Riccardo Illy (Magazine – marzo 2007)

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Riccardo Illy, 51 anni, valdese non praticante, presidente del Friuli Venezia Giulia, finge di essere un semplice imprenditore del caffè prestato alla politica e all’amministrazione locale. In realtà l’ambizione (berlusconiana?) di ribaltare il Paese, gliela si legge in ogni singolo sguardo. Ha gli occhi freddi e lo sguardo tagliente. Parla di larghe intese, alta velocità, flexsecurity e sconquassi vari con cui modernizzare l’Italia ed è evidente che non si tratta solo di amor patrio. Simula indifferenza per le vicende di Palazzo. Ma lo fa con meno prudenza del Veltroni che promette per sé un futuro africano. Dice che lasciato il governo furlano tornerà all’azienda di famiglia, ma poi scrive un libro (La rana cinese) che, a differenza dei romanzi del sindaco di Roma, è una specie di programma di governo. Non solo. Appena può, lui che fa parte di una coalizione di centrosinistra, ma non ha mai aderito a un partito, bacchetta i politici della Capitale e suggerisce la sua ricetta per rendere meno indigeste certe riforme.
L’ultima volta che lo avevo intervistato, Illy mi aveva detto che lui ha un termometro infallibile per capire l’umore degli elettori: legge gli sguardi dei passanti, per strada.
Che cosa le hanno detto quegli sguardi ultimamente?
«Nulla di particolare».
C’è stata una crisi di governo.
«I cittadini sono disillusi. L’interesse per il tonfo di Prodi è stato piuttosto modesto».
Scherza?
«È paradossale, ma l’economia e le borse spesso vanno addirittura meglio durante le crisi. Basta guardare le curve».
Vuol dire che la politica non governa più certi processi?
«C’è chi si illude che lo faccia? Io comunque appena scoppiata la crisi ho suggerito che venisse fissato un nuovo programma».
Detto, fatto: i dodici punti del Professore. Le pensioni…
«…nel resto d’Europa si va in pensione sopra i 60 anni e noi stiamo ancora a discutere dello scalone. Roba di retroguardia. Tra l’altro Prodi avrebbe dovuto inserire nel programma la parola disincentivi: per chi vuole andare in pensione».
Alcuni leader non lo avrebbero firmato un programma così.
«In tal caso, quei leader, oggi, invece che i sottosegretari farebbero i peones dell’opposizione».
Nei 12 punti c’è anche la Tav. Un suo cavallo di battaglia…
«Che andava messo in Finanziaria. Ma come è il detto? “Piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Ora che ci penso sui 12 punti andava fatta un’ulteriore operazione».
Dica.
«Li si doveva far firmare a tutti i senatori. A tutti».
Si fa ancora in tempo.
«Ormai è tardi. I dissidenti della sinistra radicale hanno già detto che certe cose non le voteranno».
Giuliano Amato ha parlato di maggioranze variabili sui singoli provvedimenti. Quando era parlamentare della Margherita, nella scorsa legislatura, le è mai capitato di votare provvedimenti del centrodestra?
«Io sono stato eletto nel maggioritario come indipendente. Al proporzionale, invece, ho fatto toccare alla Margherita il record nazionale».
Chi si loda, si imbroda.
«Parlo del 21,4%. Poi alla Camera mi sono iscritto al Gruppo misto».
Vabbé. Ma ha mai votato una legge della Casa delle Libertà?
«Mi sono astenuto sulla legge obiettivo. E se fossi stato ancora a Montecitorio nel 2003, avrei votato la legge Biagi, sul mercato del lavoro. Io sono per la flexsecurity».
Il modello danese.
«Più libertà di licenziare, ma garanzie per i licenziati di avere un sussidio durante il periodo di riqualificazione. L’economista Tito Boeri ci ha aiutato a introdurre in Friuli un reddito di cittadinanza che va in questa direzione».
È giusto che nei 12 punti di Prodi non ci siano i Dico?
«Lo dicono i numeri quanto i Dico siano una priorità per il Paese».
Cioè?
«Mi pare che solo il 6% degli italiani conviva di fatto».
E quindi?
«Ci sono ben altre riforme da fare che riguardano il 100% dei cittadini».
Nel merito dei Dico, lei è più sulle posizioni di Rosy Bindi o su quelle di Paola Binetti?
«Nessuna delle due. E comunque, un conto è la tutela di una coppia al fine di favorire le migliori condizioni possibili di crescita, allevamento ed educazione dei figli… un altro conto sono le coppie che non vogliono o non possono avere figli».
Soprattutto le coppie omosessuali…
«In quel caso, dal 6% la rilevanza del tema cala ancora di più».
Non si dovrebbe prescindere dai numeri e dalle percentuali quando si parla di diritti?
«Quali diritti?».
Un esempio: il diritto alla reversibilità della pensione.
«Io quello lo abolirei proprio».
In che senso?
«La reversibilità nasce per permettere alle donne disoccupate, impegnate nella crescita dei figli, di campare con una pensione anche dopo la morte del loro marito. La società si è evoluta. Le donne lavorano. E quindi la reversibilità non serve più. In ogni caso, è giusto risolvere problemi come le visite in ospedale o il subentro nell’affitto da parte di un convivente. Ma non si devono assecondare certe invidie».
Quali invidie?
«Quelle per esempio, di chi pretende certi diritti senza sposarsi. Senza firmare cioè quel contratto che evidentemente ha come scopo principale la nascita e la tutela dei figli».
Il ministro Pollastrini parla di riconoscimento di un legame affettivo…
«Pollastrini è molto romantica. Ma non bisogna scordarsi che uno Stato fa le leggi per delle finalità precise e tra le prime finalità c’è la propria conservazione e continuazione».
Niente procreazione, niente aiuti pubblici. Una visione un po’ darwiniana dello Stato.
«Sì, darwiniana… O meglio, antropologica. La famiglia è una realtà presente da migliaia di anni sulla Terra».
Ma le realtà cambiano.
«Non credo a chi sostiene che ormai i bambini siano abituati ad avere due mamme e tre padri. Piuttosto condivido l’analisi che fece qualche tempo fa il futurologo Alvin Toffler: si va verso una dittatura delle minoranze».
Come, come?
«I Dico sono un esempio. Ma ne potrei fare decine: sulle riforme, sulle grandi opere… C’è sempre una minoranza che si impone con il suo No. Io sono favorevole a quella che lo scrittore Paolo Maurensig ha chiamato la polietica: prima gli interessi generali e poi quelli particolari».
Se dovesse dare un volto all’attuale dittatura delle minoranze…
«Non sono volti che mi stanno troppo simpatici».
Non fa i nomi perché fanno parte della sua coalizione in Friuli? Si riferisce ai partitini?
«Ma sì. Diliberto, Bertinotti, Mastella… Li può segnare tutti».
Giovanni Sartori li ha chiamati i nanetti e ha detto che se la futura legge elettorale piace a loro, è una cattiva legge.
«Ha piuttosto ragione. Una buona legge elettorale dovrebbe permettere al premier di dire ai suoi alleati: “Se non vi va bene così, andiamo tutti a casa”».
Decisionista. Tutti così voi imprenditori scesi in campo. Il suo è un modello di governo simile a quello di Renato Soru in Sardegna?
«No. Anche perché Soru alla fine ha aderito all’Ulivo. Io non ho mai pensato di aderire a un partito».
Che fa, il paladino dell’antipolitica?
«No. Coi partiti ci convivo benissimo. Ma di una adesione vera e propria non saprei che cosa farmene. Anche perché non credo a un mio impegno politico a lungo termine. Tornerò a fare l’imprenditore».
Dicono tutti così. Il suo però è uno dei tanti nomi che si fanno per il futuro governo del Paese.
«Se qualcuno mi dovesse chiamare non mi tirerò indietro».
Non pensa che sarebbe ora che voi cinquantenni invece di aspettare la chiamata alzaste la mano per dire: «Ho un progetto per l’Italia, seguitemi»?
«Io il mio progetto l’ho scritto. È nel libro La rana cinese. Se qualcuno mi propone di realizzarlo possiamo parlarne».
La prendiamo come un’alzata di mano?
«Se la vuole interpretare così… Il libro però l’ho scritto perché me lo ha chiesto la Mondadori».
Illy alza la mano e la riabbassa.
«Diciamo che sono fatalista».
Un leader per il futuro Partito democratico?
«Walter Veltroni».
Lei al governo e il sindaco di Roma a farle da sponsor politico?
«Con Veltroni sono sempre andato d’accordo».
Lei quando ha cominciato a fare politica?
«Nel 1993, quando un gruppo di cittadini mi chiese se volevo diventare il sindaco di Trieste».
Prima niente? Lei era adolescente negli anni Settanta.
«Non ho mai occupato un’aula. Né preso parte a manifestazioni».
Il ricordo più bello della sua infanzia?
«Non ho ricordi prima dei dodici anni».
Una rimozione da trauma?
«Non lo so».
Dopo il liceo?
«Subito al lavoro. Facchino in una cooperativa».
Aveva i sensi di colpa del ricco? Il figlio dell’industriale che scarica le cassette…
«No, volevo solo essere indipendente. Ho fatto pure il maestro di sci».
Stereotipi: il maestro di sci è come il bagnino, rimorchia le turiste.
«Ma io mi sono sposato a diciannove anni».
Come mai? Davvero, come ho letto, per evitare il servizio militare?
«Pensavo che dovendo mantenere mia moglie fossi esentato».
Invece?
«Mi dissero che ci avrebbe pensato suo padre a mantenerla e mi assegnarono una divisa. Ebbi una piccola depressione. E così mi rispedirono a casa».
Giochiamo. Delete: cancelli un numero dall’agenda del suo cellulare. Il ministro per le Politiche sociali, comunista e valdese, Paolo Ferrero o il catto-liberale Bruno Tabacci?
«Elimino Tabacci».
Senza indugi. Prodi o Luca Cordero di Montezemolo?
«Mmmh, cancello Prodi. Tanto poi so il numero della batteria di Palazzo Chigi a memoria».
Me lo dica.
«064814…».
Controllo… Esatto. Diliberto o Giulio Tremonti?
«Elimino Diliberto».
Tremonti nel 2003 le ha dato del comunista.
«Giulio è il mio presidente all’Aspen. Ne dice tante di barzellette».
A cena col nemico?
«Silvio Berlusconi. È una persona affabile. Certo, quando era al governo il suo programma non era adeguato alle esigenze del Paese. E il conflitto di interessi è stato macroscopico».
Lei, come imprenditore e presidente della Regione non è in conflitto d’interessi? Non è che le macchinette negli ospedali friulani distribuiscono caffè Illy?
«No. E se anche fosse sarebbe tramite una ditta che ha vinto un appalto».
Torniamo a Berlusconi. Lo conosce di persona?
«Da moltissimi anni. La prima volta lo incontrai in Veneto durante una convention con altri inserzionisti di Publitalia. Lui girava per i tavoli degli imprenditori. Si ricordava particolari assurdi della vita privata di tutti. Una memoria straordinaria».
Ha mai pensato di aderire al suo progetto politico?
«No. Ma nel 1993 insieme con altri industriali venni invitato a una cena. Lì, Berlusconi fece degli strani discorsi sul pericolo comunista e la fine della libertà. Pochi mesi dopo io venni eletto sindaco di Trieste con il centrosinistra e da allora ogni volta che lo vedo mi dice: “Ma che ci fai in mezzo ai comunisti!”».
Il primo incontro con Prodi, invece?
«All’inizio degli anni Ottanta. Lui era presidente dell’Iri. A porte chiuse, disse a un gruppo di imprenditori che il 70% del Pil era prodotto in Padania. Ora che ci penso mi sa che il copyright di quel termine dovrebbe andare a lui».
Cultura generale. Che cosa è Second Life?
«Una vita virtuale su Internet».
Che cos’è la Dia?
«La Direzione Investigativa Antimafia o la Dichiarazione di inizio attività per i lavori di casa. Dipende dal contesto».
Quanto costa un chilo di pane?
«Due euro circa. Comunque sono intollerante a pane e pasta».
Con quali Paesi confina l’Afghanistan?
«Con il Pakistan. La Russia…».
Sbagliato.
«Come sbagliato. I russi hanno invaso l’Afghanistan».
Fu l’Unione sovietica a invadere l’Afghanistan. Chi ha vinto Sanremo giovani?
«Non so nemmeno chi ha vinto Sanremo in assoluto».
Magari se lo faccia dire da uno dei passanti di cui studia lo sguardo.

LINK:
Illy gira in moto, non ha la scorta, è un velista provetto e pare si diletti con il parapendio appena può. Quando entro nella sua stanza a Trieste, lui è lì che mi aspetta. Giacchetta blu con lo stemma aquilato della Regione e camicia senza cravatta. Ha modi diretti, ma non bruschi. Scopro che la moglie, Rossana Bettini, fa la giornalista e ha una rubrica di bon ton sul Piccolo, quotidiano locale con cui Illy non parla da sei mesi. Sua moglie dà consigli di stile anche a lei? «Certo», dice. Un esempio? «Alzarmi quando una signora si avvicina al mio tavolo». Il consiglio che non segue mai? «Quello di portare la cravatta. A che cosa serve la cravatta?».

Categorie : interviste
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