Marco Müller (Magazine – febbraio 2007)

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Marco Müller, 53 anni, direttore della Mostra di Venezia e produttore da Oscar (con No man’s land), è il mandarino del cinema italiano. Parla tre dialetti cinesi, più un’altra decina di lingue. Ogni volta che cita una città del mondo o il nome di un regista lo fa con l’accento, il tono e i suoni giusti: l’erre levigata del portoghese paulista, l’inestricabile intreccio di consonanti del cantonese, le vocali strozzate del tedesco. È un ultracosmopolita, ma considera «casa» solo Barbarano Romano, un paesino di mille anime, arroccato nel viterbese.
Davide Croff, presidente della Biennale, lo ha definito lo Zidane della galassia filmica, per le capocciate (metaforiche) che ha distribuito a Walter Veltroni e Goffredo Bettini durante la diatriba tra il festival capitolino e quello lagunare. Paolo Gentiloni, proprio sul Magazine, lo ha ricordato come uno dei militanti più creativi del Movimento studentesco del liceo Tasso, all’inizio degli anni Settanta.
Ha lavorato per anni anche alle rassegne di Spoleto, Rotterdam e Locarno. Penso: roba da palati in bianco e nero. Per capire se è uno di quei cinematografari che si atteggiano a puristi del grande schermo, lo accolgo nel salottone di un grande albergo romano con una domandina semplice.
Cinema d’essai o multisala?
Müller mi spiazza:
«Multisala, ovviamente».
E perché? Si incassa di più?
«Primo: perché in un cinema d’essai nemmeno un capolavoro resiste più di due settimane. Secondo: chi preferisce ideologicamente le salette ha una scarsa attenzione al dato tecnologico. Fuori dal circuito delle multisale sono pochi i cinema che riescono a fornire un’altissima e aggiornatissima qualità del suono e dell’immagine».
L’ultima volta che ha visto un film pagando il biglietto?
«Domenica scorsa. Nel cinema di Cura di Vetralla: La notte prima degli esami 2. Tra l’altro agli autori Fausto Brizzi e Marco Martani nel 2003 avevo chiesto di scrivere un film di vampiri da un soggetto di Valerio Evangelisti e un horror alpino che sarà l’opera prima di un regista svizzero ungherese».
Si sentono lodi sperticate per il protagonista del film di Brizzi, Nicolas Vaporidis.
«L’attrice rivelazione stavolta è Carolina Crescentini. Ma Vaporidis è uno di quegli attori, che come l’americano Lee Marvin, sa trasportare il film nella direzione voluta dal regista senza mostrare alcun segno di sforzo. In Italia ce ne sono pochi».
Un attore che non vorrebbe in un suo film?
«Mmmh… Sono talmente tanti quelli che non mi entusiasmano che fare un nome non renderebbe l’idea».
Risposta elusiva. Un regista che non produrrebbe mai?
«Ci devo pensare».
Aspetto.
«Vorrei farle il nome di un regista paludato».
Passano due minuti. Un lunghissimo silenzio… Ma allora è vero che lei è un po’ democristiano, anzi cinese: tace per non scontentare nessuno. È vero anche che lei non dice mai «no»?
«Di fronte a pressioni eccessive…. In Cina non si dice mai no. Si prende tempo con un bel Troveremo il modo».
Dove nasce la sua mania per la Cina?
«Ho cominciato a studiare il cinese appena adolescente. Mio padre è italo svizzero. Avevo una schwester tedesca, andavo alla scuola francese e mia nonna, brasiliana, parlava solo portoghese. La sua famiglia aveva origini greco-egiziane, quindi alcune stanze di casa erano tappezzate con stoffe orientali e con pugnali damascati. La passione per l’Est estremo viene da lì».
E quella per il cinema?
«Spunta quando avevo circa sei anni. Mia madre era stata sposata in prime nozze con uno dei fondatori della Minerva film. Che era morto durante l’esplosione di un magazzino di pellicole. A casa era vietato parlare di film. Forse per ribellione a questo tabù, io facevo di tutto per farmi portare al cinema».
La pellicola della folgorazione?
«Ci ho messo venticinque anni per ricostruire quale fosse. Ho cercato e trovato gli opuscoli coi programmi delle proiezioni del dopolavoro ferroviario di via Bari a Roma, dove andavo da bambino».
Risultato?
«Il conquistatore dei mongoli. Un film del più grande regista del filone mitologico-favolista, l’ucraino Vladimir Ptusko. Scene spettacolari. Ne ricordo una in cui il khan dei mongoli per riuscire a guardare lontano e capire come sono disposti i nemici, fa ammucchiare i suoi soldati fino a creare una collina di corpi su cui sale a cavallo».
Cinefilo precocissimo e poi contestatore. Quando andava a scuola al Tasso faceva parte della «cellula romana licei nord» di Avanguardia operaia.
«È così».
Scontri di piazza? Ha tirato qualche sampietrino?
«Macché. Io tenevo la cassa del gruppo. Cercavo di bigiare le noiosissime riunioni politiche per infilarmi nei cineforum. Per punizione mi mandavano davanti alle sale a vendere la rivista militante».
Müller diffusore della stampa rivoluzionaria.
«Non si fidavano e mandavano pure un compagno a controllare che non entrassi a vedere i film».
Chi c’era con lei?
«Vincenzo Sparagna, che poi è andato al Male e a Frigidaire. E Virginia Ciuffini, che era già attrice».
A scuola invece c’era Paolo Gentiloni.
«Un vero comunicatore, già allora. Apparteneva all’ala creativa del Movimento. In assemblea i più bravi erano lui e Candida Curzi».
La figlia di Sandro, che ora è all’Ansa.
«Sì. Loro due erano i più carismatici».
Walter Veltroni al Tasso.
«Lui rimase in quel liceo solo un paio d’anni e poi era già nella Fgci: aveva una collocazione politica molto definita».
Perché, lei no? Come mai con la sua passione per la Cina non aderì al gruppo maoista di Servire il popolo con Aldo Brandirali?
«Più che marxista leninista, io ero marxista zeninista. Mi ero avvicinato anche alle filosofie orientali. Giravo per i corridoi di scuola tenendo in una tasca il libretto rosso di Mao in lingua originale e nell’altra un sutra zen».
Poliglotta e un po’ sbruffone.
«A quei tempi ognuno era presuntuoso come poteva. Comunque al Tasso c’era pure Giovanni Kezich, figlio di Tullio. Facevamo parte di un gruppo di giovani archeologi dilettanti. A un certo punto decidemmo di fare una ricerca sui canti popolari. Giravamo con un registratore a cassette nella campagna dell’alto Lazio e raccoglievamo le performance di pastori e contadini. Io poi stavo almeno un paio di volte ogni settimana a pranzo in casa Kezich. Mi piaceva ascoltare Tullio parlare dei western».
La sua amicizia con Giovanni ha mai influito sul giudizio del padre nei suoi confronti?
«Mai. Anzi, Tullio ha sempre criticato il mio modo di mischiare l’alto e il basso nell’organizzazione dei festival. Un modo, tra l’altro, che ha le sue origini anche in quegli anni Settanta: nei cineclub romani si proiettava di tutto. Sia i B-movie sia le pellicole di Eric Rohmer. Ricordo le discussioni fuori dal “Labirinto” con Nanni Moretti. Lui era un paladino bergmaniano. Io non sopportavo il Settimo sigillo».
Frequentava Moretti?
«Da bambini andavamo al mare insieme ad Ostia. Facevamo nuotate interminabili. Poi lo ritrovai nei cineclub».
Che cosa ne pensa della polemica sulla direzione aana della Festa del cinema di Torino?
«Gli auguro buon lavoro. Sono sicuro che Torino sarà un centro importante per tutti i giovani registi italiani».
Il Moretti girotondino?
«Non ho seguito molto la vicenda».
Gliela ricordo: Moretti, nel febbraio 2002, durante un comizio ulivista a piazza Navona, salì sul palco e disse che con leader come Rutelli e Fassino non si andava lontano. Poi guidò alcuni mesi di proteste durissime contro il governo Berlusconi.
«Non critico l’impegno politico. E ho partecipato anch’io a convegni della sinistra. Ma sono abituato a giudicare i registi per i loro film».
Riecco le cautele cinesi. Università: Tommaso Padoa-Schioppa ha confessato una bocciatura in Economia. Lei?
«Figlio unico, primo della classe. Per studio partii pure per la Cina».
Quando?
«Nel 1974. Con una borsa del ministero degli Esteri. Al tramonto della Rivoluzione culturale. Mi spedirono in una università della Manciuria. Metà del tempo portavo avanti i miei studi di etnomusicologia andando al cinema e ascoltando cantastorie, l’altra metà la passavo in fabbrica: ho fatto il tornitore e l’ispettore in una industria tessile. Quando rientravo troppo tardi mi beccavo la riunione di critica. Mi dicevano che avevo infranto la disciplina rivoluzionaria».
In Cina lei si è anche sposato.
«Sì. Con Marie Pierre Duhamel. Ora fabbrica anche lei festival: il Cinéma du réel al Pompidou. Nel 1975 era ancora in corso la campagna contro il liberalismo borghese e quindi non si potevano fare feste. Rimediammo un pessimo champagne sovietico e festeggiammo clandestinamente in casa di un amico. Il giorno dopo ci fu il terremoto di Tangshan: i palazzi traballavano e noi eravamo talmente condizionati dalla propaganda che per un attimo pensammo fosse scoppiata la Terza guerra mondiale: quella contro i sovietici revisionisti».
Alla fine del 1977 tornò in Italia.
«Andai a Torino. E all’inizio degli anni Ottanta organizzai una grande retrospettiva della storia del cinema cinese: Ombre elettriche. Vennero critici da tutto il mondo. Ero andato a pescare pellicole ovunque: dalla Chinatown di San Francisco a quella di Cuba. Da quel momento non ho più smesso di fabbricare festival».
A Venezia ci è arrivato con il centrodestra. L’ha chiamata l’ex ministro Urbani. C’è chi l’ha considerata una stranezza, vista la sua storia.
«Solo in Italia ci si pongono domande oziose tipo: la Mostra di Venezia è di destra o di sinistra?».
Detto ciò…
«Non ho mai tenuto conto delle pressioni politiche».
La sua candidatura vacillò quando si venne a sapere che aveva firmato un appello parigino in favore dell’ex terrorista Cesare Battisti.
«Firmare mi sembrò un atto garantista. Ne parlai anche con il regista Davide Ferrario che in quel periodo voleva fare un film ispirato a un libro di Battisti. In ogni caso spiegai la mia posizione a Urbani e lui capì».
Müller, uomo di potere, ha tanti nemici?
«Non per scelta, subisco molte inimicizie».
A cena col nemico.
«Vorrei tornare alle piacevoli tavolate con il direttore del festival di Cannes Thierry Fremaux, che ultimamente patisce i buoni risultati veneziani».
Delete. Cancelli un numero dall’agenda del suo telefonino. Davide Croff, presidente della Biennale o Goffredo Bettini, deus ex machina della Festa del cinema di Roma?
«Via Croff. Perché abbiamo il mandato in scadenza. A Bettini vorrei dire di far rinascere Massenzio: nessuno ha mai dimenticato quelle notti di film dentro i monumenti».
Gira voce che Bettini la voglia al Festival di Roma. È vero?
«Questo chiedetelo a lui».
Ancora delete: Walter Veltroni o Francesco Rutelli?
«Tengo il numero di Walter. Negli ultimi quaranta anni ci siamo frequentati e capiti, anche se a singhiozzo».
Intervistato da Bruno Vespa o da Enrico Mentana?
«Da Mentana».
Guardi che quelli di Raicinema si offendono sono aziendalisti. A proposito, chi vedrebbe bene come successore di Giancarlo Leone che è diventato vicedirettore della tv di Stato e sta per lasciare Raicinema?
«Non sarebbe male Carlo Freccero. Quando lo frequentavo a Parigi era uno dei pochi veramente curiosi di tutti i film che circolavano».
E allora: Leone o Giampaolo Letta della Medusa?
«Tengo il numero di Leone. Per continuare un dialogo fatto anche di scontri».
Registi: Matteo Garrone o Saverio Costanzo?
«Cancello Costanzo. A Garrone ho proposto di ambientare in Campania un remake di Sentieri selvaggi di John Ford. Chissà se accetterà mai».
Cultura generale: che cos’è la Consob?
«Non ne ho la più pallida idea».
È il controllo della Borsa. Quanto costa un litro di latte?
«Se bevo latte mi viene uno shock anafilattico. So quanto costa il pane».
Quanto?
«Mmmh… Quello di farro poco più di due euro al chilo».
Vabbé. Che cos’è YouTube?
«YouTube è un sito che frequento spesso. È un vero magazzino di creatività sommerse».

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Mi avevano detto: vedrai che il mandarino si presenta tutto vestito di nero. E infatti eccolo. Appena lo vedo gli dico: «Ma allora è vera la leggenda del Müller in all black, super griffato». Mentre si siede mi spiega che in realtà, fosse per lui, si metterebbe addosso solo comodissimi vestiti cinesi di velluto imbottito. «Sono meravigliosi e supercomodi», dice. «Tra l’altro ho consigliato di produrli ad Armani e Benetton. Gli ho pure segnalato la possibilità di attivare un commercio equo e solidale con l’Asia centrale. Al mercato di Khodzent si trovano i più bei cappotti del mondo: cotone uzbeko e rifiniture tagike». No perditempo. Trattative in cantonese.

Categorie : interviste
Commenti
Federica Polidoro 12 settembre 2011

Finalmente un’intervista a Muller, dove si sentono dettagli e aneddoti personali. Articolo curioso e divertente.
Quando finisce ti dispiace… ma una seconda parte?

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