Franco Turigliatto (Magazine – marzo 2007)

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Vaglielo a spiegare a tutti gli elettori del centrosinistra che il suo «non voto» è stato ininfluente. Che, regolamento del Senato alla mano, il governo sarebbe andato sotto anche se lui, quel fatidico 21 febbraio, avesse accolto l’invito di Massimo D’Alema a votare la mozione sulla politica estera. Ormai Franco Turigliatto, 60 anni, membro della componente trotzkista Erre di Rifondazione comunista, è portatore sano di odio gauchista. È diventato una specie di macchietta dell’autolesionismo di sinistra: preso in giro dai comici in tivù e allontanato dal partito. Certo, l’aver detto che non avrebbe votato col resto della maggioranza anche se avesse saputo che il suo voto era determinante, non lo ha aiutato. E l’aver annunciato che tra pochi giorni, quando si dovrà decidere il rifinanziamento della missione in Afghanistan, lui continuerà per la sua strada ultra-pacifista, lo condanna alla scomunica definitiva. Perché perseverare è diabolico.
Appena lo incontro, gli elenco gli epiteti che gli sono stati attribuiti e i rimproveri che gli sono stati fatti negli ultimi giorni.
Trotzkista al soldo del capitale.
«Calunnia ridicola».
È accusato di avere una doppia fedeltà. Anzi di essere più fedele ai trotzkisti della Quarta internazionale che a Rifondazione.
«Sono in Rifondazione da più tempo di Fausto Bertinotti».
Durante i giorni della crisi non ha sentito i vertici internazionali del trotzkismo?
«Assolutamente no».
Non è che spunta l’intercettazione?
«Direi proprio di no. E poi basta con questa storia del trotzkista. È una definizione riduttiva in cui non mi riconosco. Diciamo che sono un marxista eterodosso».
Ah, ecco. Altre critiche: Turigliatto, anima bella, incapace di realismo.
«A cui si contrappone quel D’Alema che ritiene inutile la sinistra radicale. Io sono legato alle grandi idee di pace e di giustizia sociale, il leader diessino invece percorre la strada dei piccolissimi passi».
E magari ottiene qualche riforma. Chi la critica dice: «Sono meglio i piccoli cambiamenti che il ritorno del mostro Berlusconi».
«Io per otto mesi ho votato diligentemente. Pensavo: questo governo non deve cadere. E così ho inghiottito roba indigeribile come il via libera di luglio sull’Afghanistan e la Finanziaria. Non avrei mai pensato che Rifondazione avrebbe accettato certe cose».
Rifondazione non vuole reinterpretare il ruolo di killer del prodismo. È bastato il ’98, tanto più che al congresso di Venezia è stata scelta la linea della partecipazione al governo.
«A Venezia si disse che il partito avrebbe contribuito a una grande riforma della società e che avrebbe fatto accogliere alla maggioranza le spinte dei movimenti: pacifisti, no global, no Tav. Vicenza, e la vicenda della base Usa, da questo punto di vista è stata uno spartiacque. Era l’occasione per far sentire la propria voce».
Invece?
«Invece il sabato eravamo tutti a manifestare al fianco dei vicentini e il mercoledì delle Ceneri in Aula, in pratica a votare a favore della base americana».
Un’altra obiezione: è una democrazia quella in cui un solo uomo, in questo caso lei, può ribaltare la volontà della maggioranza?
«È una democrazia quella in cui un senatore non è libero di votare secondo coscienza? Se i parlamentari sono solo degli schiaccia bottoni, allora è meglio tenerli a casa. Così si risparmiano pure soldi pubblici».
I suoi ex compagni dicono: dopo la crisi sono arrivati i 12 punti, che hanno messo nell’angolo la sinistra radicale.
«I dodici punti erano nell’aria. Erano nelle dichiarazioni di Francesco Rutelli. Non sono certo colpa mia».
C’è chi lo pensa.
«Guardi, mi sono arrivate migliaia di attestazioni di solidarietà. Telefonate da cittadini di Vicenza. E il giorno in cui Rifondazione ha deciso di allontanarmi, c’è stata un’assemblea autoconvocata a Torino: 150 compagni hanno detto che non prendevano atto della decisione del partito».
Si sono messi al suo fianco anche l’intellettuale d’area Marco Revelli e il sindacalista Giorgio Cremaschi. per non parlare dell’appello firmato da Noam Chomsky e Ken Loach.
«Sul piano personale sono stati molto cortesi anche alcuni colleghi di palazzo Madama: da Anna Finocchiaro a Oscar Luigi Scalfaro con cui ho parlato amichevolmente di che cosa è utile per la pace».
Il giorno del voto qualcuno ha cercato di convincerla?
«Certo. I colleghi del gruppo di Rifondazione con cui parlo di più: Olimpia Vano, Annamaria Palermo e Daniela Alfonzi. La sera prima avevo parlato con il segretario Franco Giordano. Mi aveva detto che se non votavo sarebbe successa una catastrofe. La mattina, invece, insieme con il capogruppo Giovanni Russo Spena, siamo andati a discutere con Vannino Chiti».
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento.
«Lui era presente in Aula. Ci siamo appartati nella zona retrostante i banchi della presidenza. Mi ha detto che su Vicenza non si potevano avere ripensamenti, perché da parte degli Stati Uniti sarebbe stato considerato un atto ostile».
Nel 1998, in occasione della crisi di Governo, Prodi chiamò Irene Pivetti per sapere se avrebbe votato per lui. Ha ricevuto anche lei una chiamata simile?
«No. In compenso, dopo il voto, io ho portato tre bandiere al premier: quella della pace, quella No Tav e quella contro la base di Vicenza».
Prodi come ha reagito?
«Mi ha scritto una lettera a penna. Per ringraziarmi. Eccola qui… su ogni bandiera ha fatto un commento».
Gli sono piaciute?
«Ha gradito solo quella della pace. Ha detto che lui ne ha una logora che aveva messo alla finestra di casa per l’Iraq e che il mio regalo gli tornerà utile per la prossima occasione».
La sua risposta?
«Gli potrei far notare che quella in Afghanistan è una guerra. E quindi la bandiera dovrebbe appenderla subito. Non so se è chiaro che per me l’argomento è primario».
È chiarissimo.
«Il mio impegno politico comincia negli anni Sessanta contro una guerra: quella in Vietnam. Mio padre mi ha sempre dato una forte educazione anti-militarista: un ricordo indelebile della mia infanzia nel Canavese è il luogo dove erano stati fucilati i partigiani della zona».
Nel 1969 aderì al trotzkismo della Quarta internazionale.
«Prima avevo preso parte alla breve occupazione di Palazzo Campana a Torino. I leader del Movimento all’epoca erano Guido Viale e Luigi Bobbio».
Università?
«Con Norberto Bobbio. Ricordo un suo seminario fondamentale sul marxismo. Poi la lettura di Rosa Luxemburg e Lev Trotzky».
E l’ingresso nella Lega dei comunisti rivoluzionari (Lcr). Come si guadagnava da vivere?
«Prima lavorando un po’ nella bottega di mio padre, che era stato operaio e si era messo in proprio come artigiano. E poi come dirigente politico».
Gli anni Settanta a Torino. Ha mai tirato la fatidica molotov?
«Mai. Nemmeno una pietra. Studiavo e mi occupavo degli operai. Delle fabbriche».
In quegli anni nel Pci torinese c’erano Piero Fassino e Giuliano Ferrara.
«Fassino era già allora troppo moderato. E il Pci aveva una linea compromissoria. Ferrara lo ricordo come un super pompiere».
In che senso?
«Cercava di frenare le lotte. Ricordo un giorno in cui gli operai dell’Iveco uscirono per bloccare l’autostrada. Ferrara apparve dal nulla e si mise a convincere gli iscritti al Pci che era meglio rientrare in fabbrica».
Lei non è mai stato iscritto al Pci?
«Mai. Io, come responsabile nazionale delle fabbriche di Lcr, ero su posizioni parecchio distanti. Nel 1980 avrei voluto che si reagisse con una contromanifestazione alla marcia…».
…dei 40.000 quadri Fiat?
«Sì. Che poi erano molti meno di 40.000, meno della metà. Insieme a moltissimi compagni fui pure contro l’accordo che poi venne firmato a Roma dal sindacato».
Tra i sindacalisti torinesi dell’epoca c’era anche Fausto Bertinotti.
«Era della sinistra sindacale. Un leader molto amato. Poi l’ho conosciuto meglio quando è arrivato a Rifondazione comunista. Con lui segretario, io sono stato responsabile del lavoro nelle fabbriche. Che poi è la cosa che mi ha sempre dato più piacere e soddisfazione: il contatto con gli operai, sentire le loro esigenze. Per molto tempo ho organizzato anche tutti i comizi di Fausto alla Fiat».
Se oggi andaste con Bertinotti al circolo di Rifondazione di Mirafiori, secondo lei chi beccherebbe più applausi?
«Le posso solo dire che io in quel circolo ci sono stato dopo l’allontanamento dal partito. E la Stampa ha titolato: “Turigliatto assolto dai suoi operai”».
Lei è stato allontanato dal Prc. Che differenza c’è tra allontanamentro ed espulsione?
«L’introduzione della neo-lingua. Ricorda 1984 di George Orwell?».
Colleziona rose. Da dove viene la passione?
«A metà degli anni Settanta, sono andato a vivere in una casa di Torino dove c’erano molte piante. Lì, ho scoperto che le donne della mia famiglia, abili nella gestione dell’orto, mi avevano trasmesso il pollice verde».
Quante rose ha?
«Un centinaio di piante».
Le cura lei?
«Sì. Prima avevo più tempo. Le vuole vedere? Ho le foto sul cellulare. Guardi: questa è una Therese Bugnet… questa una Reine Vitcoire. Questa è stupenda… Si chiama Coscia di ninfa commossa».
Luciana Littizzetto ha detto che le sue rose se le può infilare nel… Come replica?
«Non replico. In compenso, ho inviato a Luciana la mia solidarietà quando è stata attaccata per le sue battute su Eminenz Ruini. In tempi in cui nessuno dice nulla sul Vaticano, mi sembrava giusto».
Rose a parte… altre passioni?
«Prima c’era il cinema. Ma ora non ho più tempo».
Il film della vita?
«Full metal jacket. Capolavoro di Stanley Kubrick. Kubrick è il massimo. Il cinema americano mi piace».
A cena col nemico?
«Del centrodestra non mi viene in mente nessuno. L’unico forse è Carlo Vizzini, senatore di Forza Italia. Invece non mi dispiacerebbe sedermi a tavola, per discutere, con qualche industriale».
Un nome?
«Carlo De Benedetti. E se fosse ancora vivo, Gianni Agnelli: avrei da fargli un sacco di domande».
L’errore della vita?
«La scelta di fare politica ha pesato molto sulla mia famiglia».
Sua moglie, australiana, è tornata a lavorare in patria.
«Preferirei non coinvolgerla».
Delete. Cancelli un numero dall’agenda del suo cellulare. Quello di Bertinotti o quello del leader della Quarta Internazionale?
«Non essendoci un leader della Quarta…».
Diliberto o Mussi?
«Cancello Diliberto».
Senza esitazioni. Perché?
«Con Mussi discuto più facilmente. Del Pdci di Diliberto non sopporto la contraddizione disinvolta tra la rappresentazione polemica e la pratica politica».
Tradotto?
«Le faccio un esempio: durante la guerra del Kosovo nel 1999, si dicevano pacifisti, ma restavano nel governo che bombardava Belgrado».
È la stessa contraddizione che lei oggi rimprovera a Rifondazione…
«In Diliberto c’è anche una tradizione da epigono tardo-stalinista a cui spero che Rifondazione non approdi mai».
Continuiamo il delete. Dentro il Prc: il segretario Giordano o il capogruppo alla camera Gennaro Migliore?
«Li cancello tutti e due».
Fidel Castro o Camillo Ruini?
«A Ruini non ho proprio nulla da dire».
Domande di cultura generale. Quanto costa un chilo di pasta?
«Non lo so».
Che cos’è un blog?
«Un dispositivo».
Un dispositivo?
«Ma sì, quelle cose di Internet per dialogare con gli altri e pubblicare notizie».
Definizione un po’ approssimativa, ma passabile. Che cos’è Second Life?
«Me lo dica lei».
Ma come, l’ha citata pure Prodi recentemente: è una vita virtuale sul web. Magari ne potreste parlare nei vostri futuri scambi epistolari.

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Relegato a Palazzo Madama in una minuscola stanzetta d’angolo assegnatagli dal Gruppo Misto, Franco Turigliatto mi accoglie sorridendo. Dimostra meno dei suoi sessant’anni. Appeso al muro, c’è il ritratto di Livio Maitan, leader storico del trotzkismo nostrano. Visto lo spazio risicato, chiedo: ma il suo assistente dov’è?
«Quale assistente?». Quello che hanno tutti i senatori. «Io non ce l’ho». In compenso, ammicco, può usufruire della metà dello stipendio che prima dava al partito. «Quella metà, ora la do direttamente ai movimenti». Penso: a ogni senatore il suo cilicio.

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