sorrisetto è un po’ scivoloso. Santoro ti dice le cose in faccia. Non mi piace quando è troppo fazioso, ma ne apprezzo il coraggio. Lo stesso vale per la determinazione giornalistica di Marco Travaglio».
Travaglio le chiederebbe subito dei 22 miliardi dell’affare All Iberian. I soldi versati da Berlusconi al Psi di Craxi. Lo faccio anch’io.
«Ho mandato tutte le carte ai giudici. Antonio Di Pietro, che considero una persona per bene, mi ha chiamato “l’arabo strano strano”, una cosa al limite del razzismo».
Lei è stato convocato due volte dai magistrati e non si è presentato.
«Ero in Asia con Murdoch, proposi due date alternative e loro non mi hanno risposto. Sono convinto che non mi volessero sentire».
Detto ciò, i 22 miliardi?
«Capisco che Travaglio possa avere il sospetto che Berlusconi finanziasse Craxi…».
Si spieghi.
«Bettino ha denunciato se stesso e il sistema dei finanziamenti ai partiti in un discorso a Montecitorio. Dopodiché i soldi passati per la società All Iberian sono serviti a finanziare i palestinesi».
E Craxi?
«Craxi chiedeva che fosse Silvio ad aiutarlo in questa operazione. Ma Berlusconi mi disse che lui, facendo affari con le major del cinema americano non poteva risultare come uno sponsor dei palestinesi. In compenso mi affidò l’incarico di vendere il catalogo dei film che gli erano rimasti sul groppone dopo il fallimento di La Cinq. I proventi furono girati ai seguaci di Arafat».
Una storia un po’ contorta.
«Fa parte della tradizione della mia famiglia aiutare i palestinesi. Io c’ero, quando mio zio, il presidente Habib Burghiba, aprì loro le frontiere tunisine. Tra l’altro su di lui farò un film. È una storia legata alla mia infanzia».
Il giovane Tarak a Tunisi.
«Vivevo nella Medina, nel suk».
Come si passa dal suk al Cda di Mediobanca?
«Non vi vorrei annoiare… Mio nonno era un celebre avvocato e tra i suoi assistiti c’era Burghiba, un giovanissimo rivoluzionario indipendentista. Burghiba era innamorato della sorella di mio padre, zia Wassila. Quando, tornato dalla Francia, nel ’57, lui divenne presidente della Tunisia indipendente, pur essendo già sposato, la prima cosa che fece fu venire nella nostra casa. Lo ricordo a cavallo. Voleva rincontrare mia zia. Fu anche grazie alla volontà di unirsi a lei che Burghiba, unico caso tra i Paesi arabi, introdusse il divorzio e molti diritti per le donne».
In Italia lei quando ci arriva?
«Nel ’58, quando papà, avvocato, viene a fare l’ambasciatore a Roma».
Gli studi di un musulmano sotto al Cupolone.
«Ho trascorso la mia adolescenza in un collegio di preti cattolici. Il Nôtre Dame. La mia famiglia era laica. Fu il professore di religione a farmi conoscere l’Islam, l’ebraismo e il cristianesimo. Gli sono ancora grato per l’apertura mentale che mi ha dato. Tra l’altro anni dopo lo scelsi come consulente per il Messia di Roberto Rossellini».
La passione per il grande schermo…
«Nasce nelle sale del cinema Archimede. Quartiere Parioli. Lì proiettavano i film in lingua originale: Lawrence d’Arabia, Ben Hur… E poi Shirley MacLaine…».
Che cosa c’entra l’attrice americana?
«Era amica dei miei genitori. Una volta le chiesero di portarmi un pacco di cioccolata dalla Tunisia. Lei si presentò nel cortile del mio liceo in Ferrari, accompagnata da Vittorio De Sica. Divenni il più popolare della scuola e grazie alla sua amicizia cominciai a frequentare Cinecittà. Finito il liceo mi trasferii a Washington: alla Georgetown University. I miei volevano che facessi politica. In realtà in America crebbe la passione per la comunicazione: in Tv vendevano qualsiasi cosa. Un tipo era diventato miliardario inventando la Pet Rock, una roccia da accudire come un animale domestico».
Un Tamagotchi primordiale.
«Esatto. Divenni una zanzara attratta dalla luce della comunicazione».
Il ’68 a Washington.
«Giravo con un’Alfa decappottabile come quella di Dustin Hoffman nel Laureato. Un divertimento pazzesco, ragazze stupende e grande libertà. Finita l’Università, venni accettato a Harvard per la specializzazione. Ma rinunciai per tornare in Tunisia e lavorare nel cinema. Prima qualche collaborazione con l’Istituto Luce, il film sul Caso Mattei, e poi la creazione degli studios della Cartago Film. La svolta, fu l’incontro con Roberto Rossellini all’aeroporto di Fiumicino».
Abbordò il regista?
«Gli dissi: “Maestro, sono un suo fan tunisino” e gli diedi il mio biglietto da visita. Ci rivedemmo a Roma. Roberto mi fece da padre nel mondo del cinema. E poi mi presentò Franco Zeffirelli, con cui lavorai al Gesù di Nazareth e alla Traviata, opera che mi permise di conoscere pure il magnate della musica e della tv tedesca Leo Kirch».
In quel periodo lavorò pure per Guerre Stellari.
«Sempre grazie a un aeroporto. Al check in conobbi lo scenografo di George Lucas».
Questi incontri casuali sono un po’ sospetti.
«Non tutti erano casuali. A quel tempo facevo una specie di porta a porta con il mio biglietto da visita. Dissi allo scenografo che lo avrei potuto aiutare in Tunisia. E infatti… Il pianeta Tatooin, che ha fatto innamorare miliardi di fan, prende il nome da un villaggetto tunisino».
Berlusconi quando lo conosce?
«Nel 1983. A Hammamet. I miei studios erano diventati una piccola attrazione per politici e turisti di tutte le nazionalità. Craxi, che conoscevo benissimo, mi chiese di organizzare una visita per questo suo amico. La sera ci fu una festa. Io portai delle modelle stupende che stavano girando un film. Fedele Confalonieri mi bisbigliò che Berlusconi era impazzito per quella con i capelli più scuri. Fu una serata indimenticabile. C’era pure Tony Renis, Silvio cantò tutta la notte. Il giorno dopo passeggiammo insieme sulla spiaggia. Berlusconi mi parlava dei suoi progetti. Io pensavo: “O è pazzo, o è un genio”. La stessa cosa poi è successa dieci anni dopo».
Quando, scusi?
«Quando a Cannes, nell’aprile del 1993, mi disse che voleva entrare in politica. Gli dissi: “Sei matto”».
Dal suk al cinema. Ma alla finanza quando ci arriva?
«A metà degli anni 90. Berlusconi doveva quotare in borsa Mediaset. Io gli trovai finanziatori per un miliardo di dollari».
Qui entra in scena anche il principe Al Waleed…
«Esatto. Insieme con altri soci».
Al Waleed come lo conobbe?
«Da piccoli le nostre famiglie si conoscevano bene. Lo intercettai a Cannes. Andai da lui con una vecchia foto di noi due bambini nel cortile di casa mia. Gli dissi che avrei fatto volentieri i suoi interessi e gli proposi alcuni investimenti».
Rudolph Giuliani, dopo l’11 settembre, rifiutò una donazione di Al Waleed perché c’era chi lo considerava vicino a Bin Laden.
«Una sciocchezza. E Giuliani si è comportato da ignorante».
Giuliani potrebbe essere il futuro presidente degli Stati Uniti.
«Se è per questo anche Bush si comporta da ignorante. Basta guardare che cosa ha combinato in Iraq. Comunque Al Waleed con Giuliani fece un errore di timing. Sbagliò i tempi. Dopo aver consegnato l’assegno fece una dichiarazione a favore della Palestina. Giuliani, che all’inizio aveva accettato il dono, dovette fare un passo indietro. Detto ciò, a me piacerebbe che un Presidente o un re musulmano uscisse allo scoperto per dare la sveglia alla maggioranza islamica moderata e silenziosa. E per dire una volta per tutte che l’Islam vero non è quello fondamentalista».
Torniamo ai suoi affari: la parcella per l’operazione Mediaset?
«Alcuni milioni di dollari».
Ed entrò pure nel Cda dell’azienda.
«In quell’occasione, tra l’altro, Berlusconi mi mandò a parlare con Murdoch. Il tycoon di Newscorp avrebbe voluto comprare Mediaset. Berlusconi lo aveva tenuto in sospeso durante tutta la trattativa con Al Waleed. Incontrai Murdoch a Villa d’Este, sul lago di Como. Gli dissi che lui era il mio modello di uomo cosmopolita, che grazie a lui avevo fatto il più grosso affare della mia vita e che il mio sogno era di ripagarlo».
È diventato suo amico.
«Nonché uno dei suoi advisor in Europa».
Ora Berlusconi e Murdoch hanno litigato.
«Ma no. Tutti e due sanno come funzionano gli affari. Berlusconi più di una volta mi ha detto che Murdoch per lui è un modello».
Già. Ma con la vicenda degli aiuti pubblici ai decoder del digitale terrestre Mediaset, il Cavaliere ha cercato di dare un bel colpo a Sky.
«Silvio non c’entra. Quando era premier la Sky di Murdoch è diventata monopolista satellitare in Italia. Non credo che la loro amicizia sia in discussione. Certo Rupert ha considerato poco eleganti le sovvenzioni sui decoder».
Con Silvio a villa Certosa o con Rupert sul suo yacht?
«Murdoch lo sento tre volte a settimana. Ma le feste di Berlusconi in Sardegna…».
Che cosa?
«… sono un divertimento eccezionale. Ci starei un mese a villa Certosa: il vulcano, il parco strepitoso».
Vite parallele. Lei e Afef: tunisini, figli di ambasciatori.
«Afef la conosco da quando era una ragazza. È coraggiosa, un’ambasciatrice dell’islam moderato. I pregiudizi su di lei perché è la moglie di Tronchetti sono pessimi».
A cena col nemico?
«Marco Travaglio. Vorrei smontare i suoi pregiudizi. Con Santoro invece ho avuto recentemente una lunga conversazione telefonica molto amichevole».
Segue la politica italiana?
«Sui giornali e in Tv».
Il futuro leader del Partito democratico?
«Rutelli mi sembra cresciuto negli ultimi anni. Veltroni rappresenta mitterrandianamente la forza tranquilla. D’Alema ha un’intelligenza incredibile. Ma gli manca il sorriso. Quello che Sarkozy ha usato in Francia durante le presidenziali».
In Italia Fini, gioca un po’ a fare il Sarkozy…
«Fini è bravo, ma Sarkozy ha alle sue spalle un partito enorme che Fini non ha».
Delete. Deve cancellare un numero dal suo cellulare: Berlusconi o Murdoch?
«La mia natura è di non cancellare».
Giorgio Gori di Magnolia o Marco Bassetti di Endemol?
« Non voglio delettare. Non ci sto».
Cultura generale. Quanto costa una baguette?
«4 euro e mezzo».
Sbagliato. Un euro circa. Un litro di latte?
«Non compro latte».
Che cosa è YouTube?
«Un sito internet dove si pubblicano video».
Esatto. I confini dell’Afghanistan?
«Iran, Pakistan, Russia…».
No, la Russia no. Quelle sono le ex repubbliche sovietiche.

LINK:
Tarak Ben Ammar vive a Parigi in una villa piuttosto lussuosa. Marmi, sculture… «L’ho costruita intorno al trittico di Francis Bacon sulla Crocifissione», dice. E mi illustra il trittico. Durante l’intervista è un continuo di telefonate in multilingua: inglese, francese, arabo. Finita la lunga chiacchierata gli chiedo di inviare una e-mail dal suo computer. Mi accompagna nel suo studio. Ogni due minuti torna da me per chiedermi se va tutto bene. È il mediatore che mostra la sua gentilezza o il finanziere che teme l’intrusione in qualche file riservato?

Categorie : interviste
Commenti
Sophie Edith Nicoletti 18 gennaio 2010

Vorrei avere un appuntamento con Tarak Ben Ammar qui a Roma, perchè ho un film molto interessante a proporle.
Edith Nicoletti

Sophie Edith Nicoletti 18 gennaio 2010

Ho visto l’intervista alla TV7 ed ho capito che era con lui che potrò fare il film che ho in mente

vz 18 gennaio 2010

Gentile Sophie,
non credo che questo blog/archivio sia letto da Tarak Ben Ammar e non credo che lui passi molto tempo a Roma. Io l’ho incontrato a Parigi. Quel che posso suggerirle è di cercare di contattarlo attraverso la sede francese della Quinta Communications, la sua casa di produzione. On line troverà indirizzo e numeri di telefono.
grazie

italotunisino 25 ottobre 2013

afaf ambascitrice del’islam hhhhhhhhhhhhh

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