Roberto Maroni (Magazine – aprile 2007)

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Roberto Maroni, 52 anni, capogruppo del Carroccio alla Camera, leghista senza elmo barbarico, camicia verde sì, ma metaforicamente con gemelli. Da anni è l’esponente di punta del bossismo ragionante: spesso con missioni suicide, in nome del Senatùr, tratta, media e intreccia rapporti con possibili alleati strategici della galassia padana. È successo anche di recente: ha sussurrato all’orecchio del centrosinistra un possibile accordo sul federalismo, ha fallito e si è beccato l’epiteto di «follinizzato». Sassofonista e organista Rhythm and Blues, occhialetti con la montatura rossa un po’ fighetta, ultimamente è finito davanti al ventilatore fangoso di Vallettopoli, per colpa di uno scatto che lo ritraeva a cena con l’assistente Isabella Votino.
Quando entro nella sua stanza di Montecitorio sta davanti allo schermo del computer, una finestra aperta su YouTube (con i Temptation che strimpellano un motivetto anni Sessanta) e un’altra sulle foto che manderà al Magazine: Maroni bambino in posa da bulletto, Maroni in sella a una moto, Maroni con Bossi. In tempi di dossier, barbefinte e ricatti, gli chiedo se per caso c’è anche un’immagine di quando da giovane ministro dell’Interno, un po’ guascone, nel 1994 si presentò al Sisde, e cercò di mettere ordine tra i faldoni scabrosi dei Servizi Segreti. Ride: «Lo scatto c’è, ma è secretato».
Che cosa c’era nei dossier degli spioni?
«Carte inutili. Arrivai nel Centro di comando del Sisde e rimasi a bocca aperta. Sembrava una scena di Star Trek: decine di monitor, schermi giganti…».
I faldoni?
«Nell’archivio. Che era custodito da un ometto. Tu gli dicevi un nome e lui tirava fuori le carte, catalogate con titoli in codice».
Un esempio?
«Il dossier Cossiga era sotto il nome “Tirreno”. Perché riguardava una visita, riportata sul quotidiano toscano, dell’ex Presidente alla caserma degli incursori Comsubin di La Spezia. C’era un reparto con Lega Nord, Liga Veneta, Lega Lombarda e Legambiente…».
Legambiente?
«Sì. Forse pensavano fosse roba nostra. Sulla Lega c’erano centinaia di pagine superflue, scritte da un giornalista. Controllai: per quel lavoro aveva preso 120 milioni».
Il nome del giornalista?
«Non posso. Per il resto le carte erano piene di roba in stile Vallettopoli».
Molte foto?
«No. Ma su molti ex diccì c’erano insinuazioni, cronachette fantasiose di incontri galanti. C’era pure una cartellina su Nicola Mancino, che era stato ministro fino a pochi mesi prima».
Oggi… i servizi, le intercettazioni…
«Non mi sorprende. Nei sotterranei del ministero scoprii che c’era una centrale della Telecom. Mi dissero che serviva alle indagini. A me sembrava una cosa da Grande Fratello, tipo Echelon. La feci chiudere. Negli archivi, comunque, c’era soprattutto roba degna di giornali scandalistici».
Lei sui giornali scandalistici ci è appena finito…
«Hanno tirato fuori il mio nome per attenuare il polverone Sircana».
C’è un’intercettazione in cui Lele Mora…
«…chiede informazioni su alcune foto. Per simpatia, non certo per ricattarmi».
Lele Mora organizza da anni Miss Padania…
«Si trattava di foto che conoscevo. Tant’è che quando mi hanno contattato per chiedermi soldi, gli ho detto che non mi interessavano».
Le foto tra l’altro sono state pubblicate su Novella 2000 due mesi prima del polverone Mora/Corona…
«Ho querelato il settimanale. Hanno pubblicato anche la foto di mia moglie in mezzo a insinuazioni pessime sulla mia portavoce».
La sua famiglia come ha reagito?
«Mio figlio, quando è uscito il servizio su Novella 2000, si è fatto una risata. Mi ha preso in giro: “Grande papà”».
Reazioni nel partito? Qualche rimbrotto?
«Ma figuriamoci. Anzi, qualcuno si è complimentato».
In perfetto stile celodurista. Ci andrà al Family Day?
«Il Family Day lo passerò con moglie e figli. Da ministro del Welfare ho reintrodotto la giornata internazionale della famiglia. Ma non sono come quei politici tristi che si appoggiano ai precetti della Chiesa per fini personali».
Di chi parla?
«Uno su tutti: Pier Ferdinando Casini. Il più cinico. Usa certi valori per avere un po’ di consenso».
Parole sue. Lei ha detto: «La sinistra vuole mettere il bavaglio alla Chiesa».
«Difendo solo la libertà di parola. Io, Bossi e altri trenta sfigati leghisti siamo sotto processo per il reato di depressione del sentimento nazionale. Roba da Ventennio».
Lei e Bossi siete anche gli unici due leghisti condannati che siedono sui banchi di Montecitorio.
«Sono orgoglioso della mia condanna: resistenza a pubblico ufficiale. Ho difeso la sede del partito. E la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la perquisizione a cui ho resistito».
Bossi è condannato per una mazzetta Enimont.
«Un finanziamento illecito al partito. Per evitare la condanna sarebbe bastata una ricevuta. Che cazzo di reato è?».
I 70 miliardi di Berlusconi al Senatùr.
«Magari. Invece è la solita notizia fangosa».
Lei, da ministro del Welfare ha incontrato i «furbetti» Fiorani e Ricucci. A Fiorani chiese soldi per la barca +39, per l’America’s Cup. Un po’ inusuale, no?
«Annunciai gli incontri con dei comunicati stampa. Proposi che Bpi divenisse il principale sponsor dell’imbarcazione. Volevo aiutare +39: è un team di un piccolo club nautico del Lago di Garda, attivissimo negli aiuti ai disabili».
Esordio in politica.
«Nei marxisti leninisti di Varese. A sedici anni. Mi avvicinai alla politica grazie alle lezioni del mio prof. di filosofia. Mi abbonai pure al manifesto. Prima ero un secchione che forzava i picchetti per entrare a scuola».
Mai tirato un sampietrino?
«No. Una volta, durante un corteo, volevo rompere la vetrina di una pasticceria, ma venni preceduto da un compagno. Il leader locale di allora, adesso lavora con le industrie militari. Nato incendiario, morto pompiere».
È successo a molti.
«Non a me. Rivendico di aver mantenuto una carica antisistema Dc».
Sarà. L’incontro con Bossi?
«Ottobre 1979. Ero un giovane neolaureato che votava Democrazia proletaria. Un mio amico mi disse che c’era un tipo Interessante da conoscere».
Bossi?
«Sì. Mi trovai una sera nella sua casa di Capolago, frazione di Varese. Lui parlava di autonomie, federalismo. Io pensavo: “Questo è matto. Sto perdendo tempo”. Ma poi disse che voleva fondare una rivista. Mi proposi e nacque il sodalizio».
Nome della rivista?
«Nord-ovest. Rivendicavamo l’autonomia per la regione dei laghi. Non vendemmo una copia. Nel 1980 il primo comizio».
Dove?
«A Como. Cinque spettatori: due curiosi, due poliziotti e un fascista del Msi, che fece finta di avvicinarsi a Umberto per stringergli la mano e gli diede un cazzotto. Bossi che è bello robusto, reagì».
Ma che cosa dicevate in quei comizi?
«A quei tempi io non dicevo niente. Il mio esordio su un palco leghista è nel ’90. Mi preparai per una settimana. Schemi, schemini, introduzione a, b, c…».
Allenamento a casa davanti allo specchio?
«No, perché in famiglia non apprezzavano l’impegno in politica. Mio padre, tre mesi prima di morire, mi disse: “Hai un buon lavoro, ti diverti, lascia perdere quella roba”».
Torniamo al primo comizio.
«Dopo 5 minuti che parlavo, la gente cominciò a guardarsi intorno. Dopo 10, erano visibilmente perplessi. Dopo un quarto d’ora si alza uno della mia sezione e fa: “Scusa Maroni… posso?”. “Ma, veramente…”. E lui, urlando: “Mandiamo a casa i terroni». L’emozione di parlare in pubblico, comunque, non mi è mai passata. Prima del primo concerto col mio gruppo, i Distretto 51, non ho dormito una settimana. Quando ho cominciato ad andare ospite in tv, mi tremavano le gambe».
È ancora così?
«Un po’ sì. All’inizio degli anni Novanta, era tremendo. Certo, a quei tempi eravamo di una forza tale che era difficile metterci in difficoltà».
A quei tempi, alla fine del 1993, lei siglò con il centrista Mario Segni un accordo che poi fu sconfessato da Bossi.
«L’operazione era tutta sotto il controllo di Umberto. Berlusconi ci aveva detto: “Se voi fate l’accordo con Segni e Martinazzoli, non c’è bisogno che io scenda in campo”. Bossi allora mi mandò da Segni, portai a casa il risultato. Umberto andò da Berlusconi e gli disse: “Segni ha firmato, ma io preferirei che tu scendessi in campo, perché puoi catalizzare molti più voti”».
Detta così, sembra che se oggi Berlusconi è in politica è merito di Bossi. Chi guiderà la Lega dopo il Senatùr?
«Non c’è ancora un candidato che, come Bossi, racchiuda in sé la testa e la pancia».
Futuro del centrodestra. L’Udc rientrerà nella Casa delle Libertà?
«Non hanno alternativa. L’unico che può rispondere all’appello di Casini è Mastella. Ma se l’intento è rifare il Ccd-Cdu con Rocco Buttiglione, mi pare una prospettiva abbastanza ridicola».
Pare che Berlusconi si sia lamentato della sua intraprendenza nel trattare con il centrosinistra sul federalismo…
«Ho sempre avuto il mandato di Bossi».
L’alternativa a Berlusconi per il 2011.
«E chi l’ha detto che si vota nel 2011?».
Scade la legislatura…
«Le politiche saranno nel 2009, insieme con le Europee. Berlusconi guiderà il centrodestra. Il popolo dell’Udc sarà con noi. Non so se ci sarà Casini».
Il Partito Democratico da chi sarà guidato?
«Da Walter Veltroni. Dico lui solo perché siamo tutti e due del 1955».
Bel criterio. L’alleato meno affidabile? Non vale fare un nome dell’Udc…
«Non un nome. Tutta l’Udc».
La categoria politica che non sopporta?
«Gli ipocriti».
Il nome di un ipocrita a Montecitorio.
«Tutti gli ex democristiani».
È una mania.
«Salvo solo un uomo».
Chi è il fortunato?
«Gerardo Bianco, Jerry White. Era capogruppo diccì nel 1992 alla Camera. Io guidavo i deputati leghisti. Mi diede un po’ di consigli. Voleva capire il nostro movimento».
A cena col nemico?
«…stavo per dire Berlusconi. D’Alema».
In quanto velista, come lei?
«No. Lui non è mai banale. È spocchioso e altezzoso quanto basta. Interessante».
In barca con D’Alema o con Roberto Castelli?
«Con Castelli. Che è un velista vero. D’Alema è un politico abile, ma secondo me non sa neppure la differenza tra orzare e poggiare».
Fabio Mussi sostiene di essere il maestro di vela di D’Alema.
«Mussi l’ho incontrato in mare. Ha una piccola barca. Lui è bravo come velista, ma non come politico. Il contrario di D’Alema».
Ospite di Serena Dandini o del Bagaglino?
«Di Serena Dandini».
Maroni chic.
«Il Bagaglino è troppo leghista. Di piazza, un po’ volgare. Appartenendo a quel mondo, il mondo popolare, sono fatalmente attratto dalle cose raffinate».
Il primo quotidiano che legge la mattina?
«Prima la Padania e poi la Gazzetta dello Sport. Quando vince il Milan prima la Gazzetta».
Al Milan: Ronaldo o Ronaldinho?
«Per il mio compleanno ho chiesto a Berlusconi la rinuncia al referendum sulla legge elettorale e Ronaldinho. Ma temo che Ronaldinho non arriverà. Bossi ha ragione quando dice che Silvio è un po’ tirchio».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare. Roberto Calderoli o Giancarlo Giorgetti?
«Calderoli. So a memoria i suoi numeri».
Risposta democristiana. Pier Gianni Prosperini di An o Fabrizio Cicchitto di Forza Italia?
«Tengo Prosperini. Prima era nel Carroccio. Al primo Congresso della Lega, nel 1991, prese la parola dopo Irene Pivetti che aveva parlato di Karl Popper. Prosperini salì sul palco e tuonò: “Ma quali poppe e poppe. Non ce ne frega niente… Via i musulmani…” Boato in sala!».
Prosperini è quello che ha proposto la garrota per gli omosessuali…
«Mi piace l’uomo, non quello che dice».
Ah, ecco. Prestigiacomo o Santanché?
«Santanché. È più diretta. Se la tira un po’ meno».
Cultura generale. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e cinquanta».
Uno e venti.
«Io solo alta qualità».
I confini dell’Iraq?
«Iran… Kuwait, Turchia e Siria».
Chi ha vinto Sanremo?
«L’unico Sanremo che ricordo è quello con Zucchero e la sua Canzone triste. Arrivò penultimo, ma pensai: questo ce la farà».

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«Coi soldi della querela mi ci vorrei comprare la Brutale. La moto. La conosce?». A Maroni, questa storia di Vallettopoli gli fa un baffo. Ne parla con disinvoltura e senza nessuna preoccupazione. Tanto che la sua portavoce Isabella Votino, ventisettenne del beneventano, che nella Lega qualcuno vorrebbe più defilata, è presentissima all’intervista. Entra ed esce dalla stanza. Quando c’è, interviene continuamente. «Anch’io vorrei fare causa al settimanale». E ancora. «Non ci interessa svelare chi ha tramato». La cosa più strana? Sentire il suo accento campano in un’intervista padana.

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