Mario Calabresi (Magazine – maggio 2007)

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Tra i quintali di libri scritti da ex terroristi, ex brigatisti, ex rivoluzionari movimentisti, è spuntato da poco sugli scaffali il diario/saggio del primogenito di una vittima degli anni Settanta. Spingendo la notte più in là è il titolo. L’autore è Mario Calabresi, 37 anni, corrispondente da New York di Repubblica, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua, il 17 maggio 1972. Sono centotrenta pagine di lessico multistrato: c’è quello familiare degli affetti e quello politico, con la denuncia di un’Italia distratta. C’è una madre, Gemma Capra, che a 25 anni si ritrova con tre figli (di cui uno in grembo) e decide di insegnargli a non odiare. Non per buonismo, ma perché l’odio gli rovinerebbe la vita. Mario non odia, parla con equilibrio di fatti strazianti, sembra sereno, ma non rinuncia a evidenziare le anomalie nostrane. Così, quando gli chiedo (dandogli del tu visto che è un collega e un coetaneo) perché abbia scritto proprio ora questo libro, mi dice che si è deciso nel momento in cui la spinta a raccontare la storia della propria famiglia si è intrecciata con un problema pubblico.
Quale problema?
«Lo sbilanciamento. Lo Stato, troppo spesso, è stato attento a dialogare con chi ha sparato e distratto nel ricordare chi è stato ucciso. Questo ha creato malessere».
A tuo padre hanno appena dedicato strade e targhe.
«Ci sono molte altre famiglie, dimenticate. Io sono favorevole a voltare pagina, a guardare avanti. Ma prima bisogna scrivere la parte di pagina che riguarda le vittime. Nell’ultimo anno il malessere è cresciuto…».
Nel libro parli dello shock per la grazia concessa ad Ovidio Bompressi, il militante di Lc condannato insieme con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani per l’omicidio di tuo padre.
«Lo shock è stato causato dai modi. La mia famiglia non si era mai opposta alla grazia. Ma ci sono gesti che avrebbero potuto lenire la sofferenza. E gesti che l’hanno aumentata. Prendi il caso di Sergio D’Elia…».
…l’ex terrorista di Prima Linea, condannato per concorso nell’omicidio dell’agente di polizia Fausto Dionisi ed eletto nelle liste della Rosa nel Pugno…
«…ho parlato con Mariella Magi, la vedova di Dionisi. Era amareggiata. Conserva la registrazione audio del dibattito a Montecitorio sulla nomina di D’Elia a Segretario d’Aula: il nome di suo marito non viene fatto mai. A volte è tutta la società a scordarsi delle vittime. Mentre trionfa l’attenzione per gli ex terroristi. Ma ti pare che Oliviero Diliberto, da ministro della Giustizia, possa andare all’aeroporto ad accogliere Silvia Baraldini? In Italia sembra passare una visione romantica del terrorismo».
Cioè?
«Si leggono quarte di copertina di libri in cui si idealizza il percorso rivoluzionario dell’autore ex brigatista, si ricorda il suo impegno sociale una volta scontata la pena, e non si dice che magari ha ucciso qualcuno».
Si volta pagina.
«Ripeto, la pagina la si può girare se la si scrive intera. Alla fine del film Buongiorno Notte di Marco Bellocchio, la br Laura Braghetti, sogna Moro libero: finale di redenzione. Ci si scorda che due anni dopo la morte di Moro, Braghetti spara a Vittorio Bachelet».
La morale?
«Me l’ha data Carol Beebe Tarantelli, moglie di Ezio, economista ucciso nel 1985. Mi ha detto: “Scontata la pena, si è liberi, ma le conseguenze restano”».
Spiegati meglio.
«Non ho intenzione di fare l’analisi del sangue ai libri degli ex terroristi, ma alcuni di loro si lamentano perché una volta scarcerati c’è chi gli rinfaccia ancora quello che hanno fatto».
Anche loro vorrebbero voltare pagina.
«Bisognerebbe ricordargli che le famiglie restano segnate a vita, e si rimane orfani e vedove per sempre».
Ci sono ex terroristi che si sono pentiti davvero. Sono cambiati profondamente.
«Lo so. Ma ricordo che un giorno sono entrato in una panetteria di via della Scrofa, a Roma, e mentre facevo la fila, mi sono ritrovato accanto Giusva Fioravanti e Francesca Mambro…».
…gli ex Nar, terroristi neri, pluricondannati…
«…io non ce l’ho fatta a stargli così vicino. Sono uscito. Ho pensato alle loro vittime».
Loro si sono fatti parecchi anni di carcere.
«E infatti nessuno gli vuole vietare di passeggiare per il centro».
Da quel che dici un po’ sembra di sì.
«No. Ma osservandoli ho pensato due cose: che c’è un’enorme differenza tra la loro ritrovata felicità e il dolore incancellabile dei parenti dei morti…».
E poi…
«…che la giustizia italiana è molto generosa, premiale, se pur avendo molti ergastoli sulle spalle dopo venti anni di prigione sei fuori. Ci sono casi in cui gli sconti di pena andrebbero pensati meglio».
Un esempio?
«Penso al killer di Tarantelli: Antonino Fosso. Lui non ha mai detto chi era il suo complice, ma ha ottenuto lo stesso alcuni benefici. Lo Stato avrebbe dovuto pretendere la verità in cambio degli sconti. Non parli? Non esci».
Una soluzione tipo la Commissione per la riconciliazione e la verità sudafricana?
«Lì le confessioni dei colpevoli vengono vagliate minuziosamente e diventano una realtà condivisa. In Italia, invece, spuntano verità contrastanti. Incontrollate. Si pubblicano dichiarazioni vaghe, interviste a mezza bocca. E finisce tutto in un polpettone velenoso inservibile».
Roberto Sandalo, ex di Prima Linea, ha detto che ci sono altre tre persone coinvolte nell’omicidio Calabresi…
«Non ho legato il mio bisogno di verità a questa o a quella rivelazione. Ho aspettato che la magistratura facesse il suo lavoro. Penso che lo abbia fatto bene».
Molti credono di no.
«Rispetto la loro opinione. Ma resto della mia».
C’è chi mette in dubbio l’attendibilità del pentito Leonardo Marino. Tu hai mai avuto la curiosità di parlarci? Ha un chioschetto ambulante in Toscana…
«Io no. È andata a trovarlo mia nonna, molti anni fa».
Lo ha pesato…
«È tornata a casa e ci ha detto che aveva percepito il tormento di Marino. Gli sembrava una persona sincera».
A Parigi, nel 2002, hai rischiato di incontrare Pietrostefani…
«Un collega del Giornale, mi aveva invitato a vedere una partita dei Mondiali di calcio a casa sua. Quando ho saputo che lì ci sarebbe potuto essere Pietrostefani ho preferito non mettere in imbarazzo nessuno».
La tentazione di denunciarlo? È un latitante…
«Vedere Pietrostefani in carcere, alla mia famiglia non restituirebbe nulla. E poi la latitanza è una sorta di galera».
Con i figli di Sofri hai mai parlato?
«Ho incontrato Luca anche a Torino alla Fiera del libro. Ci siamo stretti la mano. Nicola l’ho incontrato spesso da Feltrinelli, dove lavorava. Ci salutiamo. Mi pare un segno di civiltà».
Da adolescente ti sei messo a leggere tutte le cose che scrivevano quelli di Lotta Continua su tuo padre.
«Non volevo forzare troppo il dolore di mia madre chiedendole racconti su papà. Ma avevo fretta di sapere. Ho trascorso molte mattinate a studiare i microfilm della biblioteca Sormani. A Milano».
Molti a sinistra ritenevano tuo padre responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, caduto da una finestra della Questura durante un interrogatorio sulla strage di Piazza Fontana.
«Organizzarono una campagna d’odio spaventosa».
Nel libro elenchi i soprannomi («Il marine dalla finestra facile») e le vignette crudeli pubblicate su Lotta Continua. Parli di un fotomontaggio di tuo padre che insegna a suo figlio (saresti tu, a un anno) a usare la ghigliottina. La lettura più dura?
«Il crescendo della caccia all’uomo».
Nel 1971 l’Espresso pubblicò un documento in cui Calabresi veniva definito «commissario torturatore». Lo firmarono in ottocento: intellettuali, filosofi, giornalisti, manager.
«A parte Lucio Colletti che mi venne a cercare a Montecitorio e Paolo Mieli, che scrisse sul Corriere di vergognarsi per averlo firmato, non ne ho mai parlato con nessun altro degli ottocento. Ma se dovessi rimanere ancorato al rancore per quel documento non potrei andare avanti».
Lo firmò anche Natalia Ginzburg, nonna di tua moglie Caterina.
«Lei per me è l’autrice di Lessico famigliare. Punto».
Nell’elenco c’era pure Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica.
«Lo so. Da lui mi è arrivata una specie di risarcimento indiretto: un’attenzione che va avanti da molti anni. Tra l’altro era presente a Roma quando hanno intitolato una via a mio padre. Lo stesso discorso vale per Furio Colombo: la mia passione per New York nasce dalla lettura dei suoi libri. Se a causa della sua firma sull’appello non li avessi letti… Ora mi mancherebbe qualcosa».
Anche i tuoi fratelli hanno avuto questo tipo di risarcimenti indiretti?
«Loro ce l’hanno continuamente dalle persone che incontrano per strada. Gente che gli dice qualcosa su papà Gigi. Luigi e Paolo frequentano altri mondi. Uno lavora per un grande tour operator e l’altro fa il marketing di una mega industria di biciclette».
Tua madre dice di incontrare vostro padre in alcuni vostri atteggiamenti: Mario, la forza. Luigi, l’ironia.
«Ricordo che quando veniva in camera nostra di notte, mentre Paolo dormiva gli girava la testa, perché gli ricordava troppo papà Gigi».
Visto l’odio spropositato che suscitava, hai mai pensato che tuo padre, pur non essendo colpevole della morte di Pinelli, potesse essere un poliziotto crudele?
«Mi sono posto la domanda. E l’ho girata a chi lo conosceva. Non solo ai colleghi o agli amici».
Che cosa hai concluso?
«Che amava il suo mestiere».
C’è chi ha parlato di una possibile beatificazione…
«Preferisco ricordarlo come un essere umano normale. Che aveva conquistato mia madre in una notte di capodanno».
Né un santo né un demone.
«Quanto al demone, nel libro dedico due capitoli alla verità sulla morte di Pinelli».
I poliziotti condannati da Gerardo D’Ambrosio per l’arresto illegale di Pinelli, se la sono cavata con un’amnistia.
«Su quel caso ci sono state negligenze terribili. Pinelli aveva una moglie e due figlie, anche loro sono vittime…».
Qualcosa di positivo degli anni Settanta.
«La creatività, che spesso però venne soffocata dal clima violento. A noi questa creatività ce la portò in casa Tonino Milite, il pittore di sinistra che si mise con mia madre. All’inizio viveva con altri artisti. A casa sua si respirava libertà. Lui è stato un grande».
Perché?
«Prendersi sulle spalle tre figli non tuoi non è da tutti. Eravamo complicati da gestire. Mio fratello Paolo si svegliava con gli incubi tutte le notti, in lacrime».
La prima volta che lo hai chiamato papà?
«Più tardi dei miei fratelli».
Ai tuoi fratelli e a tua madre hai fatto leggere il libro prima di pubblicarlo?
«No. Luigi, il più giovane, lo sta leggendo ora. A piccole dosi. Mi ha detto che è una sofferenza».
Luigi è il fratello più «arrabbiato» sul caso Sofri, tiene in tasca un ritaglio sull’omicidio di vostro padre.
«L’ho scoperto leggendo la recente intervista a mia madre di Dario Cresto-Dina su Repubblica. Luigi era ancora nella pancia di mamma quando è morto papà Gigi. A me e a Paolo dice sempre: “A voi, almeno, vi ha tenuto in braccio”».
Tu che cosa conservi di tuo padre?
«Una vecchia cintura di pelle nera. La porto nelle occasioni importanti per scaramanzia. Per il resto mi sono liberato pure dell’archivio che mi ero costruito negli anni. Sono rimasti solo una cartellina e un quadernone nero grazie al quale ho scritto il libro».
Un quadernone nero?
«Comprato a Tokyo. Quattro anni fa. Sembrerà strano, ma avere un oggetto dove raccoglievo le idee, mi ha dato la forza per incontrare altri parenti di vittime. Ancora più strano sembrerà il fatto che le riflessioni più forti sulla mia famiglia le ho sempre fatte in aereo. Un non luogo».
Torniamo agli incontri con le altre vittime.
«Volevo capire se avevano vissuto un’esperienza come la mia».
Hai trovato analogie?
«Molte. Con la figlia di Walter Tobagi, per esempio, ho condiviso il problema del cognome, essere in eterno il figlio di…».
Problema risolto?
«Sì. Anche grazie a un libro di Bruno Vespa».
Che cosa c’entra Vespa?
«Qualche anno fa, sfogliando l’ultima fatica del giornalista Rai, mi sono accorto che venivo citato più io che papà Gigi. Era la prima volta che parlavano di me da qualche parte come giornalista e non come figlio del commissario».
Come sei diventato giornalista?
«Ho sempre avuto un’attrazione morbosa per i quotidiani. Mia madre me li nascondeva. Sosteneva che avevo vissuto abbastanza cronaca nera sulla pelle. Ancora ricordo quando trovai i giornali che lei e Tonino avevano imboscato, il 3 agosto 1980: i titoli gridavano la strage di Bologna. Prima ancora del giornalista, comunque, volevo fare il magistrato…».
Le aule giudiziare hai cominciato a frequentarle nel 1988, col processo a Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
«Infatti dopo un po’ ho capito che non avrei avuto la serenità necessaria. Mi misi a studiare storia».
Il giornalismo?
«Durante i processi avevo conosciuto Michele Brambilla e Goffredo Buccini del Corriere. Loro mi consigliarono di proporre dei pezzi al capo dei cronisti milanesi».
Primo articolo?
«Una storia sui maniaci della Lambretta. Riuscivo a pubblicare un pezzo ogni dieci proposti. Era davvero difficile».
Nel 1993 hai partecipato alla campagna per Nando Dalla Chiesa sindaco di Milano.
«Poi mi iscrissi alla scuola di giornalismo di Milano. L’estate del 1996 feci uno stage all’Ansa. Fu la svolta».
Perché?
«Strappai un’intervista a Umberto Bossi. La ripresero tutti i quotidiani. In redazione mi fecero una piccola festa».
L’intervista della vita?
«A Berlusconi. Nel 2000. Quando rivelò che aveva sconfitto un cancro. Per un po’ di mesi, quando ci incontravamo, mi diceva: “La gente ora ha cominciato a guardarmi come si guarda un cavallo, per capire se sto bene”. Passato un anno, però, mi confidò che quell’intervista lo aveva reso più umano».
Un Calabresi nella Repubblica dove scrive Sofri.
«Mia madre mi convinse ad accettare l’offerta. Mi disse: “Non lasciare che chi ha deciso il tuo passato, decida pure il tuo futuro”».
Da Repubblica alla Stampa. Dalla Stampa a Repubblica, come caporedattore centrale. Hai mai messo in pagina un pezzo di Sofri?
«Mai. Grazie alla sensibilità discreta dei miei colleghi».
Ora sei corrispondente a New York. Barak Obama o Hillary Clinton?
«Obama. È magnetico».
Delete. Cancella un numero dal cellulare. Walter Veltroni o Gianni Letta?
«Li tengo tutti e due. E propongo di cambiare gioco».
Quanto costa un litro di latte?
«A New York si acquistano i galloni di latte, non i litri. Li compro su Internet. E me li portano a casa».
Ottimo. Ma quanto costa un gallone di latte a Manhattan?
«Non lo so. Però so che una michetta può arrivare a un dollaro e 30».

Categorie : interviste
Commenti
Santi 18 gennaio 2011

Bella questa intervista. Mi ha fatto venire voglia di leggere il libro Spingendo la notte…
Ma queso Calabresi è lo stesso Calabresi direttore della Stampa?

vz 18 gennaio 2011

Caro Santi,
grazie.
Sì, è lo stesso Calabresi. Io lo intervistai nel 2007. Da quasi due anni è direttore della Stampa.
a presto
vz

max 20 giugno 2011

ottima intervista…
una curiosità “sciocca”, ma è fratello del Calabresi attore di cinema e teatro nonchè inviato delle iene?? grazie

vz 22 giugno 2011

Mario e Paolo (l’attore) non sono parenti.
A presto e grazie.

Ines 19 ottobre 2011

Oggi ho finito di leggere “Cosa tiene accese le stelle” di Mario Calabresi. Mi è piaciuto moltissimo e lo consiglio soprattutto ai giovani pessimisti sul loro futuro e ai meno giovani che hanno la tendenza di ricordare il loro passato con eccessiva nostalgia.

Pereira50 2 gennaio 2015

Ho sempre pensato che i soli ad avere interesse ad ammazzare il commissario Calabresi fossero i depistatori/mandanti della strage di piazza Fontana. E’ storicamente acclarato che Calabresi fu parte attiva (e non innocente) nel tentativo di criminalizzazione degli anarchici e in cui il “suicidio” di Pinelli fu un “incidente di percorso”. I mandanti della strage di piazza fontana erano e sono anche i mandanti del depistaggio. Ed è indubbio che Calabresi li conosceva… Chi allora poteva temere una sempre possibile crisi di coscienza di Calabresi. Chi poteva temere che Calabresi potesse fare i nomi di chi gli aveva detto di indirizzare e depistare le indagini. Ovviamente gli stessi che l’hanno fatto uccidere: i mandanti della strage di piazza Fontana.

Marianne Thomas 10 agosto 2016

Avevo letto, in francese, il libro di Mario quando ero pubblico ministero à Bruxelles. J’en avais été profondément bouleversée. En lisant cet interview, j’ ai pleuré. Quelle grandeur d’âme, quel espoir, quelle bonté.

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